Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Il Parlamento Europeo, in vista ormai del rimpasto dettato dalle imminenti elezioni europee, ha voluto contrassegnare la fine del proprio percorso con un’espressione cautelativa in termini di sicurezza informatica.

Questo importante successo consentirà all’UE di tenere il passo con i rischi per la sicurezza nel mondo digitale per gli anni a venire. La legislazione è una pietra angolare per far sì che l’Europa diventi un attore globale nel campo della sicurezza informatica. I consumatori, così come l’industria, devono potersi fidare delle soluzioni informatiche.

Angelika Niebler, relatrice del provvedimento

Il voto (586 voti favorevoli e 44 contrari) esprime una vasta preoccupazione inserita nel contesto di una tangibile incertezza geopolitica che trova concretezza in tre aspetti specifici di intervento:

  • una certificazione di sicurezza informatica UE per prodotti, processi e servizi;
  • maggiori poteri all’agenzia di sicurezza informatica dell’UE;
  • affrontare le minacce informatiche della Cina su installazione delle reti 5G.

Si crea così il primo schema di certificazione a livello europeo per garantire che i prodotti, i processi e i servizi venduti nell’UE soddisfino gli standard di sicurezza informatica.

Il Parlamento Europeo, in particolare, esprime esplicita preoccupazione circa gli interessi cinesi nel mondo del 5G (ogni riferimento a Huawei è tanto indiretto quanto implicito nel discorso): il timore è quello di possibili “backdoor” che consentano alle autorità di cinesi di avere uno spioncino aperto sulle comunicazioni private, sulle proprietà intellettuali e sulle infrastrutture critiche dell’Unione Europea. Si esprime particolare timore in relazione alle leggi cinesi sulla sicurezza, poiché con l’avvento del 5G il problema legislativo potrebbe farsi a stretto giro di posta un concreto problema di sicurezza continentale:

I deputati chiedono alla Commissione e agli Stati membri di fornire soluzioni per affrontare le vulnerabilità informatiche nell’acquisto dei materiali per il 5G, e propongono di: diversificare gli acquisti con diversi fornitori, introdurre procedure di appalto in più fasi, stabilire una strategia per ridurre la dipendenza dell’Europa dalla tecnologia di sicurezza informatica straniera e creare un sistema di certificazione cyber-sicurezza per l’introduzione del 5G.

Il voto attribuisce inoltre poteri e risorse maggiori all’ENISA (European Network and Information Security Agency) e pone l’accento sul Cybersecurity Acteuropeo per una maggior vigilanza sulle infrastrutture critiche e le potenziali infiltrazioni di reti, apparati e attori non certificati. Nelle stesse ore in cui il Parlamento Europeo esprime a maggioranza la propria convinzione nel non poter più considerare la Russia un partner strategico (con tanto di minaccia di ulteriori sanzioni), il voto sulla sicurezza informatica ha tutto il sapore di una presa di posizione politica all’interno di uno scontro di alto livello.

La sicurezza informatica non è dunque fine, ma mezzo: soltanto garantendo le infrastrutture critiche ci si mette al riparo dalle possibili inferenze “nemiche”. Alcuni brand rischiano di rimanere incastrati in questo braccio di ferro, così come successo con Huawei negli USA ed ora potenzialmente anche in Europa.

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Quando tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 prese vita ciò che di lì a poco sarebbe stato chiamato World Wide Web, non tutti ebbero fin da subito una piena comprensione di ciò che stava per accadere. Tra gli aneddoti raccolti dal CERN per celebrare i primi 30 anni del mondo online così come oggi lo conosciamo, uno chiama in causa i Fab Four di Liverpool.

Tim Berners-Lee, il Web e i Beatles

L’aneddoto fa riferimento a Tim Berners-Lee, alla sua visionaria idea per organizzare in un modo efficiente e strutturato le informazioni, alla sua concezione di rete costantemente connessa e condivisa. Quando nel 1991 chiese di poter organizzare una conferenza in cui discutere il funzionamento di un sistema capace di correggere in modo automatico i collegamenti ipertestuali rotti (i link che non conducono ad alcuna risorsa), la sua domanda fu respinta da Wendy Hall della Southampton University.

