Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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 d wave 2x

 

Si fa molto discutere dei futuri computer quantistici e delle infinite possibilità che ci metteranno a disposizione per risolvere problemi complessi. A volte dimenticando che Google e la NASA stanno lavorando insieme da alcuni anni su D-Wave 2X, un dispositivo specializzato chiamato "quantum annealer" che lavora su un energy landscape fatto di colline e avvallamenti che corrispondono al problema che si vuole risolvere.

L'obiettivo è quello di raggiungere il punto più basso in questo energy landscape, che corrisponde alla soluzione migliore. Una proprietà denominata quantum tunnelling permette al D-Wave di svolgere le operazioni più rapidamente. Al centro di tutto ci sono i qubit: mentre i classici bit possono rappresentare l'informazione come uno 0 oppure un 1, i qubit possono rappresentarla come 0, 1 oppure entrambi i valori nello stesso momento.

Ebbene, nei giorni scorsi Google ha pubblicato su un proprio blog i risultati di un esperimento in cui ha dimostrato che, con le giuste ottimizzazioni e di fronte a determinate operazioni complesse, il D-Wave 2X può comportarsi decisamente meglio di una controparte tradizionale (simulated annealing, ossia la simulazione del calcolo quantistico su un computer classico).

"Abbiamo riscontrato che per istanze di problema che coinvolgono quasi 1000 variabili binarie il quantum annealing supera nettamente la classica controparte simulated annealing. È oltre 10 all'ottava volte più veloce (ossia pari a 100 milioni di volte più rapido) rispetto al simulated annealing in funzione su un singolo core. Abbiamo confrontato l'hardware quantistico anche con un altro algoritmo chiamato Quantum Monte Carlo, un metodo pensato per emulare il comportamento dei sistemi quantistici, ma funziona su processori convenzionali. Mentre lo scaling in base alla dimensione tra questi due metodi è paragonabile, sono di nuovo separati da un grande fattore che a volte arriva a 10 all'ottava".Google definisce questi risultati "intriganti e molto incoraggianti", ma c'è ancora molto da fare per rendere il tutto una tecnologia per tutti i giorni, non sperimentale e soprattutto non limitata a singoli impieghi. Con un computer quantistico vero e proprio si potrebbero creare intelligenze artificiali che probabilmente oggi non comprenderemmo neppure o simulare in modo più rapido scenari complessi: prendendo il caso della NASA, anche un'intera missione spaziale.

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Venerdì, 26 Febbraio 2016 11:31

Google ha un sogno: rivoluzionare gli hard disk

Google ha un sogno: rivoluzionare gli hard disk

 

Google chiede di aprire il dibattito sugli hard disk: secondo Mountain View gli attuali prodotti non vanno bene per il cloud computing e bisogna riprogettarli.

Google vuole che i produttori di hard disk realizzino soluzioni per il cloudcomputing che si discostino dal tradizionale formato da 3,5 pollici, ereditato dai floppy disk. L'azienda, con un post sul proprio blog firmato Eric Brewer (VP Infrastructure di Google), ritiene che tale dimensione dei supporti non sia ottimale: "Ora che siamo nell'era dell'archiviazione cloud è il momento di rivalutare ampiamente la progettazione dei moderni hard disk".

L'ascesa del cloud significa che la maggior parte dei dischi rigidi dovrà essere impiegata in grandi servizi di archiviazione ospitati nei datacenter. Tali servizi rappresentano già il mercato in più forte crescita per gli hard disk e sarà il mercato di riferimento nel prossimo futuro.

Per esempio solo su YouTube gli utenti fanno l'upload di oltre 400 ore di video ogni minuto, il che richiede più di 1 petabyte di nuova archiviazione ogni giorno. E la crescita è esponenziale, con un incremento di 10 volte ogni 5 anni. Google ha anche pubblicato un documento in cui illustra l'idea di ottimizzare per "collezioni di dischi" piuttosto che il singolo disco in un server.

cloud disks
Crescita esponenziale per l'upload di contenuti su YouTube

"Questo cambiamento ha diverse conseguenze interessanti tra cui l'obiettivo controintuitivo di avere dischi che in realtà sono un po' più inclini a perdere i dati. Non è che vogliamo che il disco perda i dati, ma possiamo focalizzare meglio costi e sforzi profusi per evitare la perdita di dati su altri miglioramenti, come la capacità o le prestazioni del sistema".

