Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Mercoledì, 28 Agosto 2019 09:57

Batterie al litio-metallo: siamo alla svolta?

Le batterie rappresentano ancora oggi il vero tallone d’Achille dei dispositivi mobile (ma non solo, se si pensa anche alle auto elettriche). Problemi legati all’affidabilità e alla tenuta dopo parecchi cicli di carica costituiscono un grattacapo non di poco conto. Se una possibile soluzione è legata allo sviluppo della tecnologia delle unità a stato solido, un’altra può arrivare dall’impiego di quelle al litio-metallo con un particolare rivestimento.

Batterie al litio metallo

Questa tipologia di batterie presenta, almeno sulla carta, due vantaggi: è in grado di immagazzinare più energia (fino al 33%) a parità di peso e i moduli risultano più leggeri poiché l’anodo è realizzato in litio anziché in grafite. Perché non produrle e utilizzarle su vasta scala, dunque? Principalmente per l’intoppo legato alla formazione di piccole protuberanze chiamate dendriti che a lungo andare possono perforare il layer protettivo della struttura che separa il polo positivo da quello negativo, con conseguenze facilmente immaginabili.

Un team di ricercatori della Stanford University è al lavoro per porvi rimedio e, a quanto pare, sembra aver intuito quella che potrebbe essere l’innovazione giusta: un particolare rivestimento che limita il fenomeno, senza compromettere le performance della batteria stessa. Stando ai risultati dei test condotti finora si arriva al mantenimento di una percentuale di ricarica pari all’85% dopo 160 cicli. Per fare un paragone, quelle al litio-metallo attualmente disponibili si fermano al 30%.

Prestazioni migliorate e cicli vitali estesi, dunque, ma il principale vantaggio sarà costituito dalla riduzione del peso, soprattutto pensando a un impiego sulle auto elettriche. Si stima infatti che quelle presenti sui modelli oggi in commercio consumino il 25% della carica per generare il movimento necessario a spostare il loro stesso peso.

Prima che questa nuova tecnologia possa prendere piede serviranno ad ogni modo ulteriori perfezionamenti e parecchio tempo: solo una produzione in seriene ridurrebbe i costi. Inoltre, gli stessi autori del progetto (avviato nel 2015) affermano che l’accorgimento risolve solo alcuni dei problemi legati alle unità in litio-metallo, non tutti.

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Riorganizzare il mondo dell’editoria, assestando un duro colpo al controllo esercitato sui media da parte di multinazionali e colossi del mondo hi-tech. È il programma di Bernie Sanders, tra i candidati alle Presidenziali USA 2020 per la fazione democratica. La sua visione in un intervento condiviso sulle pagine della testata Columbia Journalism Review.

La visione di Sanders sul giornalismo

Un lungo articolo, che parte dall’analisi di quelli che secondo il 77enne oggi senatore del Vermont sono i problemi attuali del giornalismo: centralizzazione del potere economico e decisionale nelle mani di pochi, influenze continue da parte delle maggioranze, assenza di programmi a tutela del lavoratori e della diversità. Le promesse (o minacce, dipende dal punto di vista di chi legge) formulate da Sanders, se mantenute almeno nelle intenzioni in caso di elezione alla Casa Bianca, di certo non mancherebbero di sollevare malumori, contrasti, resistenze e attriti.

Le promesse della campagna elettorale

Proviamo dunque a riportare punto per punto ciò che il politico, così come i suoi concorrenti già in piena campagna elettorale, ha messo nero su bianco per quanto riguarda gli interventi pianificati e destinati al settore dell’editoria:

  • norme a difesa del giornalismo indipendente, a livello locale e nazionale;
  • no alla fusione dei gruppi più grandi (esempio CBS e Viacom);
  • obbligo per gli editori di rendere noto preventivamente come le operazioni più importanti avranno ripercussioni sul personale;
  • possibilità per i dipendenti di acquisire quote della società per cui lavorano, una formula già sperimentata con il cartaceo;
  • supporto alla diversità nella forza lavoro impiegata nel settore;
  • limiti nel numero di testate ed emittenti (anche radiofoniche e televisive) che possono essere controllate da un singolo editore;
  • supporto alla creazione di sindacati a difesa dei lavoratori;
  • maggiore controllo sull’attività dei colossi del mondo online in modo da scongiurare il rischio di pratiche monopolistiche;
  • tutela della libertà di espressione e di informazione.
  • Presidenti USA e big del mondo hi-tech

    Eppure, a voler ben vedere e al contrario di quanto si potrebbe pensare, nella Silicon Valley c’è chi si è schierato in modo piuttosto aperto a sostegno di Sanders: sono i dipendenti Google, proprio una delle realtà chiamate in causa (tra gli altri insieme a Facebook), in particolare per quanto riguarda il business dell’advertising e il controllo sulla diffusione delle notizie.

