Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Martedì, 16 Aprile 2019 11:08

Cloud gaming in 5G: una realtà possibile?

Il mondo videoludico sta cambiando, piaccia o meno. Si sta muovendo in una direzione che porterà al graduale abbandono del supporto fisico (la nuova Xbox One S senza lettore per i dischi lo testimonia) e alla progressiva diffusione di soluzioni legate al cloud gaming (Stadia di Google e xCloud di Microsoft debutteranno a breve) che permetteranno di giocare in streaming ai titoli AAA senza dover acquistare una console dedicata o un PC con caratteristiche hardware di fascia alta. In un contesto simile, anche l’avvento delle nuove tecnologie legate alla connettività, i network 5G in primis, potrà contribuire a definire i nuovi connotati dell’industria videoludica.

Cloud gaming, eSport e 5G

Proviamo a immaginare lo scenario: accenderemo il nostro PC, smartphone, tablet o televisore e, così come oggi apriamo Netflix per guardare un film o gli episodi di una serie TV, potremo lanciare uno delle centinaia di giochi proposti dalle diverse piattaforme. Si avvierà immediatamente, senza attese, download né installazioni. Una volta terminata la partita, basterà un gesto altrettanto semplice per chiuderlo e magari passare a un altro titolo, potendo poi riprendere in un secondo momento esattamente da quel punto, con la gestione dei salvataggi delegata al cloud.

A differenza di quanto avviene con i contenuti multimediali video e audio, però, non sarà possibile farlo in modalità offline, scaricando il codice nella memoria interna, per ovvie ragioni. Dimentichiamoci dunque di poter giocare con Stadia, xCloud o con le alternative già lanciate come PlayStation Now o GeForce Now durante un viaggio in aereo.

E in mobilità, invece? Quello sarà possibile, ma non prima dell’avvento del 5G. Le reti attuali, 4G e LTE, non garantiscono infatti una latenza abbastanza ridotta da assicurare una comunicazione efficiente tra il dispositivo e il server remoto: anche pochi millisecondi possono fare la differenza tra l’invio di un comando e la sua esecuzione.

C’è da considerare anche il consumo di banda. Trasmettere un flusso video a risoluzione Full HD o addirittura in 4K esige un quantitativo di dati non indifferente e con i piani mobile offerti oggi dagli operatori non è sostenibile. Serviranno tariffe flat alle quali affidarsi per navigare quando ci si trova lontani dal WiFi senza la preoccupazione di veder esaurito in tutta fretta il contatore dei GB disponibili. Se la quantità di dati è una variabile importante, la latenza è invece un paradigma fondamentale: l’istantaneità offerta dal 5G è l’elemento abilitante che consente a cloud gaming ed eSport di essere effettivamente praticabili in mobilità, mettendo tutti i giocatori sullo stesso piano per poter misurare le rispettive capacità sui tempi personali di reazione invece che sui lag della rete. Tutto ciò sarà possibile, anche se forse non subito, insieme al 5G. Almeno questa è la promessa che tutti ci auguriamo di veder mantenuta.

Il 2019 verrà con tutta probabilità ricordato come un anno di transizione che ha spinto nuove modalità di fruizione dei giochi ad approcciare un mercato che da una parte guarda al futuro con Stadia e xCloud, dall’altra continua a far leva sull’effetto nostalgia proponendo riedizioni mini delle vecchie console strizzando l’occhio a chi ha più di una qualche primavera sulle spalle. E talvolta, con progetti come Antstream, le due cose convivono.

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Scatterà domani, martedì 16 aprile 2019, l’obbligo di emissione della Ricetta Elettronica Veterinaria in tutta Italia. La sua introduzione, per modalità e finalità, ricorda da vicino quella della Fattura Elettronica che tanto ha fatto discutere negli ultimi mesi. Andrà a sostituire il più tradizionale formato cartaceo nelle seguenti tipologie di documento: ricetta rossa in triplice copia, ricetta bianca non ripetibile, ricetta bianca ripetibile e prescrizione veterinaria di mangimi medicati o prodotti intermedi.

La Ricetta Veterinaria Elettronica

L’obiettivo è quello di supportare il Sistema Informativo Nazionale della Farmacosorveglianza nel percorso di digitalizzazione intrapreso. La ricetta (di seguito un esempio) emessa dal veterinario è contraddistinta da un numero identificativo accompagnato da un codice PIN di quattro cifre, generato dal sistema al momento della creazione. Una volta ottenuti questi dati, i cittadini non devono far altro che presentarli al farmacista per ottenere il medicinale prescritto. In alternativa, possono comunicare il proprio codice fiscale accompagnato dal PIN.

