Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Vodafone down oggi 14 giugno 2019 – Ancora problemi agli utenti della rete Internet italiana. Oggi, 14 giugno 2019, viene registrato (dopo quello di ieri) un nuovo down di Vodafone con segnalazioni in arrivo da tutta Italia. I problemi sono stati riscontrati e comunicati da migliaia di utenti, come dimostrato dai grafici di Downdetector, sito che monitora i disservizi di siti web, social network, reti telefoniche, emittenti tv e altri servizi. Secondo Downdetector le recenti segnalazioni su Vodafone sono per gran parte provenienti, nel pomeriggio, da: Milano, Roma, Torino, Napoli, Bologna, Verona, Bari, Padova. Insomma, il disservizio è stato riscontrato sia a Nord che a Sud, lungo tutto la penisola.

vodafone down oggi 14 giugno 2019

Nella giornata di ieri, 13 giugno, Vodafone, dopo la risoluzione del problema di rete è corsa ai ripari anche regalando ai suoi clienti mobile traffico dati illimitato per una giornata. Gli utenti hanno ricevuto un sms che li avvisava della inconsueta e inattesa promozione.

Il disservizio è stato descritto oggi anche nei commenti di diversi utenti sui social. “Da ieri in black-out totale telefonia fissa e internet”, è stato il messaggio postato da un utente. E ancora, un altro: “Non funziona nemmeno oggi altro che giga illimitati”. Non mancavano ovviamente le indicazioni delle località prive di connessione. Anche nei commenti gli utenti hanno indicato zone d’Italia molto distante. Una conferma di quanto i problemi siano emersi anche stavolta in regioni molto distanti.

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Per quasi vent’anni il CERN ha basato la propria infrastruttura informatica su Windows, ma le cose stanno per cambiare. L’istituto svizzero, luogo che ospita l’acceleratore di particelle LHC e che ha dato ai natali al World Wide Webcosì come oggi lo conosciamo, si affiderà in futuro a una piattaforma alternativa. Ancora non è dato a sapere quale, ma tutto sembra puntare nella direzione di Linux.

CERN: basta Windows, licenze troppo care

Le motivazioni non sono ideologiche, né mosse dall’urgenza di abbracciare un sistema open source, ma economiche. La scelta è la conseguenza diretta della decisione, presa da Microsoft, di revocare alla European Organization for Nuclear Research di Ginevra lo status di istituzione accademica: ciò si traduce nell’esigenza di far fronte a una spesa fino a dieci volte superiore per l’ottenimento delle licenze, fino ad oggi acquisite a un prezzo inferiore rispetto a quello di mercato.

Il CERN valuta ormai da diverso tempo l’ipotesi di adottare un nuovo sistema operativo, non proprietario e sul quale poter intervenire esercitando il pieno controllo, con benefici non solo per le casse dell’istituto, ma potendo così anche andare a soddisfare le proprie specifiche esigenze. Lo scorso anno ha messo in campo il progetto MAlt (Microsoft Alternatives) finalizzato proprio a trovare nuove strade da percorrere in seguito all’abbandono di Windows.

Già avviate anche sperimentazioni per trovare soluzioni alternative da destinare alla gestione della posta elettronica e alla comunicazione online (per quest’ultimo compito oggi l’organizzazione si affida a Skype for Business). Il cambiamento non sarà ad ogni modo immediato, per forza di cose. Prima che avvenga lo switch definitivo bisognerà assicurare che tutti i dati possano essere gestiti senza intoppi anche sulla nuova piattaforma adottata, garantendo al tempo stesso la continuità di funzionamento dei software e dei servizi già operativi. Insomma, potrebbero volerci anni.

Il CERN non è l’unica realtà istituzionale o governativa che si sta muovendo in questa direzione. Di recente anche il governo sudcoreano ha deciso di abbandonare Windows in favore di Linux: le motivazioni sono in questo caso sia di tipo economico (considerando il termine del supporto ufficiale a W7 comporterebbe una spesa) sia tecnologico, poiché le informazioni relative ai PC in uso trasmesse da W10 a Microsoft a fini statistici e di raccolta feedback non sono ritenute in linea con i requisiti del paese in termini di cybersecurity.

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l peggior nemico di Huawei non è Donald Trump, ma l’incertezza. Perché se con Donald Trump le trattative sembrano essere quantomeno in corso, nella speranza di trovare uno spiraglio di trattativa che sblocchi definitivamente l’arrivo di Android Q sui terminali in distribuzione, con l’utenza invece le frizioni rischiano di consumarsi immediatamente e con effetti deleteri. Un report firmato da Bloomberg, infatti, indica come possibile una pesante caduta delle vendite di terminali Huawei in tutto l’occidente, portando ad un risultato estremamente pesante che metterebbe il manico del coltello direttamente nelle mani del presidente USA.

