Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Martedì, 23 Luglio 2019 12:37

Google non ti assume se sei troppo vecchio?

Il gruppo di Mountain View ha sottoposto alla US District Court for the Northern District of California un documento in cui afferma la volontà di porre fine al caso che vede l’azienda accusata di discriminazione nei confronti di alcune persone candidate a diventare suoi dipendenti. Se il giudice darà il via libera, Google staccherà un assegno dal valore di 11 milioni di dollari per chiudere la questione.

Google, una questione di età e assunzioni

Tutto ha avuto inizio nel 2015, quando un uomo di nome Robert Heath, allora di 60+ anni, è stato sottoposto a un colloquio telefonico da un ingegnere di bigG. Dopo essere stato definito come “un ottimo candidato” da un addetto alle assunzioni, si è visto negare un contratto per ragioni che sostiene essere legate alla sua età. Nel corso della conversazione i due hanno avuto un confronto sul significato di “byte”: per l’intervistatore è da considerarsi esclusivamente come un insieme di 8 bit, mentre Heath ha ricordato che sui sistemi di un tempo il range poteva variare da 6 a 40 bit.

Sebbene il caso sia stato chiuso nel mese di dicembre con il raggiungimento di un accordo tra le parti, un altro del tutto simile è proseguito fino a oggi, portato avanti da Cheryl Fillekes a partire dal 2016. La donna (50+ anni) afferma di aver ricevuto la richiesta di inviare una seconda volta il proprio curriculum vitae a Google, con ulteriori dettagli in merito al periodo della sua formazione, così da poter stabilire con certezza la sua età anagrafica. Questo, anche dopo quattro colloqui in cui non sono emersi problemi in termini di competenze o preparazione, stando al suo parere le ha impedito di ottenere una proposta di lavoro.

Fillekes guida la class action che coinvolge un totale pari a 227 persone: tutte lamentano problemi simili. Il gruppo di Mountain View ora offre complessivamente 11 milioni di dollari per archiviare la vicenda, con la promessa di istruire i propri dipendenti in modo da evitare che situazioni simili possano ripetersi nuovamente in futuro. Con il via libera del giudice, ogni querelante riceverebbe 35.000 dollari. A Fillekes ulteriori 10.000 per aver portato avanti la causa. La cifra inclu

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Nel mese di giugno in Italia c’è stata una domanda di elettricità pari a 27,8 miliardi di kWh. La cifra dice poco di per sé se non si conoscono i trend, tra le righe dei quali è invece possibile capire qualcosa di più: la domanda di energia è stata in aumento del 2,9% rispetto allo stesso mese del 2018 e tutto ciò tenuto in considerazione che:

  • c’è stato un giorno lavorativo in meno, cosa che dovrebbe teoricamente abbassare la media dei consumi;
  • c’è stata una temperatura media più elevata di 1,2 gradi centigradi, cosa che ha portato invece all’impennata registrata

Una lettura del dato al netto di agenti esterni di variazione è fornita da Terna all’interno del proprio report mensile sui consumi:

Il dato destagionalizzato e corretto dagli effetti di calendario e temperatura porta a una variazione positiva della domanda elettrica di giugno dell’1,5%. La domanda del primo semestre del 2019 risulta in flessione dello 0,6% rispetto al corrispondente periodo del 2018.

Complessivamente l’Italia ha prodotto l’88,2% del fabbisogno con produzione nazionale (24,7 miliardi di kWh, quota che ben spiega la volontà di insistere sulle rinnovabili per arrivare ad una produzione autoctona che copra l’intero fabbisogno e regali all’Italia una tranquilla autonomia). La produzione interna è aumentata del 3,7% (più dei consumi, quindi, il che evidenzia il tasso positivo netto verso l’obiettivo dell’autonomia), ma con andamenti differenziati tra le varie fonti rinnovabili di approvvigionamento:

  • geotermico +0,4%
  • fotovoltaico +5,3%
  • termico +9,2%
  • idroelettrico (-1,1%)
  • eolico (-30%)

I dati sono riferiti all’andamento anno su anno tra giugno 2018 e giugno 2019, periodo nel quale si registra anche un’interessante +54% nell’esportazione di energia.