Tra le idee di Google ci sono cambiamenti fisici, come dischi più alti e gruppi di dischi, ma anche interventi a più breve termine che riguardano il firmware. L'obiettivo è avere hard disk più capienti e maggiori operazioni di I/O al secondo, oltre a un costo di possesso migliore. Google non sembra molto interessata agli SSD, nonostante le prestazioni IOPS nettamente superiori: costano troppo per la capacità offerta.

"Hard disk più alti permettono di avere più piatti per disco, e questo aggiunge capacità e ammortizza i costi di packaging, circuiti stampati, motori / attuatori. Data una capacità fissa totale per disco, piatti più piccoli portano a distanze di ricerca inferiori e rivoluzioni al minuto più alte, a causa della stabilità dei piatti, e così a IOPS superiori, ma a un peggiore rapporto prezzo per gigabyte", si legge nel documento, da cui si deduce che Google è disposta a pagare di più (ma non troppo) per i dischi, a patto di passi avanti prestazionali.

L'azienda, nel documento, parla anche di sicurezza. Secondo Google l'industria dovrebbe lavorare a nuove misure per proteggere il firmware degli hard disk e lavorare su sistemi di codifica migliori. Tradizionalmente la codifica è basata su una sola chiave, ma Google vorrebbe che si usassero più chiavi per differenti aree del disco.

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Lunedì, 29 Febbraio 2016 10:46

Domini .cloud: registrati 20mila in 24 ore

Domini .cloud: registrati 20mila in 24 ore

 

Ventimila domini .cloud registrati in sole 24 ore, tra tutte le nuove estensioni quella della nuvola è tra le più registrate negli ultimi anni: i dati resi noti da Aruba.

Grande successo per i domini .cloud dopo l’avvio della fase di General Availability con la quale ha preso il via il loro lancio pubblico e l’assegnazione dei domini secondo la regola del “first come – first served”, la quale prevede che chiunque possa registrare quanti e quali nomi a dominio desidera, senza restrizioni o pre-requisiti. A sole ventiquattro ore dal via alle registrazioni .Cloud Registry, la controllata di Aruba ha già completato oltre 20.000 registrazioni di domini .cloud in tutto il mondo.

=> Aruba .cloud, nuova era Internet

Tra i Paesi che sembrano manifestare il maggiore interesse verso la nuvola ci sono, in prima linea, gli Stati Uniti (27,8% delle richieste di registrazione di domini .cloud), ma anche l’Italia fa la sua parte con il 17,8% di registrazioni, a seguire la Germania (14%). In totale le richieste di registrazioni sono arrivate da 141 Paesi, compresi quelli dei cosiddetti mercati emergenti come Cina, India, Brasile, Iran e Kazakistan. Nonostante il così breve periodo di tempo, tra tutte le nuove estensioni, il .cloud risulta tra le più registrate negli ultimi anni.

.cloud Infografica

L’italiana Aruba ha si è aggiudicata nel novembre 2014 uno dei domini più richiesti del momento, battendo la concorrenza di colossi del calibro di Amazon, Google e Symantec. Un anno dopo, novembre 2015, ha preso il via la fase di Sunrise, riservata solo ai possessori di un marchio registrato: sono stati numerosi i brand noti che hanno provveduto a registrare il proprio .cloud, tra questi Intel, Apple, Visa, Amazon, Bosch, Cisco, IBM, Microsoft, Facebook, Twitter, Vodafone e così via.

=> Domini “.cloud” al via

Numerose anche le richieste da parte delle start-up, ad aderire al “programma Pioneer” sono state realtà innovative tra cui SeeJay, FoodCloud, le italiane AsWeSend e ClouDesire, ma anche aziende già affermate come ePages e Ubuntu/Canonical.

