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No Hat 2026: a Bergamo focus su AI e cyber risk

Redazione Xion IT GroupcybersecurityAIPMIeventi

Il 10 ottobre 2026 torna a Bergamo No Hat, conferenza internazionale dedicata a cybersecurity ed ethical hacking, arrivata all’ottava edizione. La notizia riguarda anche imprenditori e responsabili d’ufficio perché i temi al centro dell’evento — intelligenza artificiale, attacchi alle reti aziendali, supply chain software, malware e sistemi autonomi — coincidono con i rischi che oggi possono colpire concretamente anche organizzazioni non grandi e non tecnologiche.

No Hat 2026: cosa succede a Bergamo

Secondo quanto annunciato dagli organizzatori, No Hat 2026 si terrà sabato 10 ottobre al Centro Congressi Giovanni XXIII di Bergamo, in Viale Papa Giovanni XXIII 106, con inizio alle 9:00. Per questa ottava edizione sono attesi circa 900 partecipanti tra ricercatori, professionisti e appassionati provenienti da diversi Paesi.

Il programma prevede Research Track, Technical Track e workshop. Non si parla quindi solo di “hacking” in senso spettacolare, ma di ricerca applicata, difesa aziendale e analisi di tecniche che poi, spesso, diventano attacchi reali. I temi annunciati spaziano dalle vulnerabilità nei sistemi AI agli ambienti cloud e virtualizzati, dalla sicurezza delle piattaforme SAP alle campagne di cyber-spionaggio, fino alle tecniche usate da gruppi criminali internazionali.

Per chi guida un’azienda, il punto chiave è questo: molte delle minacce presentate in queste conferenze non restano confinate ai laboratori. Nel giro di mesi, a volte di settimane, entrano negli strumenti usati dagli attaccanti e diventano rischi operativi per uffici, reparti amministrativi, studi professionali e imprese manifatturiere.

Perché l’intelligenza artificiale cambia il livello del rischio

Uno degli interventi più attesi è il keynote di Chris Wysopal, Chief Security Evangelist di Veracode e membro dello storico collettivo L0pht Heavy Industries. Il titolo, When Every Attacker Can Have a Research Team, sintetizza bene il problema: l’AI può dare anche agli attaccanti una capacità di ricerca, automazione e sperimentazione che prima richiedeva competenze molto rare.

Tradotto in termini aziendali, significa che il cybercrime può diventare più veloce, più economico e più scalabile. Un gruppo con risorse limitate può usare strumenti intelligenti per cercare falle, scrivere codice malevolo, adattare campagne di phishing, analizzare infrastrutture esposte e automatizzare tentativi di intrusione.

Non vuol dire che ogni impresa sarà automaticamente sotto assedio da attacchi “sofisticatissimi”. Vuol dire però che la barriera d’ingresso si abbassa. E quando attaccare costa meno, aumenta il numero di bersagli presi in considerazione. Anche una PMI con pochi dipendenti, che fino a ieri poteva sentirsi fuori radar, oggi può diventare interessante se possiede dati, credenziali, accessi bancari o collegamenti con clienti e fornitori più grandi.

Gli AI coding assistant possono diventare un punto di ingresso

Tra i temi più concreti per il mondo aziendale c’è la ricerca di Shio Kudo, dedicata a vulnerabilità critiche negli AI coding assistant come Claude Code, Cursor e Gemini. L’aspetto rilevante non è solo tecnico: questi strumenti, sempre più adottati dai team di sviluppo, possono trasformarsi in una superficie d’attacco.

Il rischio indicato è la possibilità che un attaccante riesca a eseguire comandi sul computer di chi usa lo strumento. In un contesto aziendale, il PC di uno sviluppatore non contiene solo file di lavoro: può custodire codice sorgente, token, credenziali, chiavi di accesso, configurazioni cloud e accessi a repository interni.

Per molte aziende italiane questo tema sembra distante, ma non lo è. Anche chi non sviluppa software internamente può affidarsi a fornitori, house software o consulenti che usano questi strumenti. Se uno di questi nodi viene compromesso, l’attacco può propagarsi lungo la catena di fornitura digitale. È il motivo per cui oggi la sicurezza non riguarda più soltanto il proprio perimetro diretto, ma anche gli strumenti e i processi dei partner.

Dallo spionaggio alle false assunzioni: il fattore umano resta decisivo

Un altro intervento annunciato, Interviewing Lazarus: speaking with North Korean agents di Mauro Eldritch e Sofía García Grimaldo, affronta un tema particolarmente delicato: operatori che si candidano come sviluppatori informatici per infiltrarsi nelle aziende. Il materiale raccolto comprenderebbe colloqui reali, registrazioni video e altri elementi che mostrano dall’interno come funziona una campagna di infiltrazione.

Al di là del caso specifico, il messaggio per le imprese è molto chiaro: la sicurezza non dipende solo da firewall e antivirus. Processi di selezione del personale, onboarding, accessi temporanei, verifiche sui fornitori e controllo delle identità digitali stanno diventando parti integranti della difesa aziendale.

