Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Martedì, 28 Febbraio 2017 13:08

Italia, ancora un sequestro per i siti pirata

Milano - L'hanno soprannominata "Odissea 3", questo l'appellativo scelto dalla Guardia di Finanza e in particolare dal suo Nucleo Speciale per la Radiodiffusione e l'Editoria che ha convinto il GIP della Procura di Roma ad emettere un'ordinanza di sequestro preventivo per 41 siti ritenuti in violazione dell'articolo 171 della legge 633/41: quella che regola il diritto d'autore. 

Secondo gli investigatori, attraverso questi siti venivano distribuiti i film appena usciti al cinema e veniva consentito di seguire in diretta eventi sportivi, come le partite delle principali competizioni calcistiche europee nonché altri contenuti fruibili esclusivamente a pagamento come i tornei del Grande Slam di tennis o le gare di F1 e MotoGP. Tra i titoli citati dal comunicato della GdF figurano anche "Ghostbusters", "I Magnifici 7" e "Oceania": titoli recenti che per lo più sono disponibili sulle piattaforme pay-tv, o che addirittura sono ancora presenti nelle sale e non ancora distribuiti per l'home-video.

Sono due le strade seguite dagli investigatori per arrivare a questi sequestri. Innanzi tutto, tecnica consolidata, si attua un approccio "follow the money" risalendo alle fonti di guadagno garantite dalla pubblicità ai siti oggetto delle indagini. L'altro approccio, "follow the hosting", punta a scavalcare l'architettura complessa che prova a porre una serie di ostacoli per risalire alla collocazione effettiva del server che eroga i contenuti: spesso i siti risultano all'estero pur essendo gestiti dall'Italia, e la GdF ha sviluppato una metodologia di indagine che le consente di aggirare quella che chiama "anonimizzazione" garantita da sistemi di hosting cloud e VPS.Il nuovo approccio della Guardia di Finanza pare dare i suoi frutti: il comunicato riporta che negli ultimi 90 giorni sono stati eseguiti oltre 290 sequestri preventivi, a testimonianza dell'efficacia dei metodi investigativi adottati e del crescente impegno delle Forze dell'Ordine nel contrasto di questo tipo di attività illecite. Non ultimo, il fenomeno della trasmissione dei canali a pagamento attraverso piattaforme online: è di pochi giorni fa la notizia di un intervento su ben tre "centrali di trasmissione" che sono state chiuse, con quattro denunce a carico di altrettanti soggetti e sequestri di migliaia di euro ritenuti frutto dell'attività degli indagati.

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Roma - L'annoso caso del copyright sulle API Java usate in Android sembrava concluso nel 2016, con la decisione della giuria di dar ragione alla difesa (Google) e respingere le esose richieste di risarcimento di Oracle. Ma ora i giudici federali hanno rianimato una delle cause legali più discusse dell'hi-tech, dando questa volta torno a Mountain View e spianando la strada al pagamento di una multa miliardaria a vantaggio di Oracle.

La sentenza di due anni fa aveva stabilito che l'uso delle 37 API incriminate - usate per la virtual machine di Android - rientrava di diritto nelle regole del "fair use", e Google aveva quindi agito nel pieno rispetto della legge con la reimplementazione del codice per uno dei componenti essenziali del suo sistema operativo mobile.

Ma a sorpresa arriva ora una decisione di ordine contrario a opera della Corte di Appello del Circuito Federale in quel di Washington D.C., una sentenza che ha messo in dubbio la natura "non commerciale" di Android parlando di un utilizzo illegittimo di API protette dal copyright di Sun (poi acquisito da Oracle).Il fatto che gli utenti non paghino per usare Android, hanno stabilito i giudici, non significa che Android - e quindi le sue API - non rappresenti un uso commerciale del codice. Google è quindi colpevole di violazione del copyright, e spetterà ora a una corte di livello inferiore stabilire l'esatta entità del danno economico subito da Oracle.