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L'affidabilità degli SSD secondo l'esperienza di Google

 

Gli SSD sono affidabili? E qual è la tecnologia migliore? A questa e altre domande prova a rispondere un'analisi effettuata da Google su milioni di unità.

Uno studio condotto su milioni di SSD nel corso di 6 anni, condensato in documento redatto dalla professoressa Bianca Schroeder dell'Università di Toronto, insieme a Raghav Lagisetty e Arif Merchant di Google, svela interessanti dettagli sulle unità a stato solido che sempre più si stanno imponendo non solo nel settore consumer, ma anche in quello più critico dei datacenter. Lo studio ha vagliato 10 differenti modelli di SSD, prendendo in esame tre tecnologie di memoria (MLC, eMLC ed SLC) e occupandosi tanto di soluzioni enterprise quanto di proposte consumer.

Stando a quanto riportato da Robin Harris su Zdnet ci sono alcune conclusioni importanti che emergono dall'analisi: la prima è che gli SSD di fascia alta con memoria SLC non sono più affidabili delle proposte MLC. Questo rispecchia, se vogliamo, quanto rilevato in ambito hard disk, con le soluzioni SATA che sono state riscontrate affidabili quanto i modelli SAS e Fibre Channel.

Gli SSD enterprise sono tuttavia più cari per il maggior over-provisioning, ossia hanno più spazio allocato come "riserva" per consentire il rimpiazzo di blocchi non più funzionanti a causa dell'usura e servono anche per assicurare che la garbage collection non causi rallentamenti in scrittura.

La seconda è che è l'età degli SSD, e non l'uso, a influenzarne l'affidabilità. Questo significa che non è necessario effettuare l'over-provisioning per paura dell'usura della memoria. Nessuno degli SSD nello studio si è avvicinato ai propri limiti di scrittura, persino con 3000 scritture indicate per i dischi MLC.

Il terzo punto importante è che tra il 30 e l'80 percento degli SSD ha sviluppato almeno un blocco malfunzionante (bad block) e tra il 2 e il 7 percento ha mostrato almeno un chip inutilizzabile nei primi quattro anni dall'installazione.

Altre notizie degne di nota consigliano di ignorare il dato Uncorrectable Bit Error Rate (UBER) nelle specifiche, in quanto si è rivelato del tutto insignificante. La buona notizia è che invece che il Raw Bit Error Rate (RBER) cresce più lentamente di quanto si pensava con l'usura e non è legato a UBER o altri problemi.

La cattiva notizia è che malgrado gli SSD incontrino problemi con meno frequenza rispetto agli hard disk, il tasso UBER è più elevato. "Ciò significa che il backup con gli SSD è ancora più importante di quanto lo sia con i dischi. L'SSD ha meno probabilità di fallire durante la vita normale, ma ha più probabilità di perdere i dati".

Infine è stato rilevato che i blocchi malfunzionanti nei nuovi SSD sono comuni e le unità con un ampio numero di questi blocchi sono molto più inclini a perdere centinaia di altri blocchi, più principalmente per il fallimento del die o del chip.

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tpu 2

 

Si chiama Tensor Processing Unit (TPU) il chip creato da Google per lavorare specificatamente con algoritmi di machine learning. In particolare è stato pensato per funzionare al meglio con TensorFlow, una libreria software open source.

Il machine learning, ossia la possibilità di far apprendere e progredire una macchina al fine di un'interazione più rapida e umana, è al centro del lavoro di più di 100 teamin casa Google e viene applicato a servizi come Street View, la ricerca vocale e le smart reply alle email.

Questa TPU serve per gestire al meglio con questi algoritmi, laddove un chip generico avrebbe più difficoltà. Si tratta infatti di un ASIC (application specific integrated circuit) personalizzato.