    Degli attriti fra il mondo della politica e i rappresentanti del settore hi-tech abbiamo scritto più volte anche su queste pagine. Citiamo un esempio su tutti: il caso che di recente ha visto Donald Trump puntare il dito nei confronti di Jeff Bezos, fondatore e numero uno di Amazon, proprietario anche del Washington Post. Lo stesso Presidente USA, in più di una occasione, ha inoltre accusato Google di essere di sinistra e di averlo penalizzato nella campagna elettorale in vista delle elezioni 2016, sostenendo in modo a dir suo subdolo la concorrente Hillary Clinton.

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Martedì, 23 Luglio 2019 12:37

Google non ti assume se sei troppo vecchio?

Il gruppo di Mountain View ha sottoposto alla US District Court for the Northern District of California un documento in cui afferma la volontà di porre fine al caso che vede l’azienda accusata di discriminazione nei confronti di alcune persone candidate a diventare suoi dipendenti. Se il giudice darà il via libera, Google staccherà un assegno dal valore di 11 milioni di dollari per chiudere la questione.

Google, una questione di età e assunzioni

Tutto ha avuto inizio nel 2015, quando un uomo di nome Robert Heath, allora di 60+ anni, è stato sottoposto a un colloquio telefonico da un ingegnere di bigG. Dopo essere stato definito come “un ottimo candidato” da un addetto alle assunzioni, si è visto negare un contratto per ragioni che sostiene essere legate alla sua età. Nel corso della conversazione i due hanno avuto un confronto sul significato di “byte”: per l’intervistatore è da considerarsi esclusivamente come un insieme di 8 bit, mentre Heath ha ricordato che sui sistemi di un tempo il range poteva variare da 6 a 40 bit.

Sebbene il caso sia stato chiuso nel mese di dicembre con il raggiungimento di un accordo tra le parti, un altro del tutto simile è proseguito fino a oggi, portato avanti da Cheryl Fillekes a partire dal 2016. La donna (50+ anni) afferma di aver ricevuto la richiesta di inviare una seconda volta il proprio curriculum vitae a Google, con ulteriori dettagli in merito al periodo della sua formazione, così da poter stabilire con certezza la sua età anagrafica. Questo, anche dopo quattro colloqui in cui non sono emersi problemi in termini di competenze o preparazione, stando al suo parere le ha impedito di ottenere una proposta di lavoro.

Fillekes guida la class action che coinvolge un totale pari a 227 persone: tutte lamentano problemi simili. Il gruppo di Mountain View ora offre complessivamente 11 milioni di dollari per archiviare la vicenda, con la promessa di istruire i propri dipendenti in modo da evitare che situazioni simili possano ripetersi nuovamente in futuro. Con il via libera del giudice, ogni querelante riceverebbe 35.000 dollari. A Fillekes ulteriori 10.000 per aver portato avanti la causa. La cifra inclu

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Nel mese di giugno in Italia c’è stata una domanda di elettricità pari a 27,8 miliardi di kWh. La cifra dice poco di per sé se non si conoscono i trend, tra le righe dei quali è invece possibile capire qualcosa di più: la domanda di energia è stata in aumento del 2,9% rispetto allo stesso mese del 2018 e tutto ciò tenuto in considerazione che:

  • c’è stato un giorno lavorativo in meno, cosa che dovrebbe teoricamente abbassare la media dei consumi;
  • c’è stata una temperatura media più elevata di 1,2 gradi centigradi, cosa che ha portato invece all’impennata registrata

Una lettura del dato al netto di agenti esterni di variazione è fornita da Terna all’interno del proprio report mensile sui consumi:

Il dato destagionalizzato e corretto dagli effetti di calendario e temperatura porta a una variazione positiva della domanda elettrica di giugno dell’1,5%. La domanda del primo semestre del 2019 risulta in flessione dello 0,6% rispetto al corrispondente periodo del 2018.