Il colosso dei database ha ovviamente accolto con favore la decisione dei giudici di Washington, e ora si prepara a far valere le sue richieste mirando a incassare un assegno da almeno 9 miliardi di dollari. Google si dice altresì "deluso" dalla sentenza, e paventa un incremento dei prezzi di app e servizi on-line per gli utenti finali.

Per quanto riguarda il possibile effetto della nuova sentenza sull'interno mercato del software, le opinioni sono come al solito contrastanti: la corte non sembra aver messo in dubbio la validità del principio del fair use ("invalido" nel caso in oggetto perché Android è un prodotto commerciale), ma Electronic Frontier Foundation (EFF) ha commentato la condanna di Googlecome una decisione che "dovrebbe terrorizzare gli sviluppatori di software".

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70 firme che pesano, parole che graffiano, per una missiva diretta al Presidente del Parlamento Europeo chiedendo la soppressione del cosiddetto Art.13 che propone una nuova direttiva per il Copyright a livello continentale. Una richiesta che si appella ad una missione: salvare Internet per come lo si è pensato, sviluppato e difeso in tutti questi anni. In ballo c'è un principio fondamentale, che un intervento maldestro rischia di mettere pesantemente in discussione: quello della libertà.

"In qualità di creatori, condividiamo il principio per cui tutti debbano essere equamente compensati quando i loro lavori vengono sfruttati, questo beneficia creatori, editori e piattaforme. Ma l'Articolo 13 non è il modo giusto per raggiungere questo scopo". Non si discute l'obiettivo, quindi, ma il metodo: non è in discussione l'istituto del copyright e la necessità di dare un'equa compensazione a tutti coloro i quali producono lavoro intellettuale, ma al tempo stesso si chiede che questo obiettivo non diventi (per l'ennesima volta, peraltro) un pretesto per dar vita ad un sistema che avrebbe in seno grossi pericoli.

Chiedendo alle piattaforme di contemplare filtri automatici su tutti i contenuti che vengono caricati, l'Art.13 compie un passo senza precedenti nella trasformazione di Internet da piattaforma di condivisione e innovazione, a strumento di sorveglianza automatica e controllo degli utenti".



Parole pesantissime, provenienti da firme pesantissime. Per una lettera che giocoforza dovrà pesare fortemente sul dibattito che anticiperà il voto, mettendo i parlamentari europei con le spalle al muro di fronte a quel che stanno per andare a valutare.

70 firme contro l'Articolo 13


Dietro la forza delle parole ci sono 70 firme che pesano, 70 storie che il Parlamento Europeo non potrà ignorare. Tra i firmatari, nomi del calibro di Vint Cerf e Tim Berners Lee (pietre angolari della nascita del Web), Jimmy Wales (Wikimedia Foundation) e Mitchell Baker (Mozilla Foundation), Tim ÒReally e John Gilmore (EFF), nonché Joichi Ito (MIT Media Lab), fino all'unica rappresentanza italiana della lista, Stefano Zanero (Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano).

La lettera è disponibile per la lettura integrale sul sito dell'Electronic Frontier Foundation (pdf).

La lettera


La lettera esprime un concetto estremamente chiaro: l'attuale equilibrio raggiunto dalla normativa europea sul copyright va difeso e rinforzato, non messo in discussione da un intervento che, al contrario, ne inverte la direzione. Se fino ad oggi le piattaforme sono state ritenute responsabili della rimozione di contenuti illeciti (azione su cui occorrerebbe probabilmente richiedere un impegno maggiore, così come succede oggi con Facebook dopo i recenti misfatti in tema privacy), l'Art.13 propone invece di consegnare alle piattaforme le chiavi della censura, chiavi che qualcuno potrebbe sfruttare anche artificiosamente per i propri comodi sia in ambito economico, sia in ambito politico, sia in ogni ambito in cui possa essere in ballo un interesse di parte. 

Il danno che questo potrebbe comportare per la libertà di Internet così come lo conosciamo è difficile da prevedere, ma secondo noi potrebbe essere sostanziale.