"Stiamo facendo lavorare le TPU nei nostri datacenter da oltre un anno e abbiamo riscontrato che offrono prestazioni per watt di un ordine di grandezza superioreper l'apprendimento automatico. Questo è più o meno equivalente ad accelerare la tecnologia di circa sette anni nel futuro (tre generazioni della Legge di Moore)", spiegano in casa Google.

Una TPU è più tollerante con a precisione di calcolo ridotta, il che significa che richiede meno transistor per funzionare. "Per questo possiamo spremere più operazioni al secondo dal silicio, usare modelli di machine learning più sofisticati e potenti, e applicare questi modelli più rapidamente, così gli utenti ottengono risultati più intelligenti, più in fretta", aggiungono i tecnici della casa di Mountain View.Come mostrano le immagini, una scheda dotata di TPU occupa le dimensioni di uno slot per hard disk nei rack dei datacenter. "È un esempio di quanto rapidamente trasformiamo le ricerche in cose pratiche - dal primo chip di test, il team è riuscito ad avere applicazioni pronte in 22 giorni". Google fa sapere, infine, che le TPU sono anche il cuore di AlphaGo, l'intelligenza artificiale che ha battuto il campione mondiale di Go Lee Sedol.

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Lunedì, 14 Novembre 2016 11:23

RadarCat ti dice cosa sei

radarcat

 

Roma - Project Soli, il sensore radar sviluppato nei laboratori Advanced Technology And Projects di Google con l'obiettivo di identificare il movimento delle dita per permettere agli utenti di meglio controllare il proprio smartwatch, ha trovato una nuova applicazione: riconoscere il tipo di oggetti prossimi al sensore stesso. Alcuni ricercatori della University of St. Andrews, in Scozia, hanno infatti impiegato il kit di sviluppo Soli per creare RadarCat, un dispositivo che sfrutta il sensore di Google per identificare gli oggetti posti nelle vicinanze. 

Grazie al sistema di machine learning, il device è in grado di riconoscere non solo vari tipi di materiali, come l'aria o l'acciaio, ma oggetti specifici: in sostanza, è in grado di fare la differenza tra una mela o un'arancia, un bicchiere vuoto ed uno pieno di acqua, oltre ad identificare perfettamente singole parti del corpo umano.

È chiaro che le potenzialità della scoperta sono quasi illimitate, partendo dal campo degli smartphone. Ad esempio, uno smartphone potrebbe eseguire azioni diverse a seconda di come e dove lo si tiene. Sarebbe possibile visualizzare un'interfaccia differente indossando i guanti. Le capacità di distinzione del sensore potrebbero poi essere usate nei bar o nei ristoranti per rilevare quando la bottiglia o il bicchiere sono vuoti, mentre permetterebbe ai non vedenti di identificare alcuni prodotti in vendita nei negozi.

Come illustrato nel sito del progetto, RadarCat trova potenziali applicazioni nel campo dell'agricoltura o negli impianti di trattamento e riciclaggio dei rifiuti. Trattandosi però di un semplice prototipo, occorrerà sicuramente aspettare perché possa tradursi in un dispositivo o in una tecnologia al servizio delle aziende e degli utenti.

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Venerdì, 25 Novembre 2016 15:30

Samsung, addio ai PC?

Roma - Samsung potrebbe essere sul punto di cedere la propria divisione PC a Lenovo, nell'ambito di una riorganizzazione volta alla razionalizzazione del business centrata sulle proposte che più rendono sul mercato.

riferire l'indiscrezione è la fonte coreana The Bell, secondo cui da mesi sarebbero in corso delle trattative tra le due aziende: Lenovo potrebbe aggiudicarsi la divisione PC di Samsung per una cifra che sembra aggirarsi sugli 800 milioni di euro. L'azienda coreana, del resto, non appare contare da tempo sulla divisione PC: già nel 2014 aveva rinunciato al mercato europeo per i propri laptop e la perdurante crisi di settore non incoraggia certo ad investire. Solo Lenovo, indiscusso dominatore del mercato PC, potrebbe dimostrarsi interessata all'acquisizione, esplorando una logica espansiva che lambisce anche Fujitsu.