Complessivamente l’Italia ha prodotto l’88,2% del fabbisogno con produzione nazionale (24,7 miliardi di kWh, quota che ben spiega la volontà di insistere sulle rinnovabili per arrivare ad una produzione autoctona che copra l’intero fabbisogno e regali all’Italia una tranquilla autonomia). La produzione interna è aumentata del 3,7% (più dei consumi, quindi, il che evidenzia il tasso positivo netto verso l’obiettivo dell’autonomia), ma con andamenti differenziati tra le varie fonti rinnovabili di approvvigionamento:

  • geotermico +0,4%
  • fotovoltaico +5,3%
  • termico +9,2%
  • idroelettrico (-1,1%)
  • eolico (-30%)

I dati sono riferiti all’andamento anno su anno tra giugno 2018 e giugno 2019, periodo nel quale si registra anche un’interessante +54% nell’esportazione di energia.

Energia elettrica in Italia

Fotovoltaico e altre fonti

Altro dato particolarmente interessante è relativo all’energia prodotta da fotovoltaico. Sebbene il dato netto sia in aumento (l’energia prodotta nel mese di giugno è in aumento di circa il 25% rispetto al mese precedente e il dato progressivo annuo è del 9,8% superiore rispetto al 2018), si registra una “strana” distribuzione della potenza installata sul territorio. La zona che in assoluto ha investito di più nel fotovoltaico, infatti, è quella che in assoluto rende di meno, ossia il nord.

Italia e Fotovoltaico

Per contro il sud ha investito massicciamente nell’eolico, la cui produzione appare complementare con la produzione da fotovoltaico: i picchi dell’uno corrispondono ai momenti bassi dell’altro, incrocio statistico particolarmente interessante ai fini delle valutazioni complessive relative alla produzione ed al fabbisogno nazionale.

In calo, invece, la produzione da fonte idroelettrica (impianti a bacino, serbatoio e acqua fluente): -17,1% rispetto al dato progressivo annuo del 2018. Su questo fronte molto si giocherà a seguito dei nuovi certificati proposti dall’Italia e approvati dall’UE, circa 5 miliardi di euro di incentivo che dovrebbero rinvigorire gli investimenti nel comparto.

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186.900 euro in contanti, una macchina professionale per contare le banconote, un quantitativo non meglio precisato di lingotti d’oro e due wallet hardware per le criptovalute (presumiamo anche Bitcoin). È quanto rinvenuto nascosto nei bagni e nella spazzatura di un’abitazione di Palermo, quella del 35enne identificato come il gestore di ZSAT, una piattaforma IPTV italiana che si occupava di trasmettere ai suoi utenti i contenuti del network Sky Italia, in modo del tutto illegale e non autorizzato, mediante pezzotti o dispositivi di vario tipo configurati ad hoc.

ZSAT: 11.000 abbonati per la IPTV

A comunicarlo la Polizia Postale, al termine di un’attività condotta sotto il coordinamento della Procura del capoluogo siciliano. Nella camera da letto sono inoltre stati rinvenuti ben 57 decoder, installati al fine di acquisire mediante abbonamenti genuini il segnale da redistribuire poi alle migliaia di clienti in tutto il paese, attraverso una complessa architettura hardware e software. A questi ultimi era richiesto il pagamento di una cifra ben inferiore rispetto a quella dell’offerta ufficiale.

A tremare ora sono anche i già citati 11.000 abbonati della piattaforma. Per loro non è da escludere la possibilità di una sanzione che può arrivare a diverse migliaia di euro, anche per la sola fruizione del servizio senza finalità di lucro.

L’intervento della Polizia Postale

Il blocco dell’attività reso possibile dal lavoro della sezione Financial Cybercrime ha permesso di assestare un colpo decisivo a ZSAT, il cui business è definito “milionario”. Parte dei proventi illeciti (è stimato un giro d’affari complessivo di oltre 700 milioni per il 2018), come leggiamo nel comunicato relativo all’operazione, può finire nelle casse delle organizzazioni criminali, sia del paese sia internazionali. A questo va ovviamente aggiunto il mancato profitto per gli operatori che vedono così vanificati i loro investimenti.

Tecnicamente, le IPTV pirata rendono possibile la visione, attraverso Internet, dei canali delle Pay TV normalmente trasmessi via satellite, attraverso la stipula di abbonamenti illeciti i quali, a fronte di costi irrisori per il cliente finale e dietro l’istallazione di un semplice dispositivo domestico (“Pezzotto”), offrono la possibilità di accedere all’intero palinsesto, nazionale ed internazionale, delle più note emittenti satellitari a pagamento.

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