Un esempio di Ricetta Veterinaria Elettronica

Riportiamo di seguito uno schema che mostra in quale modo l’introduzione della Ricetta Veterinaria Elettronica intende migliorare l’efficienza dell’intero sistema che regola la distribuzione e la somministrazione dei farmaci destinati agli animali.

Il funzionamento della Ricetta Veterinaria Elettronica

Ricetta Elettronica Vet, l’applicazione

Segnaliamo la possibilità, per gli operatori abilitati all’emissione dei documenti, di scaricare sul proprio smartphone l’applicazione Ricetta Elettronica Vet, proposta in download gratuito nelle versioni Android e iOS. Per utilizzarla è necessario essere in possesso delle credenziali rilasciate dal Sistema Informativo Veterinario.

Screenshot per l'applicazione Ricetta Elettronica Vet su smartphone Android

Le possono richiedere medici veterinari liberi professionisti, detentori di allevamenti zootecnici, proprietari di allevamenti zootecnici, farmacisti operanti in grossisti farmaceutici, farmacisti operanti in farmacie, parafarmacie e punti vendita, operatori del settore mangimi, servizi veterinari locali o regionali. Curiosamente, come specificato sul sito ufficiale, il corretto funzionamento dell’operazione è garantito solo da desktop nonché attraverso i browser Chrome o Firefox.

Ricetta Veterinaria Elettronica: limiti per la registrazione e l'ottenimento delle credenziali

Di seguito un filmato realizzato dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise per illustrare il funzionamento della Ricetta Veterinaria Elettronica.

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Una cosa è parlare di adozione delle tecnologie cloud per le realtà che nascono oggi (volendo semplificare, le startup), un’altra è considerare un percorso di integrazione e migrazione applicato alle aziende che hanno invece un background basato su metodi e processi di business di tipo legacy. È in questo scenario che il concetto di Trasformazione Digitale al tempo stesso esprime tutte le proprie potenzialità e porta alla luce le difficoltà insite in un percorso di metamorfosi non sempre privo di ostacoli.

OCID19: intervista a Lorenzo Anzola, CIO di Mapei

Ne abbiamo parlato con Lorenzo Anzola, CIO di Mapei, in occasione dell’Oracle Cloud Innovation Day 2019 andato in scena ieri all’Auditorium della Tecnica di Roma. Una chiacchierata riservata alla stampa, a lato dell’evento che si è snodato lungo tutta la giornata tra sessioni di approfondimento tecnico e interventi sul palco per capire come e quando il cloud e le sue soluzioni possano costituire un fattore abilitante per la crescita e per la modernizzazione delle infrastrutture già operative. Un’intervista utile a comprendere come una realtà fondata ormai quasi un secolo fa (per essere precisi nel 1937) e arrivata oggi a operare in 34 paesi di tutto il mondo abbia affrontato e stia affrontando questo cammino.

Spesso il termine Innovazione viene associato alle realtà che popolano il mondo delle startup, ma come si affianca a un gruppo consolidato e strutturato come Mapei? 

Se io oggi dovessi avviare una startup avrei molti meno problemi. Anzitutto non comprerei hardware e farei quasi tutto attraverso il cloud. A mio avviso oggi non esistono startup che mettono in conto investimenti su hardware o licenze software. Molto cambia quando invece si ha a che fare con una legacy di 20-25 anni o più.

Sorgono allora due problemi: il primo riguarda il fatto che all’ecosistema in uso nel tempo si sono aggiunte componenti dedicate a utilizzi specifici. Il concetto di sviluppo legacy è morto dieci anni fa: quasi tutti hanno smesso di implementare nuove funzionalità sugli ERP, ad esempio sugli AS400, iniziando a comprare le soluzioni proposte dal mercato e integrandole. Ecco come si è venuto a creare l’ecosistema da integrare e interfacciare con le nuove realtà in cloud. Si tratta di un problema di evoluzione strategica dei sistemi: bisogna definire un percorso di evoluzione, a meno che non ci si possa permettere un big bang, ma nel mondo Mapei che si struttura in 84 stabilimenti nel mondo la vedo un po’ dura.

