Il backup conserva i dati; il disaster recovery riguarda il tornare operativi. Sono cose diverse: avere i dati non basta se servono cinque giorni per ricostruire i server su cui farli girare, e nel frattempo l’azienda è ferma.
Un piano reale risponde a domande precise: quali sistemi devono ripartire per primi, dove ripartono se la sede non è agibile, chi fa cosa e in che ordine, e come si comunica con clienti e fornitori nel frattempo. La parte che manca più spesso non è tecnica: è l’ordine delle priorità.
La differenza con il backup, in una frase
Il backup risponde alla domanda «i dati ci sono ancora?». Il disaster recovery risponde a «quando torniamo a lavorare?». Sono domande diverse e hanno risposte diverse: si possono avere tutti i dati e restare fermi una settimana perché mancano i sistemi su cui farli girare.
Cosa contiene un piano che serve davvero
I piani inutili sono lunghi e generici. Quelli utili sono brevi e specifici, e rispondono a domande che qualcuno dovrà affrontare sotto pressione.
L’ordine di ripartenza
Quali sistemi per primi. Non tutti insieme: prima quelli senza cui gli altri non servono, e prima quelli che fanno ripartire l’attività che genera fatturato.
Chi decide
Una persona con l’autorità di prendere decisioni costose nelle prime ore, e un sostituto. Aspettare l’approvazione di qualcuno irreperibile è ciò che allunga i tempi più di ogni problema tecnico.
Dove si riparte
Se la sede non è agibile, i sistemi dove tornano attivi e le persone da dove lavorano.
Cosa si dice a clienti e fornitori
Chi comunica, cosa e con quali canali. Il silenzio durante un fermo fa più danni del fermo stesso.
Come si lavora nel frattempo
Le procedure manuali di emergenza, provate almeno una volta da chi dovrà usarle.
Perché la prova conta più del piano
Un piano mai provato contiene sempre almeno un errore, e lo si scopre nel momento peggiore: una credenziale che nessuno ha, una dipendenza fra sistemi che non era stata considerata, un tempo di ripristino stimato in ore che si rivela di giorni.
La prova non deve essere completa. Anche verificare una volta l’anno la ripartenza del sistema più critico, con un cronometro, sposta il livello di preparazione più di qualunque documento aggiuntivo.
Le tre priorità che quasi nessuno stabilisce in anticipo
Nel momento dell’emergenza si tende a voler ripristinare tutto insieme, che è il modo più lento di tornare operativi. Decidere prima l’ordine cambia radicalmente i tempi percepiti.
La prima domanda è quale attività genera il fatturato che si sta perdendo in questo momento. In un’azienda che produce è la linea; in uno studio professionale è l’accesso ai fascicoli; in un negozio è la cassa. Quel sistema torna per primo, anche se non è il più complesso.
La seconda è quali sistemi servono agli altri per funzionare: autenticazione, rete, archivi condivisi. Ripristinare un applicativo prima dell’infrastruttura che lo sostiene significa doverlo rifare.
La terza è cosa può aspettare davvero. In quasi tutte le aziende c’è almeno un sistema che nessuno userebbe per giorni senza accorgersene, e riconoscerlo in anticipo libera risorse per il resto.
Perché conta per un’azienda
Senza un piano, ogni emergenza viene gestita improvvisando sotto pressione, che è il modo in cui si commettono gli errori più costosi — a partire dal ripristinare i sistemi nell’ordine sbagliato.
L’errore che vediamo più spesso
Un piano mai provato non è un piano. La prova non deve essere completa ogni volta: anche verificare una sola volta l’anno il ripristino del sistema più critico cambia radicalmente il livello di preparazione.