Huawei, rischio caduta: -40%/-60%

Secondo quanto riportato da Bloomberg (peraltro a semplice conferma di quanto già emerso nelle settimane scorse dal South China Morning Post), Huawei si starebbe preparando ad una caduta del 40-60% delle vendite a livello internazionale. Huawei ha già respinto a suo tempo tali addebiti, spiegando di non aver ravvisato alcun rallentamento nei propri livelli di produzione:

Huawei rifiuta queste affermazioni. Il livello della nostra produzione globale è normale, senza alcun aggiustamento evidente in ambo le direzioni.

Le stime sarebbero in questa fase talmente basse che, onde evitare possibili flop di mercato con tutti i costi correlati, addirittura il gruppo potrebbe bloccare la distribuzione di quel Honor 20 che in Italia sarebbe dovuto arrivare probabilmente a partire dal 28 giugno (con grandi promesse “macro“). Ciò che non piace agli utenti, non piace ai carrier: secondo Bloomberg anche gli accordi di distribuzione potrebbero insomma saltare, generando una catena di conseguenze naturali che portano all’isolamento del brand cinese in questa complessa fase di stallo.

Huawei è ad oggi il marchio di maggior crescita nel comparto a livello internazionale: lo stesso brand che ha spaventato Samsung ed Apple grazie a prodotti di chiara qualità e di forte successo commerciale, oggi è messo alla berlina dal diktat USA che ha imposto di non cooperare più con un’azienda che gli Stati Uniti vedono come strumento di spionaggio nelle mani del governo cinese. Quando Google ha annunciato che non avrebbe più concesso la licenza per Android, il caso è esploso a livello internazionale e nel modo più pericoloso: è diventato notizia di pubblico dominio, scatenando i timori di quanti, in attesa di capire quale smartphone acquistare, hanno optato per una soluzione alternativa e più sicura. Huawei ha sempre negato e respinto le accuse USA, ma al momento Trump si dimostra irremovibile. Spiragli di trattativa emergono tra le righe, rumors indicano la possibilità che Android Q possa arrivare presto su alcuni terminali, ma nel frattempo l’incertezza si impone sovrana palesandosi come causa primaria dell’ipotizzato crollo delle vendite.

In questo contesto emerge il rinvio del Mate X a settembre, l’Honor 20 rimane in bilico e per la prima volta il mercato del gruppo non dipende tanto dai favori degli utenti (mai come in questa fase propensi ad acquistare un dispositivo Huawei), quanto dai capricci di una situazione geopolitica che ha scatenato proprio su Huawei le sue conseguenze peggiori. Solo le ottime previsioni di vendita sul mercato cinese sembrano poter compensare – in parte – l’ipotetica caduta sui mercati occidentali, ma l’isolazionismo forzato non sarebbe comunque una buona prospettiva.

Se il report Bloomberg fosse confermato, insomma, la bontà dell’innovazione Huawei su tutti i suoi ultimi terminali in ogni fascia di mercato sarebbe vanificata al di qua della Grande Muraglia dai timori di non poter aggiornare il dispositivo alla prossima versione di Android. Nessun fork proprietario sembra convincere gli utenti: al momento gli occhi sono puntati su Trump, sui comunicati ufficiali relativi a Honor 20 e sui prossimi dati di vendita che arriveranno da Shenzhen. Perché i rumor a questo punto non servono più: l’incertezza va respinta con nuove certezze. E l’utenza ci spera.

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Lunedì, 17 Giugno 2019 10:54

Il pozzo petrolifero, il ladro e i Bitcoin

E' una vicenda bizzarra quella che arriva dalla Cina, più precisamente dal distretto Haerken della città di Qiqihar, nel nord del paese. Un uomo è stato arrestato per furto. Fin qui nulla di troppo strano o eclatante, non fosse che la refurtiva è un quantitativo di energia elettrica dal valore quantificato in circa 7.000 dollari, sottratto a un pozzo petrolifero gestito dalla compagnia operativa nel Daqing Oilfield (il più grande giacimento cinese) e impiegato per il mining di Bitcoin.

La testata locale Huanqiu.com che ha riportato la notizia ha condiviso anche l’immagine allegata di seguito in cui è possible localizzare il pozzo, l’impianto da cui è stata sottratta la corrente e il locale dove erano operative le macchine per il mining. Il collegamento avveniva mediante un cavo fatto passare all’interno di uno stagno, così da risultare invisibile agli occhi degli addetti ai lavori. In seguito alla segnalazione, le forze dell’ordine hanno condotto le indagini con l’impiego di un drone, identificando dall’alto la struttura di metallo in cui erano posizionate circa 20 postazioni attraverso le quali generare la criptovaluta.