Tim Berners-Lee nel dicembre 1991

A raccontare il curioso episodio è James Gillies, Senior Communications Advisor dell’istituto svizzero, che durante il proprio lavoro focalizzato sul ricostruire nel dettaglio le origini del mondo online chiese a Hall come si sentisse a proposito del rifiuto. La sua risposta è alquanto significativa: come la persona che all’inizio degli anni ’60 ha chiuso la porta in faccia ai Beatles.

Il riferimento è al manager dell’etichetta discografica Decca che nel 1962 scelse di mettere sotto contratto i Tremeloes di Brian Poole e non il quartetto di Liverpool. Di lì a poco John Lennon, Paul McCartney e George Harrison (Ringo Starr si sarebbe unito a loro qualche mese più tardi), avrebbero intrapreso una carriera capace di lasciare un solco indelebile nella storia della musica, definendo nuovi paradigmi e scrivendo i brani sui quali più generazioni di gruppi rock si sarebbero fatti le ossa nei decenni a venire. Un po’ quanto 30 anni fa ha fatto Berners-Lee con il WWW.

Nel corso della sua intervista, disponibile in versione integrale sul sito del CERN come parte delle celebrazioni per l’evento #MyWeb30, Gillies racconta di esser risalito nel corso della sua ricerca a un documento degli anni ’40 firmato dall’ingegnere statunitense Vannevar Bush e intitolato As We May Think, contenente una prima descrizione rudimentale di quel che poi sarebbero diventati i collegamenti ipertestuali, applicata all’ambito scientifico per l’archiviazione e l’organizzazione del materiale accademico attraverso un macchinario chiamato Memex. Oggi il Memex ed il suo “As we may think” sono il punto di partenza per gli studi universitari relativi al modo in cui concepiamo il digitale e il Web, ma è solo con Tim Berners-Lee che la visione di Vannevar Bush ha trovato compimento: in un’altra era, con altri strumenti, con un quadro della situazione più definito e completo. L’innovazione siede sempre sulle spalle dei giganti.

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Obbligare l’utente ad accettare l’impiego dei cookie perché possa proseguire nella navigazione e consultare una risorsa online costituisce una pratica non conforme a quanto stabilito dal GDPR. Lo afferma la Dutch Data Protection Authority (DPPA) olandese, al termine di un’indagine avviata e condotta in seguito alla ricezione di molteplici segnalazioni.

Cookie wall e GDPR

Il nuovo regolamento europeo riguardante il trattamento dei dati, in vigore dallo scorso anno in tutto il vecchio continente (Italia compresa), prevede che i gestori di un sito Web ottengano il consenso informato dall’utente prima di salvare una qualunque informazione sul suo conto, anche se si tratta di quelle necessarie all’erogazione delle inserzioni pubblicitarie oppure all’analisi delle statistiche di utilizzo. Ci sono però portali che, nel caso in cui il navigatore non selezioni il pulsante “I agree” (“Accetto”), impediscono di proseguire nella navigazione.

Come fa notare la redazione del sito TechCrunch, tra coloro che attuano un comportamento di questo tipo c’è anche l’Interactive Advertising Bureau (IAB), l’associazione di categoria che rappresenta oltre 600 società operanti negli ambiti della comunicazione e della pubblicità online all’interno dei territori di Stati Uniti e Unione Europea. Visitando la homepage del sito IABEeurope.eu ci si trova di fronte al messaggio “Cookie Notice” visibile nello screenshot di seguito: non c’è modo di proseguire e consultare le pagine del portale se non facendo click su “I agree”, nemmeno accedendo alla versione approfondita del documento tramite il link “More info”.

La homepage del sito IAB Europe

Un esempio utile a capire quanto, secondo la tesi sostenuta dalla DPPA, prima di poter considerare davvero efficaci le misure introdotte dal GDPR ci sia ancora parecchio lavoro da fare. L’autorità olandese solleva una questione che dovrà per forza di cose essere affrontata, facendo chiarezza sui criteri da valutare per attribuire (o meno) la conformità a un regolamento che quasi un anno dopo la sua introduzione a livello continentale presenta ancora più di qualche zona d’ombra.

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Gli utenti Skype che non possono o non hanno intenzione di scaricare e installare la versione tradizionale del software sul proprio computer possono affidarsi ormai da qualche tempo a Skype per il Web (in inglese Skype for Web), accessibile da browser Edge e Chrome su qualsiasi computer con sistema operativo Windows 10 e macOS (dalla 10.12 in poi). Oggi Microsoft annuncia di aver rinnovato il servizio.

