Perché con i dati sanitari cambia il livello
I dati che tratta uno studio medico o dentistico non sono dati personali qualunque: sono categorie particolari, e il Regolamento chiede per loro un trattamento diverso. In pratica cambiano tre cose.
Le misure di sicurezza devono essere proporzionate al rischio, e con la salute il rischio è alto per definizione. Significa accessi individuali e non condivisi, cifratura dei dispositivi, tracciamento di chi consulta cosa. Non sono raffinatezze: sono il minimo proporzionato.
La valutazione d’impatto diventa necessaria più spesso, perché il trattamento su larga scala di dati sanitari è fra i casi indicati. Poliambulatori e centri diagnostici ci ricadono più spesso di quanto immaginino.
La soglia per informare le persone in caso di violazione è più bassa. Quando sono coinvolti dati sulla salute, l’ipotesi di dover avvisare i pazienti oltre all’autorità va presa sul serio, non liquidata.
L’utente condiviso è il problema più diffuso
In quasi tutti gli studi che visitiamo il gestionale si apre con un solo accesso, usato da tutti. È comodo, ed è insostenibile con dati sanitari.
Il motivo non è formale. Senza accessi individuali non si può dire chi ha consultato la cartella di un paziente, quindi non si può rispondere a una contestazione, non si può limitare l’accesso a chi ha davvero necessità di conoscere, e non si può accorgersi di una consultazione impropria. È anche uno degli interventi più semplici da fare, e uno di quelli che spostano di più il rischio.
Allo stesso principio appartiene la revoca: quando un collaboratore lascia lo studio, il suo accesso va chiuso. Con un utente condiviso non c’è niente da chiudere, e la password che quella persona conosce resta valida.
I dispositivi diagnostici sono il punto meno presidiato
Un ecografo, un sistema radiologico, un analizzatore hanno dentro un computer con un sistema operativo — e quel sistema è quasi sempre vecchio, perché il costruttore certifica quella versione e nient’altro.
Aggiornarlo non si può senza perdere la certificazione. Toglierlo dalla rete nemmeno, perché deve mandare le immagini al sistema di refertazione. La risposta corretta è isolarlo: il dispositivo resta dov’è e continua a lavorare, ma in una porzione di rete separata con regole precise su cosa può raggiungere e da chi può essere raggiunto.
È l’intervento che riduce di più il rischio in una struttura sanitaria, si fa senza fermare nulla, e nella maggior parte degli studi che visitiamo non è stato fatto.
Le immagini diagnostiche sono il dato più pesante e più fragile
Sono il tipo di archivio che cresce senza fermarsi, che non si può rifare e che spesso vive su un disco singolo comprato per fare spazio — mai inventariato, mai incluso nei backup.
Le due verifiche da fare subito sono semplici: dove stanno davvero le immagini di tutti i pazienti, e quando è stata provata l’ultima volta la loro rilettura da una copia. La seconda domanda, nella nostra esperienza, riceve quasi sempre la stessa risposta.
Documenti e configurazioni sono la stessa cosa
Gran parte di quello che il Regolamento chiede a uno studio medico non si risolve scrivendo un documento: si risolve configurando. Accessi individuali, permessi per ruolo, dispositivi cifrati, backup verificati, rete separata per i macchinari.
È il motivo per cui trattare la conformità come una pratica del consulente e l’informatica come una faccenda dei tecnici produce due lavori che non si parlano — e perché noi le teniamo insieme, come nella logica di GAPOFF.
Il resto
Vedi anche il GDPR operativo, IT, AI e sicurezza per studi medici e dentistici e la sicurezza informatica per la parte di separazione della rete.
Il primo passo
Una fotografia scritta: quali dati trattate, dove stanno, chi vi accede, come sono protetti i macchinari in rete e se le copie si ripristinano davvero. Gratuitamente e senza impegno.