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Incident response per aziende

Isolare, non spegnere. Non ripristinare finché non si sa da dove è entrato. E averlo deciso prima delle tre di notte.

In breve

Nelle prime ore di un attacco l'istinto porta a spegnere tutto e ripristinare, e sono le due mosse che peggiorano la situazione: spegnere distrugge le tracce, ripristinare senza sapere da dove è entrato reintroduce il problema. L'ordine corretto è isolare, verificare quale copia è integra, cambiare le credenziali privilegiate da una macchina pulita e documentare mentre si lavora.

Isolare, non spegnere

Staccare la rete ferma la propagazione. Spegnere brutalmente distrugge le informazioni che servono a capire cosa è successo.

Non ripristinare subito

Nella maggior parte dei casi l'attaccante era dentro da settimane. Un ripristino al buio lo riporta indietro con i dati.

Si decide prima, non alle tre di notte

Chi chiama chi, chi decide di fermare i sistemi, chi parla con i clienti. È la parte che manca quasi sempre.

L’ordine corretto è controintuitivo

Quasi tutto ciò che l’istinto suggerisce nelle prime ore peggiora la situazione. Vale la pena conoscere la sequenza giusta prima che serva, perché nel momento in cui serve non c’è tempo per impararla.

1. Isolare, non spegnere

Staccare dalla rete le macchine coinvolte ferma la propagazione. Spegnerle brutalmente distrugge informazioni che servono a capire cosa è successo e da dove è entrato — e a volte distrugge anche l’unica possibilità di recuperare qualcosa.

È la differenza fra un incidente che si ricostruisce e uno che resta senza spiegazione, con la conseguenza che non si sa nemmeno se sia stato davvero chiuso.

2. Guardare i backup prima di toccarli

Va verificato quale copia è integra, e va protetta prima di qualsiasi altra operazione. Se le copie sono raggiungibili dalla rete compromessa, vanno isolate anche loro: il ransomware moderno cerca i backup prima di cifrare, ed è possibile che siano già stati raggiunti.

3. Non ripristinare finché non si sa da dove è entrato

È l’errore più costoso. Se l’attaccante è dentro da tre settimane — e nella maggior parte dei casi lo è — le copie di quel periodo contengono già il suo accesso. Ripristinare al buio significa rimettere in piedi l’azienda e l’attacco insieme, e scoprirlo la settimana dopo.

4. Cambiare le credenziali privilegiate, da una macchina pulita

Amministratori di dominio, accessi ai sistemi di virtualizzazione, console dei backup, accessi remoti. Da un computer che si sa non compromesso, altrimenti le nuove credenziali finiscono nello stesso posto delle vecchie.

5. Documentare mentre si lavora

Orari, azioni, evidenze. Serve a voi per capire, e serve se c’è da notificare: il GDPR chiede la notifica entro settantadue ore da quando si acquisisce consapevolezza, quando la violazione comporta un rischio per le persone.

La parte che manca quasi sempre

Non è tecnica. È sapere chi fa cosa, e va deciso quando non sta succedendo niente.

Quest’ultimo punto è più frequente di quanto sembri: le credenziali custodite in un gestore che si apre solo dal computer bloccato dal ransomware sono credenziali che non avete.

Sul pagamento del riscatto

È una decisione della direzione e non diamo consigli generici, ma tre elementi vanno messi sul tavolo prima di discuterne.

Il pagamento non garantisce il recupero: lo strumento di decifratura fornito è spesso lento, parziale o difettoso. Non rimuove l’accesso: se non si è capito da dove è entrato, l’attaccante resta dentro e può tornare. E non cambia nulla degli obblighi: se sono coinvolti dati personali, la valutazione e l’eventuale notifica restano identiche.

Che cosa prepariamo prima

Un piano che regge è breve e concreto: una pagina con i nomi, i numeri di telefono e la sequenza. A questo si aggiungono le tre cose che rendono possibile ricostruire un incidente, e che vanno attivate quando non serve.

I registri, attivi e conservati per un periodo sufficiente. Senza, la domanda «da dove è entrato» non ha risposta.

L’inventario, perché senza sapere cosa si ha non si sa cosa controllare.

Una copia non modificabile, che è l’unica cosa che rende il ripristino una scelta invece che una speranza. Ne parliamo nel backup remoto.

Il resto

Vedi anche che cosa fare in caso di violazione dei dati per la parte di adempimenti, la cybersecurity e NIS2 per la governance e la sicurezza informatica per le difese che riducono la probabilità che serva.

Se sta succedendo adesso

Chiamateci prima di spegnere o ripristinare qualcosa. Il primo consiglio non si paga, ed è quello che decide come finisce.

Domande frequenti

Che cosa facciamo nei primi minuti se sospettiamo un attacco?

Isolare le macchine coinvolte dalla rete senza spegnerle, perché lo spegnimento brutale distrugge informazioni che servono a capire da dove è entrato e da quanto tempo è dentro. Poi non toccare i backup finché non si è verificato quale copia è integra, e proteggere quella. Poi cambiare le credenziali con privilegi alti da una macchina che si sa pulita. E annotare ogni cosa mentre si lavora, con gli orari.

Perché non conviene ripristinare subito?

Perché se non si sa da dove l'attaccante è entrato e da quanto tempo è dentro, il ripristino riporta indietro anche lui. Nella ricostruzione degli incidenti che seguiamo la permanenza prima della manifestazione è quasi sempre di giorni o settimane: significa che le copie di quel periodo possono contenere già l'accesso. Prima si capisce, poi si ripristina.

Quanto tempo serve per capire cosa è successo?

Dipende da cosa è stato conservato. Con i registri attivi e un inventario aggiornato, la ricostruzione delle prime evidenze richiede ore. Senza registri, spesso non si arriva mai a una risposta certa - e questa è la ragione più concreta per attivarli prima, molto più di qualunque adempimento.

Dobbiamo pagare il riscatto?

È una decisione che spetta alla direzione e su cui non diamo consigli generici, ma tre elementi vanno considerati. Il pagamento non garantisce il recupero, spesso lo strumento di decifratura fornito è lento o parziale. Non rimuove l'accesso dell'attaccante, che resta dentro se non si è capito da dove è entrato. E se sono coinvolti dati personali, gli obblighi di notifica restano identici.

Quando va fatta la notifica al Garante?

Se la violazione riguarda dati personali e comporta un rischio per le persone, la notifica va fatta entro settantadue ore da quando se ne è acquisita consapevolezza. Non è un termine per aver risolto tutto: si può notificare in modo scaglionato integrando le informazioni. Il problema pratico non è il termine ma arrivarci con informazioni sufficienti, e questo dipende da cosa si è preparato prima.

Se sta succedendo adesso, scriveteci subito

Nelle prime ore le decisioni pesano più degli strumenti: che cosa isolare, che cosa conservare come prova, chi avvisare ed entro quando. Descriveteci cosa sta accadendo.