L’altro problema riguarda le skill. All’interno del comparto IT, nel tempo, sono andate creandosi due aree: una per la gestione dell’infrastruttura e della tecnologia (hardware, database ecc.) e l’altra per la gestione della business application, del processo produttivo. Con l’avvento del cloud, la prima diviene più gestrice degli strumenti, soprattutto se ci si riferisce al multi-cloud. Mapei già dispone di alcune piccole applicazioni. Abbiamo aperto alcuni ambienti di sviluppo in cloud, ma bisogna fare attenzione.

Se non si fa attenzione, l’ambiente cloud ha un costo enorme: se lasci la macchina aperta 24 ore, non te ne accorgi, ma continua a consumare. Questo è un problema che, normalmente, chi sviluppava non era tenuto a considerare in quanto tenere sempre aperto e attivo un server non aveva costi eccessivi. È una cultura che va costruita affinché l’integrazione di questa nuova tecnologia e dell’innovazione non porti a delle diseconomie feroci. Può capitare di accorgersi mesi dopo di aver perso 10.000 euro per aver lasciato una macchina accesa.

Se non si fa attenzione, l’ambiente cloud ha un costo enorme…

Il provider non vi fornisce segnali di un’anomalia in corso?

Secondo me il provider, se tu accendi la macchina… Diciamo che dovrebbe essere facile identificare l’anomalia. Noi ci siamo trovati a dover imparare a gestire, in qualche modo, questa nuova architettura cloud.

Un’azienda come la vostra tratta direttamente con Oracle? 

Sì, con Oracle così come con Microsoft. Siamo multi-cloud. I sistemi saranno sempre più ibridi. Non è possibile pensare che non esisteranno più delle applicazioni che non convenga gestire on-premise. Faccio un esempio: il controllo accessi ai tornelli di ingresso, non vedo perché spostare questi dati in cloud.

Alcuni report parlano di una sorta di “ritorno al passato”, con i dati che dal cloud tornano on-premise. 

Il cloud non è la panacea di tutti i mali dell’IT, è un’ipotesi di evoluzione tecnologica da analizzare per capire se vale la pena adottarla. Oggi, per il CIO, il compito più importante è aiutare i colleghi del business bombardati ogni giorno da proposte di soluzioni. Bisogna capire se realmente sono in grado di portare dei benefici. Non è una cosa scontata.

Il cloud non è la panacea di tutti i mali dell’IT…

In linea generale quali sono le situazioni nelle quali il cloud offre un reale vantaggio? 

Partiamo dal presupposto che il centro IT di Maipei è di servizio, non fa sperimentazione. Adottiamo il cloud quando davvero funziona. È successo con la posta elettronica e con gli strumenti di collaboration, ma questo è ormai diventato uno standard.

Per altri aspetti, abbiamo un progetto legato all’HCM, per la gestione globale delle risorse umane, dove credo possano emergere dei vantaggi rispetto all’on-premise. Sull’ERP ho invece dei forti dubbi.

L’evoluzione dei costi, nel discorso cloud vs. on-premise, deve tenere conto anche di come varia il prezzo dell’hardware esistente: in quattro anni è diminuito del 45%, quello del cloud ha fatto altrettanto? Secondo me no. Ammesso che siano pari a livello di risultati applicativi, nell’on-premise, valutando bene gli acquisti, si ottengono risparmi notevoli.

Continuos delivery e costi di upgrade delle applicazioni legati ai test da condurre sulle applicazioni già integrate. A questi due aspetti, soprattutto, guardiamo per valutare se una soluzione cloud sia nel concreto migliore rispetto a una on-premise. A volte, la componente hardware necessaria per costruire un discreto data center con le macchine attualmente sul mercato…

… valutare se una soluzione cloud sia nel concreto migliore rispetto a una on-premise.

Ad oggi abbiamo in dotazione un sistema che gestisce tutta la parte relativa a scontistica, promozioni e prezzi, fornito da una realtà esterna che lo sta portando in cloud, mentre oggi è on-premise. Stiamo valutando se ne valga la pena. Come già detto, abbiamo poi già confermato il passaggio al cloud per quanto riguarda le risorse umane, per via della possibilità di conferire ai team locali una migliore gestione di operazioni che riguardano reclutamento, formazione e compensi, mantenendo al tempo stesso un coordinamento a livello centrale.

Nel suo intervento ha fatto cenno all’esigenza di creare un cloud privato quando ancora di cloud non si parlava, a cosa si riferiva? 

