Quasi tutte le aziende hanno un backup. Molte meno hanno un ripristino: sono due cose diverse, e solo la seconda serve nel momento del bisogno. Il backup è l’attività che gira di notte; il ripristino è la capacità dimostrata di rimettere in funzione i dati in un tempo noto.
La distanza fra i due si misura solo provando. Nelle verifiche che facciamo troviamo con regolarità copie che escludono le cartelle create dopo la configurazione iniziale, copie che si interrompono da settimane senza segnalare nulla, e copie perfette ma raggiungibili dalla stessa rete che dovrebbero proteggere — quindi cifrate insieme al resto durante un ransomware.
La regola 3-2-1, e perché oggi non basta più
La regola classica dice: tre copie dei dati, su due tipi di supporto diversi, di cui una fuori sede. È ancora un buon punto di partenza e risolve i guasti, gli incendi e i furti.
Non risolve il ransomware. Se la copia fuori sede è raggiungibile in scrittura dalle stesse credenziali dei sistemi di produzione, viene cifrata o cancellata insieme al resto: è fuori sede, ma non è fuori portata. Per questo alla regola va aggiunta una condizione: almeno una copia deve essere immutabile o non raggiungibile dalla rete che protegge.
I quattro modi in cui un backup fallisce senza avvisare
Nelle verifiche che facciamo, i backup che non funzionano non danno quasi mai un errore evidente. Falliscono in silenzio, in quattro modi ricorrenti.
Copia parziale
Include le cartelle configurate anni prima e non quelle create dopo. Il lavoro recente, che è quello che serve, non c’è.
Interruzione silenziosa
Il processo si ferma per un errore e nessuno riceve la segnalazione, perché gli avvisi vanno a una casella che non esiste più o che nessuno apre.
Destinazione compromessa
Le copie ci sono ma sono sullo stesso perimetro dei dati originali, quindi condividono lo stesso destino nell’unico scenario in cui servirebbero.
Ripristino impraticabile
I dati esistono e sono integri, ma rimetterli in funzione richiede giorni perché mancano i sistemi su cui farli girare. Avere i dati non è essere operativi.
Come si verifica davvero
La verifica seria non è guardare il registro delle attività: è scegliere un dato a caso, ripristinarlo in un ambiente separato e cronometrare. Il numero che ne esce è il vostro tempo di rientro reale, e nella maggior parte dei casi è più alto di quanto chiunque in azienda stimasse.
Va fatta almeno una volta l’anno sul sistema più critico, e ogni volta che cambia qualcosa di importante: un nuovo gestionale, un server sostituito, una migrazione. Le aziende che lo fanno scoprono i problemi in un pomeriggio pianificato invece che in un lunedì mattina di emergenza.
Quanto indietro serve poter tornare
La domanda più trascurata nella progettazione di un backup non è dove conservarlo, ma per quanto tempo. La risposta istintiva — «l’ultima copia» — è insufficiente in due scenari molto concreti.
Il primo è il ransomware: chi attacca resta in rete giorni o settimane prima di cifrare, e in quel periodo i backup girano regolarmente su sistemi già compromessi. Per tornare a una copia sicuramente pulita può servire risalire di settimane, non di ore.
Il secondo è l’errore non accorto: una cartella cancellata o un file sovrascritto che nessuno nota per un mese. Con una conservazione di sette giorni, quando il problema emerge la versione buona non esiste più.
Una regola praticabile per una PMI: copie giornaliere per un mese, settimanali per qualche mese, mensili per un anno. Costa poco più della sola copia giornaliera e copre entrambi gli scenari.
Perché conta per un’azienda
È l’unica cosa che separa un incidente da una catastrofe. Con un ripristino verificato, un ransomware è un fine settimana difficile; senza, può essere la fine dell’azienda.
L’errore che vediamo più spesso
La domanda giusta non è «facciamo il backup?» ma «quando è stata l’ultima volta che qualcuno ha provato a ripristinarlo, e quanto ci ha messo?». Se non c’è risposta, il backup non è ancora una protezione.