Un account creato troppo in fretta, un collaboratore esterno con privilegi eccessivi o un device non controllato possono aprire porte che nessun attaccante riuscirebbe a forzare solo dall’esterno. Per questo le politiche di accesso e la gestione ordinata delle postazioni di lavoro contano quanto gli strumenti di protezione. In questo ambito, una buona organizzazione del parco macchine e degli accessi è spesso il primo passo di un efficace desktop IT management.

Malware, geopolitica e confini sempre più sfumati

No Hat 2026 dedicherà spazio anche a malware e catene d’attacco legate a scenari geopolitici. Tra gli interventi annunciati c’è l’analisi di un malware attribuito a un gruppo criminale attivo nel conflitto russo-ucraino. Il dato importante, per chi non si occupa di intelligence, è un altro: le tecniche usate da cybercriminali e attori legati a conflitti internazionali tendono sempre più a sovrapporsi.

Questo rende più difficile distinguere tra frode, sabotaggio, spionaggio e attacco opportunistico. Per un’azienda, nella pratica, cambia poco sapere “chi” c’è dietro se il risultato finale è lo stesso: sistemi bloccati, dati esposti, operatività rallentata, reputazione danneggiata e costi imprevisti.

La conseguenza è che il vecchio approccio reattivo — intervenire solo dopo il problema — diventa ogni anno meno sostenibile. Servono prevenzione, visibilità e capacità di ripristino.

Le reti aziendali e i dispositivi connessi restano un bersaglio reale

Il programma include anche dimostrazioni relative alla compromissione di componenti di rete aziendale, come pannelli di controllo, telecamere e serrature collegate. Questo aspetto è particolarmente attuale perché in molte aziende la rete non collega più solo PC e stampanti, ma anche apparati Wi-Fi, videocamere, centralini, NAS, sensori e sistemi di accesso fisico.

Ogni dispositivo connesso è potenzialmente un punto d’ingresso o un punto di appoggio per un attaccante. Se non aggiornato, se esposto impropriamente o se protetto da credenziali deboli, può offrire una via laterale verso la rete interna.

Spesso il problema nasce da una falsa percezione: si dà priorità ai server principali e si sottovaluta tutto il resto. In realtà, in molti incidenti, l’attacco parte proprio dall’elemento meno presidiato. Un apparato installato anni fa, un accesso remoto lasciato aperto, un’interfaccia di amministrazione mai rivista possono diventare l’anello debole.

Cosa significa per la tua azienda

Per una PMI italiana, la lezione di No Hat 2026 è semplice: la sicurezza informatica non è più un tema da specialisti, ma una condizione necessaria per lavorare con continuità.

Ecco alcune azioni concrete, realistiche e immediate:

Due aspetti meritano particolare attenzione.

Il primo è la protezione preventiva: monitoraggio, hardening, gestione degli endpoint, controllo degli accessi e verifiche periodiche riducono la probabilità che un problema diventi un fermo operativo. Se il tema è prioritario, ha senso valutare un supporto strutturato sulla sicurezza informatica.

Il secondo è la resilienza: anche con buone difese, l’incidente zero non esiste. Per questo il backup deve essere separato, affidabile e recuperabile in tempi compatibili con l’attività aziendale. Una strategia di remote backup aiuta a contenere l’impatto economico e organizzativo di ransomware, errori umani o guasti.

Infine, c’è un elemento gestionale spesso sottovalutato: definire responsabilità chiare. Chi decide su aggiornamenti, nuovi software, accessi ai fornitori, approvazione degli strumenti AI, ripristino in emergenza? Nelle PMI, l’ambiguità organizzativa è uno dei principali moltiplicatori del rischio.

Perché eventi come No Hat contano anche fuori dal mondo tecnico

Le conferenze specialistiche sono utili non solo perché mostrano nuove vulnerabilità, ma perché anticipano il modo in cui cambieranno attacchi e difese nel medio periodo. No Hat 2026 mette insieme alcuni segnali ormai difficili da ignorare: l’AI rende più accessibili tecniche avanzate, la supply chain software diventa sempre più delicata, i dispositivi connessi ampliano il perimetro e il fattore umano resta centrale.

Per manager e imprenditori, il valore non sta nel conoscere ogni dettaglio tecnico, ma nel capire una priorità di business: la sicurezza è ormai parte della continuità operativa, della tutela dei dati e della qualità del servizio offerto a clienti e partner.

Chi si muove adesso con metodo — processi, strumenti, ruoli, backup e formazione — riduce non solo il rischio di incidente, ma anche i tempi di fermo e i costi di reazione quando qualcosa va storto.

Domande frequenti

No Hat 2026 è un evento solo per esperti di hacking?

No. I contenuti sono tecnici, ma i temi trattati riguardano decisioni aziendali concrete: reti, accessi, software, AI, fornitori e continuità operativa.

Perché una PMI dovrebbe interessarsi a vulnerabilità negli strumenti AI?

Perché gli strumenti AI possono trattare codice, documenti, credenziali o informazioni riservate. Se usati senza regole, ampliano la superficie d’attacco.

Cosa conviene fare subito in azienda?

Partire da tre verifiche: mappatura dei sistemi, controllo degli accessi e stato reale di backup e aggiornamenti. Sono le basi su cui costruire tutto il resto.

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