Quella è un po’ preistoria, stiamo parlando del 2005 circa. Mapei era composta da 16-17 dipartimentali, fortunatamente tutti uguali, ognuno però con le sue macchine e con il suo database. I costi per aggiornarli tutti, in termini di tempo, erano troppo elevati: ogni due mesi riuscivamo ad averli tutti allineati, ma allora era il momento di ricominciare. Da lì è nata l’esigenza di consolidare i sistemi, dopodiché siamo passati alla virtualizzazione.

Mapei è un’azienda più network-centrica che non data-centrica, vive sulle linee di comunicazione. Attualmente tutti gli utenti sono connessi al data center di Milano, anche quelli del Canada o della Corea, ma questo accadeva già dieci anni fa con quello che chiamavo “cloud privato”, che altro non è se non un metodo di distribuzione del servizio.

Mapei è un’azienda più network-centrica che non data-centrica…

E il salto verso il cloud che ha definito “serio”?

È iniziato con la posta e con tutta la parte di collaboration. Abbiamo cominciato 3-4 anni fa, impiegando 8-10 mesi per coprire tutto il mondo. Oggi prosegue con la parte legata alle risorse umane e discuteremo le possibilità legate all’ERP, che per il momento rimane on-premise: abbiamo l’AS400 proprietario ormai in dismissione e un altro in fase di migrazione, ma con tempi che non è semplice stimare. Abbiamo realizzato un core di riferimento, portando man mano le aziende ad adattarsi e ad adottarlo. Il CRM è on-premise, ma un suo passaggio al cloud costituisce più di una possibilità.

Su cosa si basa oggi la collaborazione di Mapei con Oracle? 

Su due aree: una riguarda le fasi di consolidamento del bilancio e del piano budget-marketing, l’altra lo Human Capital Management che vorremmo diventasse il riferimento per la gestione delle risorse umane.

Ci sono progetti in corso legati alle blockchain? 

Abbiamo delle idee, ma non abbiamo ancora realizzato applicazioni pratiche. Vogliamo capire se nell’ambito industriale ci siano delle aree nelle quali può risultare effettivamente utile. Al momento stiamo alla finestra, non le abbiamo ancora individuate, ma siamo a conoscenza di iniziative legate alla catena del fresco e alla fornitura dei materiali, soprattutto quelli più critici, che ci potrebbero interessare.

Personalmente non ho ancora visto applicazioni industriali o comunque pratiche davvero efficaci delle blockchain. Si possono fare tanti esempi o progetti pilota, ma spesso lasciano il tempo che trovano. A noi, di solito, viene chiesto di portare a casa risultati concreti.

Personalmente non ho ancora visto applicazioni industriali o comunque pratiche davvero efficaci delle blockchain.

Essendo Mapei attiva in 34 paesi nel mondo immagino si debba adattare a normative diverse per quanto riguarda il trattamento dei dati, con paletti più o meno stringenti. 

La questione ci ha richiesto un grande sforzo lo scorso anno, con l’arrivo del GDPR, anche dal punto di vista del budget e delle risorse. Va detto che come azienda non siamo obbligati ad avere un Data Protection Officer poiché non trattiamo dati sensibili se non quelli delle risorse umane: essendo una realtà B2B i dati dei clienti, se puramente relativi all’aspetto commerciale, si limitano all’anagrafica.

Nei 27 paesi europei abbiamo attuato un progetto comune definendo un registro di trattamento, mentre in America eravamo conformi già da tempo. Ci sono poi paesi in cui la questione è delicata, per via di una legislazione difficile da comprendere, come quelli dell’Estremo Oriente. In alcuni casi le norme impediscono di utilizzare il cloud o di fare delivery dall’esterno. Poi, nella realtà, o il cloud non si farà mai perché un terzo del mondo si oppone o si andrà nella direzione di cambiare queste regole.

Come si riesce a gestire un ambiente così eterogeneo come quello di Mapei dal punto di vista della sicurezza? 

Partiamo dalla sicurezza informatica: abbiamo adottato in tutte le sedi firewall e le soluzioni hardware necessarie. Poi, in collaborazione con una società esterna abbiamo avviato l’implementazione di un Security Operations Center che analizza il traffico all’interno della nostra rete, avvisandoci quando si verificano anomalie rispetto ai pattern di regolarità. Si tratta di un sistema che andrà migliorando nel tempo poiché basato sul machine learning, con algoritmi istruiti sulla base delle rilevazioni effettuate da sensori implementati ad hoc.