Il luogo del crimine

Non è la priva volta che qualcuno ricorre a mezzi poco legali per ottenere l’elettricità necessaria al mining dei Bitcoin, un’operazione energivora poiché richiede l’attività ininterrotta di un calcolatore. Nell’ottobre 2018 un caso del tutto simile, sempre in Cina, con un furto stimato in circa 15.000 dollari e il responsabile condannato a tre anni e mezzo di reclusione oltre che al pagamento di un’ammenda.

La Cina e il problema mining

La vicenda ci offre lo spunto per richiamare un articolo pubblicato un paio di mesi fa: la questione legata al mining ha assunto proporzioni tanto preoccupanti per il paese asiatico che le autorità hanno preso in considerazione l’ipotesi di vietare la pratica. Il motivo è da ricercarsi proprio nel consumo di energia.

I paesi più attivi al mondo nel mining delle criptovalute

Come si può vedere dal grafico allegato qui sopra (fonte Buy Bitcoin Worldwide), in Cina viene generato oltre il 70% dei Bitcoin in circolazione a livello mondiale. Questo perché in alcune regioni del paese l’approvvigionamento di energia elettrica è fino ad oggi stato reso accessibile a prezzi molto bassi, a causa della presenza in loco di impianti alimentati a carbone o idroelettrici. C’è dunque chi chiede di “decentralizzare la moneta decentralizzata”, distribuendo in modo più omogeneo a livello planetario la sua gestione.

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Mercoledì, 12 Giugno 2019 16:30

La Russia e l'influenza sulle Elezioni Europee

A poche settimane di distanza dalle elezioni che hanno rinnovato la composizione del Parlamento Europeo, da Bruxelles giunge un report sul tema della disinformazione che fa riferimento all’attività condotta sui social network da non meglio precisati soggetti ritenuti vicini alla Russia con l’obiettivo di influenzare i cittadini del vecchio continente chiamati alle urne. Una dinamica simile a quella già registrata negli Stati Uniti in concomitanza con le Presidenziali 2016 che hanno portato Donald Trump alla Casa Bianca.

Al comunicato il compito di fare il punto sulle iniziative fin qui messe in campo al fine di contrastare il fenomeno, sull’efficacia delle misure attuate e sugli aspetti che ancora presentano margini di miglioramento. Il passaggio che reputiamo di maggior interesse è quello in cui si fa esplicito riferimento alle attività intercettate sulle piattaforme online nel periodo che ha visto accendersi il dibattito legato alla campagna elettorale prima che i residenti negli stati membri fossero chiamati a esprimere il proprio voto.

Si parla di interferenze perpetrate con lo scopo di spingere il tasso di astensione (l’affluenza registrata è stata pari al 50,95%, +8,34% rispetto al 2014) e di polarizzare le opinioni su temi delicati come immigrazione o sovranità. Qualcosa suona familiare?

… le prove raccolte mostrano un’attività continuativa e prolungata da parte di fonti russe, finalizzata ad abbattere la percentuale dei votanti e a influenzarne le preferenze. Riguardano un ampio spettro di argomenti, dal mettere in discussione la legittimità democratica dell’Unione all’innescare dibattiti pubblici divisivi su temi come l’immigrazione e la sovranità.

 

Disinformazione e politica, non solo Russia

Bruxelles, pur senza citare direttamente nomi, cognomi, partiti o movimenti (ognuno potrà farlo da sé), bacchetta alcuni politici nazionali che nel tentativo di guadagnare le simpatie e le preferenze degli elettori sono soliti adottare metodologie di linguaggio e tecniche comunicative ritenute in linea con quelle etichettate come disinformazione.

Questo conferma come le campagne di disinformazione attuate da realtà legate o non legate a uno stato costituiscano una minaccia per l’Unione Europea. È in atto un trend che vede soggetti promuovere visioni estremiste e polarizzare il dibattito locale, anche attraverso attacchi non fondati all’UE. I protagonisti della politica nazionale spesso adottano questo approccio e gli stessi metodi di esposizione degli argomenti impiegati dalle fonti russe in questione per puntare il dito nei confronti dell’Europa e dei suoi valori.

Stando al report, le pratiche riconducibili al territorio della disinformazione identificate nel corso dell’ultimo periodo e attribuite a fonti russe sono salite da 434 nel gennaio 2018 a 998 nel gennaio 2019. Si cita anche l’impiego delle immagini relative all’incendio di Notre-Dame per sostenere tesi legate a un declino dei valori cristiani ed europei. In quel caso anche gli algoritmi di YouTube hanno fatto registrare un inciampo.

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