Samsung dal canto suo, è evidentemente orientata allo sfoltimento dei rami secchi: nel mese di settembre ha annunciato la cessione della divisione stampanti ad HP e, come suggerito da un ex dirigente, "considerata la stretta relazione di business tra i PC e le stampanti, sembra abbastanza ovvio che Samsung, dopo l'eventuale vendita della divisione PC, si ritiri dal mercato dei PC".L'azienda coreana appare dunque puntare sui settori più solidi delle proprie attività, primo fra tutti il mobile: nonostante le contingenze legate al phablet Galaxy Note 7 e nonostante le prospettive non rosee per il mercato dei tablet Samsung si mostra intenzionata a stare al passo con una concorrenza che incalza. Senza rinunciare a consolidare la propria posizione nei comparti più promettenti dell'IT, dalla IoT all'automotive, ambiti nei quali è prodiga di investimenti, fra cui si annoverano le recenti acquisizioni di Viv e Harman

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Venerdì, 25 Novembre 2016 16:22

Aggirare la protezione dell'iPad si può?

Milano - I meccanismi di blocco e protezione introdotti da Apple e Google per i rispettivi dispositivi mobile costituiscono un deterrente importante contro i furti: da quando sono stati implementati correttamente, soprattutto su iOS, cercare di forzare l'attivazione un dispositivo bloccato da remoto è molto difficile se non impossibile. Quasi impossibile: ci sono novità, partorite dall'indiano Hemanth Joseph, che ha mostrato per primo come fare ad aggirare le protezioni apposte da Cupertino agli iPad.

Il meccanismo scelto da Apple lega i device all'Apple ID, ovvero una combinazione di email e password che garantisce accesso ai possedimenti cloud di Cupertino ivi compreso iTunes e tutto ciò che riguarda iOS: legando un iPhone o un iPad a un Apple ID si può tracciarne la posizione, rintracciarlo in caso di smarrimento, cancellarne il contenuto e bloccarlo da remoto in caso di furtoIn quest'ultimo caso, se lo smartphone o il tablet vengono bloccati da remoto è necessario inserire di nuovo le credenziali Apple ID originarie per farlo ripartire: un sistema che scoraggia decisamente chi pensi di rubarne uno, ma che ora pare sia aggirabile almeno a bordo iPad.

Per riuscire a sbloccare un iPad è necessario seguire i seguenti passaggi: durante l'attivazione bisogna specificare di voler configurare una rete wireless manualmente, inserendo come nome della rete e come password due stringhe di testo talmente lunghe da mandare progressivamente in blocco il dispositivo. A quel punto, ruotando in orizzontale il tablet e usando una cover si può mandare in modalità "sleep" l'iPad: riaprendo la cover si dovrebbe tornare all'attività appena lasciata, ma in realtà quello che accade è che per un attimo viene mostrata la schermata principale dell'interfaccia, un istante prima che riappaia l'immagine che invita a collegare l'iPad a un PC o Mac per riattivarlo, e premendo il tasto Home nel momento giusto si riesce ad aggirare la protezione realizzata da Apple.L'hack è stato già segnalato ad Apple lo scorso 4 novembre, e l'azienda sarebbe a lavoro per risolvere il bug. I test effettuati hanno permesso di replicare la procedura su dispositivi equipaggiati con la versione 10.1.1 del sistema operativo mobile di Cupertino: naturalmente è efficace sui tablet e non sugli smartphone, visto che nel caso degli iPhone non è prevista di default la versione orizzontale dell'interfaccia (con le eccezioni del modello Plus), e soprattutto non è prevista una cover attiva.

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Martedì, 06 Dicembre 2016 11:31

UE, proposta per l'IVA digitale

Roma - La Commissione europea ha presentato una proposta per modificare l'IVA applicata ai beni e servizi legati alle attività di e-commerce, compresi gli ebook.