In tema di risorse umane disponiamo di un controllo accessi diversificato, ad esempio per chi fa ricerca e sviluppo che deve rispettare condizioni particolari o per gli ospiti che accedono agli stabilimenti. A questo si aggiungono misure come l’autenticazione a due fattori sui laptop, l’impiego dello smartphone come strumento di login quando ci si trova fuori dalle sedi e così via.

Mapei ha sempre prestato particolare attenzione alla sicurezza per via di un’esigenza propria: da lungo tempo opera in un gran numero di paesi e attraverso molte società, nulla ha mai potuto essere lasciato al caso e nel tempo abbiamo sempre cercato di migliorarci.

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Venerdì, 12 Aprile 2019 11:47

Cloud Generation 2, performance e sicurezza

Trasformazione Digitale, innovazione, virtualizzazione dei processi. Termini ormai d’uso comune per gli addetti ai lavori che hanno quotidianamente a che fare con il cloud e con le nuove modalità di gestione dei dati, ma che possono talvolta costituire un ostacolo ancor prima che una prospettiva di crescita per quelle realtà professionali che hanno costruito nel tempo il loro business basandolo su dinamiche più tradizionali e che, dunque, per cogliere le opportunità della nuvola necessitano di un supporto o anzitutto di comprendere quali siano le loro potenzialità.

Oracle e la Cloud Generation 2

Anche di questo si è parlato in occasione dell’evento Oracle Cloud Innovation Day 2019 (OCID19) andato in scena ieri a Roma, nella cornice dell’Auditorium della Tecnica. Una giornata che ha visto il gruppo chiamare a sé alcuni dei propri clienti operativi in Italia, per discutere di quelli che sono i vantaggi legati a un passaggio verso questo nuovo tipo di soluzioni e quali le difficoltà incontrate, con sessioni tecniche e approfondimenti su temi specifici quali database, blockchain, sicurezza e automatizzazione.

Ad aprire l’incontro Alessandro Ippolito, Country Technology Sales Leader di Oracle Italia, con il quale abbiamo scambiato quattro chiacchiere prima che l’evento prendesse il via. Il gruppo, oltre a proporsi come fornitore di servizi, vuol far leva sulla propria esperienza in modo da accompagnare le realtà professionali nell’affrontare un processo di trasformazione che talvolta può presentare complicazioni e incognite.

Conosciamo molto bene i nostri clienti. Ne conosciamo il passato e vogliamo aiutarli nel percorso di trasformazione digitale che passa dal cloud.

Oracle Cloud Innovation Day 2019: Alessandro Ippolito, Country Technology Sales Leader di Oracle Italia

Se la Trasformazione Digitale non è accompagnata dal successo di chi la attua è fine a se stessa. È necessario cogliere quali aspetti del business possano trarre un vantaggio concreto dalla transizione verso il cloud e quali invece possono continuare a poggiare su architetture on-premise, trovando per ogni situazione il giusto equilibrio, analizzando le specifiche esigenze, caso per caso. Comprendere dove lo spostamento delle applicazioni su un’infrastruttura remota, anche mediante Lift and Shift come spesso avviene per le realtà che si portano dietro un background importante, sia conveniente rispetto ad altre strade come l’adozione di soluzioni SaaS.

Oracle Cloud Innovation Day 2019: una delle sessioni di approfondimento

Non solo performance, ma sicurezza

Oracle parla di Cloud Generation 2 e lo fa con un obiettivo ben preciso: sottolineare come le sole performance non siano più sufficienti se non accompagnate da un adeguato livello di sicurezza, anche in considerazione delle legislazioni sempre più stringenti che vengono introdotte a livello internazionale per quanto concerne la gestione dei dati (il GDPR su tutti). La protezione delle informazioni a ogni livello non è più solo una necessità per scongiurare il rischio di compromettere la reputazione di un’azienda, ma diviene un obbligo a tutti gli effetti.

In un contesto di questo tipo, tenendo conto anche delle esigenze di coloro che per scelta o per eredità si trovano a dover fare i conti con un approccio multi-cloud alla gestione del proprio business (basando dunque le attività sulle offerte di diversi fornitori), è necessario mettere a disposizione del cliente le competenze e gli strumenti più adeguati per affrontare l’integrazione.