Energia elettrica in Italia

Fotovoltaico e altre fonti

Altro dato particolarmente interessante è relativo all’energia prodotta da fotovoltaico. Sebbene il dato netto sia in aumento (l’energia prodotta nel mese di giugno è in aumento di circa il 25% rispetto al mese precedente e il dato progressivo annuo è del 9,8% superiore rispetto al 2018), si registra una “strana” distribuzione della potenza installata sul territorio. La zona che in assoluto ha investito di più nel fotovoltaico, infatti, è quella che in assoluto rende di meno, ossia il nord.

Italia e Fotovoltaico

Per contro il sud ha investito massicciamente nell’eolico, la cui produzione appare complementare con la produzione da fotovoltaico: i picchi dell’uno corrispondono ai momenti bassi dell’altro, incrocio statistico particolarmente interessante ai fini delle valutazioni complessive relative alla produzione ed al fabbisogno nazionale.

In calo, invece, la produzione da fonte idroelettrica (impianti a bacino, serbatoio e acqua fluente): -17,1% rispetto al dato progressivo annuo del 2018. Su questo fronte molto si giocherà a seguito dei nuovi certificati proposti dall’Italia e approvati dall’UE, circa 5 miliardi di euro di incentivo che dovrebbero rinvigorire gli investimenti nel comparto.

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186.900 euro in contanti, una macchina professionale per contare le banconote, un quantitativo non meglio precisato di lingotti d’oro e due wallet hardware per le criptovalute (presumiamo anche Bitcoin). È quanto rinvenuto nascosto nei bagni e nella spazzatura di un’abitazione di Palermo, quella del 35enne identificato come il gestore di ZSAT, una piattaforma IPTV italiana che si occupava di trasmettere ai suoi utenti i contenuti del network Sky Italia, in modo del tutto illegale e non autorizzato, mediante pezzotti o dispositivi di vario tipo configurati ad hoc.

ZSAT: 11.000 abbonati per la IPTV

A comunicarlo la Polizia Postale, al termine di un’attività condotta sotto il coordinamento della Procura del capoluogo siciliano. Nella camera da letto sono inoltre stati rinvenuti ben 57 decoder, installati al fine di acquisire mediante abbonamenti genuini il segnale da redistribuire poi alle migliaia di clienti in tutto il paese, attraverso una complessa architettura hardware e software. A questi ultimi era richiesto il pagamento di una cifra ben inferiore rispetto a quella dell’offerta ufficiale.

A tremare ora sono anche i già citati 11.000 abbonati della piattaforma. Per loro non è da escludere la possibilità di una sanzione che può arrivare a diverse migliaia di euro, anche per la sola fruizione del servizio senza finalità di lucro.

L’intervento della Polizia Postale

Il blocco dell’attività reso possibile dal lavoro della sezione Financial Cybercrime ha permesso di assestare un colpo decisivo a ZSAT, il cui business è definito “milionario”. Parte dei proventi illeciti (è stimato un giro d’affari complessivo di oltre 700 milioni per il 2018), come leggiamo nel comunicato relativo all’operazione, può finire nelle casse delle organizzazioni criminali, sia del paese sia internazionali. A questo va ovviamente aggiunto il mancato profitto per gli operatori che vedono così vanificati i loro investimenti.

Tecnicamente, le IPTV pirata rendono possibile la visione, attraverso Internet, dei canali delle Pay TV normalmente trasmessi via satellite, attraverso la stipula di abbonamenti illeciti i quali, a fronte di costi irrisori per il cliente finale e dietro l’istallazione di un semplice dispositivo domestico (“Pezzotto”), offrono la possibilità di accedere all’intero palinsesto, nazionale ed internazionale, delle più note emittenti satellitari a pagamento.

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Un nuovo malware con le vestigia del cavallo alato greco Pegasus è diventato il simbolo di una società israeliana, e sarebbe in grado di violare l’intero sistema di dati in cloud di WhatsApp. Inoltre, sembra siano sotto attacco anche le banche dati di Facebook, Apple, Google, Amazon e Microsoft. Praticamente siamo tutti sotto scacco, come ha riportato una fonte del Financial Times.