Secondo i 70 firmatari, non solo una tecnologia di filtro di questa caratura avrebbe enormi costi di sviluppo e gestione, ma non avrebbe neppure la sicurezza necessaria e, se solo fosse stata ipotizzata agli albori di Internet, oggi la rete non sarebbe certamente quella che è invece diventata. L'impatto, spiega la lettera, non sarebbe peraltro limitato alle piattaforme di upload musicali e video, ma andrebbe a soggiogare altresì piattaforme di collaborazione aperta quali Wikipedia e GitHub.

Nessuna delle bozze della direttiva fin qui emerse pone punti fermi, chiari e trasparenti, circa le misure concrete che occorrerebbe porre in essere per strutturare questi meccanismi di filtro preventivo: ciò aprirebbe a sicuri pericoli che, partendo da una legislazione che innesca principi nuovi e sovversivi rispetto a quanto fin qui elaborato, rischierebbero di minare la libertà di cui si nutre oggi la Rete. 

La chiusura è la medesima con cui la lettera si apre: ognuno dei firmatari concorda con l'utilità di normative che possano migliorare l'applicazione online dell'istituto del copyright, ma al tempo stesso ciò non può essere fatto secondo le indicazioni del famigerato Articolo 13: quello che potrebbe sembrare un filtro, infatti, rischierebbe di diventare un bavaglio ed uno strumento di censura.

Per il bene del futuro di Internet, vi chiediamo di cancellare questa proposta

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#saveyourinternet #DeleteArt13


Due gli hashtag scelti per portare avanti questa battaglia: #SaveYourInternet e #DeleteArt13. La richiesta è esattamente questa: "delete", cancellare. Non modificare, non migliorare, non discutere, ma cancellare in toto quell'Art.13 che tanti timori ha acceso. Occorre infatti salvare Internet per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi: un sistema di controllo preventivo e di filtro dei contenuti sarebbe uno strumento troppo pericoloso poi rischierebbe di consegnare i contenuti in mano a grandi aziende, a regimi totalitari ed a qualsivoglia portatore di grandi interessi. La Rete invece è altro; Internet è altro. Internet è apertura, è collaborazione, è libertà, ed uno strumento di controllo preventivo non può andare di pari passo con questo tipo di approccio.

Non c'è in discussione il copyright in sé, anzi: favorire il copyright, per molti versi, equivale ad un meccanismo in grado di garantire e favorire il copyleft. Quel che invece non produce garanzie, ma soltanto rischi, è uno strumento (come quello ipotizzato dalla Direttiva in discussione) che determina un filtro preventivo dalle conseguenze difficilmente immaginabili. Difficilmente immaginabili, ma ipotizzabili: si potrebbero fermare meme, parodie, discussioni aperte, la possibilità di linkare, la possibilità di sviluppare codice condiviso, la libertà di sfruttare piattaforme di blogging ed altro ancora: nessuno potrà più impedire che tutto ciò possa accadere se il principio di libertà insito nei protocolli di Internet verrà meno.

Per portare avanti la campagna è stato messo a punto un sito che chiede ai singoli di partecipare alla missione: su saveyourinternet.eu è possibile trovare i propri referenti nazionali per chiedere loro di alzare la voce contro l'art.13 in occasione del voto in Parlamento. La pressione sui parlamentari europei si prefigge lo scopo di prevenire la possibile approvazione della Direttiva così come è stata scritta, poiché gli effetti di una eventuale approvazione potrebbero essere immediatamente deleteri: si tratta di imporre un principio, ribadire una logica e definire in modo inoppugnabile quale vuole essere l'impronta di questo Parlamento Europeo nei confronti della libertà su Internet.

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La riforma europea sul copyright è stata rinviata. La bocciatura odierna consta infatti in un rinvio: il processo non si interrompe, ma vive una battuta d'arresto ampiamente richiesta da una moltitudine di attori interessati al tema. Sono stati 318 i voti contrari e 278 quelli favorevoli, al netto di 31 astensioni: con questo voto il testo va direttamente al riesame di settembre.