Skype per il Web, le novità

Tra le novità introdotte (già in preview dall’ottobre scorso) segnaliamo la possibilità di effettuare videochiamate in alta definizione sia tra due utenti sia di gruppo. Si possono inoltre registrare le chiamate (installando il software lo si può fare anche con le videochiamate), così da tenere traccia ad esempio di quanto discusso in una riunione da remoto o durante un’intervista. Ancora, Skype per il Web include ora il pannello delle notifiche utile per cogliere con un solo sguardo i messaggi ricevuti così come le citazioni all’interno delle chat. Non manca poi la possibilità di effettuare una ricerca all’interno del testo inviato o ricevuto nelle conversazioni, semplicemente digitando una parola o una frase.

L'interfaccia del nuovo Skype for Web

 

Un altro elemento inedito e che può essere osservato dallo screenshot allegato qui sopra riguarda la galleria dei contenuti scambiati in una chat dove è possibile in pochi click risalire a immagini, link e documenti condivisi in passato, senza la necessità di dover compiere scroll infiniti.

Skype per il Web diventa dunque sempre più simile alla sua controparte tradizionale, rispondendo a un’esigenza manifestata dalla community di utenti ed evolvendo le proprie funzionalità anche sulla base dei feedback e dei suggerimenti raccolti da coloro che hanno già avuto modo di metterne alla prova le caratteristiche. Il debutto pubblico è avvenuto nell’aprile 2016, anticipato da una fase beta. Per maggiori informazioni sul funzionamento rimandiamo alla guida ufficiale, disponibile anche in italiano. Ecco quanto si legge sulle pagine del blog ufficiale, nell’annuncio delle novità introdotte oggi.

Siamo sempre alla ricerca di nuovi modi per migliorare l’esperienza, la qualità e l’affidabilità, per connettere le persone su qualsiasi dispositivo. Ci piacerebbe ascoltare il tuo parere attraverso al Skype Community dove milioni di utenti si sono registrati per condividere la loro esperienza, i feedback e le storie legate a Skype.

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Non si può certo affermare che Google Glass si sia rivelato un device capace di soddisfare le aspettative e le ambizioni del lancio, almeno dal punto di vista del successo commerciale a livello consumer della Explorer Edition. Gli occhiali di bigG per la realtà aumentata hanno comunque trovato un loro ambito di applicazione nel settore professionale, con il lancio della Enterprise Edition risalente al 2017 ancora oggi impiegata da alcune aziende. A quanto pare, il gruppo di Mountain View ha messo in cantiere un secondo modello.

Google Glass 2, la nuova Enterprise Edition

Spuntano oggi in Rete le prime immagini (visibili di seguito) di quella che sembra essere la nuova generazione del dispositivo, accompagnate da un elenco con le specifiche tecniche in dotazione: processore Qualcomm Snapdragon 710, 3 GB di RAM, modem LTE integrato per la connettività, moduli WiFi 802.11ac e Bluetooth 5.0, fotocamera da 32 megapixel in grado di registrare video 4K a 30 fps o Full HD a 120 fps. Caratteristiche equivalenti a quelle di uno smartphone di fascia media, ma racchiuse all’interno di un form factor dalle dimensioni decisamente ridotte.

Un passo in avanti significativo, se si considera che il modello attuale offre 2 GB di RAM e sensore da 8 megapixel. Nessuna indicazione in merito al quantitativo di memoria per lo storage. Lato software dovrebbe trovar posto una piattaforma basata su Android Oreo.

Nella fotografia in in basso a destra è possibile notare la presenza di una porta USB-C delegata al trasferimento dei dati e alla ricarica della batteria interna, la cui capacità non è stata svelata. Sostituirà il sistema di pin presente sul primo modello degli occhiali.

La porta USB-C presente sulla seconda generazione di Google Glass

 

I Google Glass di seconda generazione sono già stati oggetto nell’autunno scorso di un primo rumor, quando sono comparsi nel database dei dispositivi certificati dalla FCC con il nome in codice A4R-GG2. Non è dato a sapere quando debutteranno sul mercato, né a che prezzo. Maggiori informazioni potrebbero giungere dall’evento Google I/O 2019 in programma dal 7 al 9 maggio. Gli occhiali potrebbero costituire un concorrente per HoloLens 2 di Microsoft, appena presentato, rivolgendosi ai professionisti che sono alla ricerca di strumenti basati su realtà aumentata e mixed reality per supportare la loro attività quotidiana.

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