Il concetto di automatizzazione

Il fine ultimo è quello di ottimizzare la gestione dei carichi di lavoro, non di complicarla, ed è qui che entra in gioco il concetto di automatizzazione (Autonomous). L’obiettivo è quello di sollevare i responsabili IT dalla necessità di intervenire in operazioni come, ad esempio, l’applicazione delle patch di sicurezza, offrendo un sistema di tipo self-patching o self-repairing, senza compromettere la continuità operativa.

Quel che è emerso dalla full immersion dell’OCID19 è che non solo l’attività delle aziende sta cambiando in relazione al cloud, ma che il cloud stesso si trova ad affrontare un processo di metamorfosi, innescato da un lato dall’inevitabile evoluzione tecnologica dell’infrastruttura che lo compone, dall’altro dalla manifestazione di nuove esigenze e dall’acquisizione di nuove consapevolezze, la prima delle quali riguarda le potenzialità insite nell’impiego di soluzioni diversificate, personalizzate e adattate in modo da soddisfare ogni specifico bisogno.

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Venerdì, 12 Aprile 2019 10:46

Julian Assange è stato arrestato

Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, è stato arrestato. La rincorsa tra le parti è terminata a Londra tra Landon PI e Hans Cres, presso l’Ambasciata della Repubblica dell’Ecuador, tra le maglie di una trattativa internazionale che ha visto sfumare l’asilo politico e l’ultima garanzia di libertà per Assange. L’isolamento tra le stanze dell’Ambasciata durava ormai da lungo tempo, anche se nel frattempo il controllo di Wikileaks era passato di mano nel momento stesso in cui le certezze per il suo fondatore avevano iniziato a scricchiolare.

La libertà è terminata nel momento stesso in cui il Governo di Quito, guidato dal discusso Lenin Moreno, ha tolto l’asilo politico concesso ormai 7 anni or sono dall’ex-presidente Rafel Correa. Si tratta di una decisione che il Governo dell’Ecuador, stando alle dichiarazioni del Presidente, avrebbe preso per lavarsene le mani: Assange continuerebbe le attività che lo hanno reso ostile a molti paesi in tutto il mondo e la tutela dell’Ecuador rischiava di diventare un problema diplomatico non più gestibile né vantaggioso.

Wikileaks non ha perso tempo a ribaltare le accuse direttamente sulla scrivania di Moreno: lo scandalo INAPapers sarebbe la causa scatenante di un accordo tra Ecuador e Regno Unito, con Assange usato come pedina di scambio.

La storia di Assange è la storia di un’utopia che ha portato il giornalista-hacker (o qualsiasi altra definizione gli si voglia dare) alle attenzioni di tutto il mondo poiché tramite Wikileaks sono venuti alla luce scandali e notizie destinate altrimenti ad un forzoso oblio. Ben presto il nome di Assange è diventato un caso internazionale che ha polarizzato l’opinione pubblica attorno alla sua figura: chi vedeva una rivoluzione nella sua filosofia, chi ci vedeva soltanto un grave tradimento, chi ancora una pericolosa deriva o un motto di verità.

Nel frattempo Assange era sempre più solo e in fuga, cercando nell’asilo politico un’ancora di salvezza per non doversi trovare al cospetto di inquirenti e istituzioni nemiche. Molti – troppi – segreti sono infatti passati per le mani di Assange; molti – troppi – sono emersi senza filtro, mettendo in difficoltà non poche personalità politiche di tutto il mondo. Ora con quei segreti e con le loro conseguenze Assange dovrà fare i conti, o forse potrà giocarsi ancora qualche carta in quest’ultima trattativa. Le immagini del suo arresto lo mostrano battagliero, ma il suo aspetto ed il lungo isolamento raccontano una storia – umana e personale prima ancora che pubblica – costellata di difficoltà.

Julian Assange è ora nelle mani di Scotland Yard (così come nel 2010, prima del rilascio e della successiva fuga). Non dovrà rispondere delle accuse di molestia sessuale (caso con cui si è tentato di incastrarlo negli anni passati), ma al tempo stesso l’Ecuador avrebbe ottenuto rassicurazioni circa l’impossibilità di una estradizione verso paesi che prevedano la pena di morte. Perché a questo punto ogni ipotesi è valida ed il destino di Assange è scritto tra i nodi della politica internazionale. Nodi dietro i quali Assange troverà non pochi nemici pronti a presentare il conto.

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