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GDPR per commercialisti

Uno studio tratta i dati di centinaia di aziende. La domanda da cui dipende tutto è in che veste lo fa.

In breve

Uno studio commercialista tratta dati di centinaia di aziende e dei loro dipendenti, e la prima cosa da chiarire è in che veste: per gli adempimenti professionali è di norma titolare autonomo, per alcune attività svolte su istruzione del cliente è responsabile. Da questa distinzione discendono nomine, registro, misure e responsabilità. Xion tiene insieme la parte documentale e quella tecnica.

Titolare o responsabile

È la domanda da cui dipende tutto il resto, e viene sbagliata spesso. Le due vesti convivono nello stesso studio, per attività diverse.

Avete le chiavi di centinaia di aziende

Le credenziali dei clienti sono l'archivio più delicato che uno studio possiede, e quasi mai è trattato come tale.

Documenti e configurazioni insieme

Gran parte di ciò che il Regolamento chiede non si risolve con un documento, ma con accessi, backup verificati e cifratura.

La domanda che viene prima di tutte le altre

Uno studio commercialista tratta dati personali di centinaia di aziende, dei loro dipendenti e dei loro collaboratori. Prima di qualsiasi documento, la domanda da risolvere è in che veste li tratta, perché da lì discende tutto il resto.

Per le attività professionali che svolgete in forza di obblighi vostri — la tenuta della contabilità, le dichiarazioni, gli adempimenti che la legge mette in capo a voi — siete di norma titolari autonomi: decidete finalità e mezzi, e rispondete a regole deontologiche proprie. Non siete l’esecutore di istruzioni del cliente.

Per altre attività, svolte su istruzione del cliente e per conto suo, potete essere responsabili. L’elaborazione delle buste paga per conto di un’azienda è il caso tipico.

Le due vesti convivono nello stesso studio, per attività diverse, ed è normale. Quello che non è normale — e che troviamo spesso — è che nessuno abbia mai fatto la distinzione per iscritto, con la conseguenza che le nomine circolanti sono formalmente sbagliate e non proteggono nessuno.

L’archivio più delicato che possedete

Non è la contabilità: sono le credenziali dei clienti. Accessi ai portali, deleghe, cassetti fiscali, raccolti negli anni e custoditi — nella maggior parte degli studi che visitiamo — in un foglio condiviso, spesso senza cifratura e accessibile a chiunque lavori lì.

È il punto in cui uno studio è più esposto di quasi ogni altra organizzazione, perché un attaccante che entra non ottiene i vostri dati: ottiene l’accesso a quelli dei vostri clienti, e la responsabilità di quell’accesso è vostra.

Tre misure spostano quasi tutto il rischio e nessuna è costosa: un gestore di credenziali con accessi individuali e traccia di chi apre cosa, il secondo fattore su posta e portali, e una revisione periodica di chi accede a cosa — perché la maggior parte delle esposizioni nasce da accessi lasciati aperti, non da attacchi sofisticati.

Le buste paga contengono dati sulla salute

È un aspetto che sfugge quasi sempre. Nei cedolini e nelle pratiche del personale compaiono assenze per malattia, infortuni, permessi legati a condizioni di salute o a disabilità. Sono categorie particolari di dati, e questo alza il livello richiesto: misure proporzionate al rischio, accessi limitati a chi deve davvero vederli, e soglie più basse per la valutazione di una violazione.

La conseguenza pratica non è burocratica: significa che l’utente condiviso del gestionale paghe, che troviamo in molti studi, non è sostenibile. Serve sapere chi ha consultato cosa.

Documenti e configurazioni sono la stessa cosa

Gran parte di quello che il Regolamento chiede non si risolve scrivendo: si risolve configurando. Le misure tecniche adeguate, per usare le sue parole, sono cose concrete — chi accede a cosa, il secondo fattore, i backup che si ripristinano davvero, i portatili cifrati, gli accessi revocati quando qualcuno lascia lo studio.

È il motivo per cui trattare la conformità come una pratica da far fare al consulente e l’informatica come una faccenda dei tecnici produce due lavori che non si parlano: un registro dei trattamenti scritto benissimo sopra un’infrastruttura che nessuno ha guardato. Da noi le due cose stanno insieme, ed è anche la logica su cui è nata GAPOFF.

Il resto

Vedi anche il GDPR operativo per il metodo generale, IT, AI e sicurezza per commercialisti, e AI per commercialisti, dove il tema si incrocia con l’uso degli strumenti di intelligenza artificiale sui documenti dei clienti.

Il primo passo

Una fotografia scritta: quali dati trattate e in che veste, dove stanno, chi vi accede e quali misure ci sono già. Gratuitamente e senza impegno.

Domande frequenti

Un commercialista è titolare o responsabile del trattamento?

Di norma titolare autonomo per le attività professionali che svolge in forza di obblighi propri - la tenuta della contabilità, le dichiarazioni, gli adempimenti previsti dalla legge - perché lì decide finalità e mezzi in autonomia e risponde a obblighi deontologici suoi. Può invece essere responsabile per attività svolte su istruzione del cliente, come l'elaborazione delle buste paga per conto di un'azienda. Le due vesti convivono nello stesso studio, e distinguerle è la premessa di tutto il resto.

Serve il registro dei trattamenti anche a uno studio piccolo?

Sì, praticamente sempre. L'esenzione sotto i duecentocinquanta dipendenti non si applica quando il trattamento non è occasionale o riguarda categorie particolari di dati - e uno studio tratta dati in modo sistematico, quotidiano, e spesso dati sulla salute contenuti nelle buste paga. Al di là dell'obbligo, senza il registro non si sa dove stanno i dati, e senza saperlo non si può rispondere a una richiesta né valutare un incidente.

Serve nominare un DPO?

Nella maggior parte degli studi no. L'obbligo scatta per gli enti pubblici, per chi fa monitoraggio sistematico su larga scala e per chi tratta su larga scala categorie particolari di dati. Uno studio commercialista di dimensioni ordinarie non rientra in nessuno dei tre. Nominarlo comunque è possibile ma comporta l'applicazione integrale delle regole previste, inclusa l'assenza di conflitto di interessi.

Il fornitore informatico va nominato responsabile?

Sì, se tratta dati personali per conto vostro - e chi gestisce i vostri server, la posta o l'assistenza li tratta per definizione. Serve un atto scritto che dica cosa può fare, con quali misure di sicurezza, se può appoggiarsi ad altri fornitori e che cosa succede ai dati alla fine del rapporto. È un documento che molti studi scoprono di non avere quando qualcuno glielo chiede.

Che cosa succede se un cliente subisce una violazione a causa nostra?

Dipende dalla veste in cui trattavate quei dati e da quali misure avevate adottato. È esattamente il motivo per cui la distinzione fra titolare e responsabile non è una formalità: decide chi doveva fare cosa e chi risponde. Le misure tecniche documentate - accessi individuali, secondo fattore, backup verificati, dispositivi cifrati - sono la parte che vi mette al riparo.

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