In particolare, per favorire la circolazione dei beni digitali vorrebbe costituire un sistema unico online per i pagamenti dell'IVA: le nuove regole permetteranno una procedura unica per il pagamento dell'IVA europea da parte delle aziende che operano nel settore dell'e-commerce e canali semplificati per startup e micro-imprese che vendono online fino a soglie di 10mila euro e piccole e medie imprese che vendono fino a soglie di 100mila euro. Inoltre saranno previste misure di controllo per le operazioni di evasione dell'IVA con oaesi fuori UE.

L'obiettivo principale è quello di recuperare una stima di 5 miliardi di euro di tasse non versate ogni anno e generate dall'acquisto di beni online. Una cifra che secondo la Commissione raggiungerà i 7 miliardi di euro entro il 2020.Tale sistema dovrebbe inoltre permettere di far pagare l'IVA nello stato membro del consumatore finale, in modo tale da garantire una più giusta redistribuzione della tassazione all'interno dei Paesi UE e da garantire, grazie al taglio dei costi di gestione e per il pagamento, un risparmio alle imprese di 2,3 miliardi di euro l'anno.

La proposta della Commissione prevede inoltre di permettere agli stati membri di ridurre la tassazione IVA per le pubblicazioni come gli ebook e i giornali online, questione in sospeso da anni.

Nella proposta, infatti, è previsto di applicare alle pubblicazioni elettroniche la stessa aliquota IVA dei loro corrispondenti cartacei.

Il ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha commentanola proposta come una vittoria nostrana: "La Commissione europea riconosce finalmente la battaglia che abbiamo portato avanti insieme alla Francia per l'equiparazione dell'Iva sugli e-book a quella dei libri cartacei - afferma Franceschini - Una scelta di civiltà e buon senso perché un libro è un libro, a prescindere da quale sia il formato in cui si presenta o attraverso il quale viene venduto". 

Stessa soddisfazione è stata espressa dalla Federation of European Publishers and the European e dallaInternational Booksellers Federation, nonché dal presidente dell'Associazione italiana editori (Aie): "È una decisione che aspettiamo da tempo"

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Martedì, 06 Dicembre 2016 11:25

Carte di credito, è facile indovinare

Roma - Dagli esperti della Newscastle University arriva un nuovo studio sulla fragilità dello scenario dei pagamenti online sui siti di e-commerce, un lavoro di ricerca che si concentra in particolare sul network finanziario di Visa e sull'ipotesi che esso faciliti, ancorché in maniera involontaria, la proliferazione di frodi economiche ai danni degli utenti e di Visa stessa.

I ricercatori hanno investigato sui sistemi di pagamenti adottati dai 400 siti di commercio elettronico più importanti secondo la classifica Alexa, verificando la possibilità di condurre un attacco di tipo "forza bruta" con cui provare a indovinare un numero di carta di credito valido attraverso una serie estremamente ampia di tentativi.

Al momento il circuito Visa non identifica una valanga di richieste di autenticazione come illegittime o inusuali, spiegano i ricercatori, e l'attacco è altresì facilitato dal fatto che "diversi siti Web presentano diversi campi per identificare il proprietario di una carta": il risultato è una "falla" di sistema, che prima o poi permetterebbe a un malintenzionato (o una gang di cyber-criminali) di identificare una carta di credito valida per rubare denaro e non solo.L'attacco distribuito ideato dai ricercatori britannici è "paurosamente facile" da portare a compimento e può richiedere un minimo di sei secondi per l'identificazione di un account finanziario valido, anche se Visa prova a gettare acqua sul fuoco parlando dei "livelli aggiuntivi di prevenzione delle frodi" integrati nel sistema di pagamento che i ricercatori non hanno preso in considerazione nel loro studio.

Resta il pericolo dell'ennesima possibilità di azione a disposizione dei cyber-criminali, un'azione che tra l'altro sarebbe già stata messa in pratica sotto forme similari durante l'attacco all'istituto bancario britannico Tesco Bank: alle migliaia di account colpiti con furti di denaro non sono evidentemente serviti i livelli di protezione aggiuntiva di cui parla Visa.

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