Il termine copre cose molto diverse. Usare la posta di Microsoft 365 è cloud, e lo è anche affittare server virtuali su cui installare quello che si vuole. Nel primo caso si compra un servizio finito, nel secondo dell’infrastruttura da gestire: le implicazioni pratiche sono opposte.
Il cloud toglie la manutenzione dell’hardware e la sostituisce con altri problemi: la dipendenza dalla connettività, il costo che cresce nel tempo invece di essere un investimento una tantum, e la difficoltà di tornare indietro una volta che i dati sono lì.
Le tre forme, e cosa cambia per chi le usa
Sotto la stessa parola stanno modelli con implicazioni opposte in termini di responsabilità e di costo.
Software come servizio
Si usa un’applicazione già pronta: posta, gestionale online, archiviazione documenti. Il fornitore gestisce tutto e voi gestite gli utenti e i dati. È il modello più semplice e quello in cui si sottovaluta più spesso la responsabilità sui contenuti.
Infrastruttura come servizio
Si affittano server virtuali su cui installate quello che volete. Il fornitore garantisce l’hardware, tutto il resto resta vostro: aggiornamenti, sicurezza, backup. Non è meno lavoro, è lavoro diverso.
Cloud privato
Infrastruttura dedicata, ospitata presso un data center ma riservata a voi. Ha senso quando i dati richiedono controllo diretto o quando gli applicativi non funzionano bene sui modelli condivisi.
Le tre domande da fare prima di spostare qualcosa
La decisione non è ideologica e non esiste una risposta valida per tutti. Tre domande la rendono concreta.
Cosa succede quando la connessione cade. In una sede con una linea sola, spostare il gestionale online significa legare l’operatività a quella linea. In valle o in zone con connettività incerta, è il fattore che decide tutto.
Quanto costa fra tre anni. Il cloud sostituisce un investimento iniziale con un canone che cresce con l’uso e con i listini. Su orizzonti lunghi il confronto va fatto sul totale, non sulla prima fattura.
Come si torna indietro. Portare i dati dentro è facile per costruzione, portarli fuori spesso no. Vale la pena chiederlo prima di firmare, quando la domanda è teorica e il fornitore risponde volentieri.
L’equivoco più costoso: il backup
La convinzione che i dati in cloud siano automaticamente al sicuro è l’errore più diffuso e il più caro. I fornitori garantiscono la disponibilità del servizio, cioè che l’infrastruttura funzioni: non garantiscono i vostri contenuti contro cancellazioni, errori o cifrature.
Se qualcuno elimina una cartella condivisa e nessuno se ne accorge per due mesi, il cestino l’ha già svuotata. Se un ransomware cifra i file sincronizzati da una postazione, la cifratura si propaga alle copie in cloud. In entrambi i casi il fornitore ha rispettato i propri obblighi, e i dati non ci sono più.
La responsabilità della conservazione resta di chi possiede i dati, ed è scritto nei termini di servizio. Serve una copia indipendente, gestita separatamente dal servizio che ospita gli originali.
Perché conta per un’azienda
Non è né migliore né peggiore del server in sede: è diverso. La scelta dipende dalla connettività di cui disponete, dal tipo di applicativi che usate e da quanto vi serve controllare direttamente dove stanno i dati.
L’errore che vediamo più spesso
Prima di spostare qualcosa in cloud, chiedetevi cosa succede quando la connessione cade. In una sede con una linea sola e nessuna alternativa, spostare il gestionale online significa legare l’azienda a quella linea.