 

L’azienda israeliana NSO, responsabile dello sviluppo di Pegasus, avrebbe messo in vendita il proprio prodotto dimostrando come il malware acceda facilmente ai cloud delle più grandi compagnie di software statunitensi. A disposizione di vari criminali acquirenti ci sarebbero: cronologia delle chat Whatsapp e delle posizioni degli utenti,foto, acquisti con carte e ricerche sul web.

 

Whatsapp sotto attacco: il virus Pegasus viola le nostre chat

Dopo le dichiarazioni sbattute in prima pagina del Financial Times, le grandi aziende americane Facebook e Google hanno prontamente smentito la violazione nei loro servizi cloud. Anche la stessa società israeliana ha negato fermamente di aver fornito una tale informazione:”Non forniamo programmi in grado di hackerare o archiviare grandi quantità di dati provenienti da applicazioni, servizi o infrastrutture in cloud“.

Tuttavia, smentite a parte, l’esistenza di Pegasus è confermata. Secondo chi ne ha svelato il funzionamento, tale può violare qualsiasi sistema cloud, entrando in pratica in molti smartphone Android e iOS e raccogliere informazioni. La società NSO avrebbe intenzione in realtà di venderlo solo ai governi per controllare tramite smartphone eventuali celle terroristiche. Ma, guarda caso, tracce di Pegasus sono state rinvenute anche sul telefono di attivisti per i diritti umani: è il caso di Omar Abdulaziz, un uomo collegato con il giornalista saudita morto Jamal Khashoggi. 

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Lunedì, 22 Luglio 2019 12:16

Apple offre un miliardo per i modem di Inte

Che Apple sia intenzionata ad acquisire il business di Intel legato alla realizzazione dei modem da destinare agli smartphone è cosa risaputa. Le prime indiscrezioni a proposito sono emerse a metà giugno, in seguito alla stretta di mano della mela morsicata con Qualcomm per riprendere la fornitura delle componenti da destinare agli iPhone. Allora il chipmaker di Santa Clara ha ufficializzato l’intenzione di non produrre hardware da destinare alle connessioni 5G per questioni legate alla profittabilità.

Apple-Intel: un miliardo per i modem

Oggi il Wall Street Journal rilancia l’ipotesi, parlando di trattative già in fase avanzata, con il gruppo di Cupertino che avrebbe messo sul piatto un investimento da almeno un miliardo di dollari al fine di portare a termine con successo l’acquisizione. La firma potrebbe arrivare già entro le prossime settimane. La fonte del rumor odierno non esclude in ogni caso ripensamenti o ribaltoni dell’ultimo momento.

Secondo Intel, Apple sarebbe l’acquirente “più logico”. L’azienda di Tim Cook in questo modo si troverebbe tra le mani una tecnologia già sviluppata, risparmiando anni di lavoro e sviluppo. Comprando il chipmaker potrebbe in futuro dover dipendere meno da fornitori esterni per i modem da integrare nei dispositivi 5G. Secondo gli analisti, i primi iPhone che arriveranno sul mercato compatibili con i network di nuova generazione avranno al loro interno componenti prodotte da Qualcomm e Samsung.

Il modem XMM 8160 di Intel per il 5G

Altri potenziali acquirenti

È emerso inoltre come Intel, in seguito alla rinnovata partnership tra Apple e Qualcomm, abbia sondato possibilità diverse, aprendo alle offerte di altri potenziali acquirenti, salvo poi riprendere i contatti con la mela morsicata.

Staccando l’assegno da un miliardo, Cupertino allungherebbe le mani non solo sulle proprietà intellettuali legate all’ambito modem, ma anche sullo staffdell’azienda, inglobando nel proprio organico la sua esperienza. A fine aprile ha già assunto Umashankar Thyagarajan, ex Project Engineer di Intel al lavoro sulla componente XMM 8160, con un’operazione definita da più parti come poaching ovvero la sottrazione di personale a un concorrente o comunque a una società che opera nel medesimo settore.

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