Axel Voss, relatore del testo giunto oggi al voto in plenaria, accoglie con filosofia l'esito della votazione: "Mi dispiace che la maggioranza dei deputati non abbia sostenuto la posizione che io e la commissione giuridica abbiamo preparato. Ma ciò fa parte del processo democratico. Torneremo sul tema a settembre con un ulteriore valutazione per cercare di rispondere alle preoccupazioni dei cittadini, aggiornando nel contempo le norme sul diritto d'autore per il moderno ambiente digitale". Questa del resto è la posizione condivisa: arrivare ad una "ulteriore valutazione" per aggiornare le norme sul diritto d'autore pur nel rispetto della libertà della Rete.

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Il giorno del voto è arrivato. L'odierna seduta plenaria del Parlamento Europeo a Strasburgo, infatti, avrà molti temi scottanti da affrontare con uno in particolare ad emergere come cruciale per gli anni a venire: si tratta della direttiva sulla riforma del copyright, testo fortemente osteggiato nelle settimane scorse e ciò nonostante giunto indenne alla puntata finale. 

UPDATEil Parlamento ha bocciato la riforma del copyright, il cui testo sarà ridiscusso a settembre.

Nessuno stop in commissione, nessun ripensamento, nessun rallentamento: il testo si presenta alla plenaria con intatti quegli articoli 11 e 13 che hanno fatto gridare al pericolo per quel che potrebbero significare per il futuro della rete "per come la conosciamo". In pericolo non c'è la rete in sé, né strutturalmente, né idealmente: in pericolo c'è il concetto di rete per come si è formato negli anni, quell'ispirazione di libertà che tra le maglie della legge potrebbe rapidamente soffocare. I due articoli in particolare potrebbero imporre una "link tax" (un espediente legale che andrebbe a vietare l'uso di poche righe di testo prelevate da contenuti altrui per fornire un link in cambio) o generare un sistema di filtro automatico nell'upload dei contenuti, qualcosa che porterebbe a priori, invece che a posteriori, il controllo sul caricamento online.

La protesta



Sebbene non tutti possano aver coltivato nel tempo la giusta sensibilità per poter comprendere l'impatto di questo intervento, dovrebbe destare quantomeno qualche perplessità il fatto che centinaia di tecnici, accademici ed esperti si siano schierati contro questo provvedimento, coadiuvati da centinaia di migliaia di messaggi di supporto inviati agli europarlamentari tramite la piattaforma #saveyourinternet. La direttiva sembra peraltro mettere virtualmente d'accordo anche due partiti distanti come PD e M5S (sebbene non tutte le posizioni siano chiare e trasparenti alla vigilia del voto) e il nostro paese, forte anche della sonora protesta del team Wikimedia, appare quindi come uno dei più schierati contro la riforma:Wikipedia Italia è "oscurata" da due giorni da una paginata che riporta i motivi della protesta e chiede a tutti di alzare la voce sul tema. L'iniziativa ha ricevuto il plauso di Jimmy Wales ed è stata adottata anche da altre divisioni europee dell'enciclopedia libera (Spagna, Portogallo e Polonia).

Luigi Di Maio ha schierato il Governo contro la riforma spiegando che l'Italia nel caso è pronta a non recepirla, mettendo così una parola chiara alla posizione del paese sul tema. Una petizione è stata inoltre creata su Change.org arrivando ormai a quasi 1 milione di firme indirizzate tutte alla Commissione Europea. 

La richiesta



Va ricordato come da nessuna parte si chieda al Parlamento Europeo di bloccare la riforma del copyright: è opinione condivisa il fatto che non sia più adeguata e che necessiti di revisione. Quel che si chiede è che tale riforma venga rinviata e che se ne possano discutere alcuni passaggi che rischiano di essere cruciali per il futuro della Rete. Tutto quel che si chiede oggi è un voto oppositivo che blocchi l'approvazione del testo prima che possa far danni irreparabili, consentendo ai parlamentari ed alle commissioni di riesaminare alcuni aspetti controversi nel modo giusto e senza indebite pressioni.

Quel che si chiede è un rinvio dell'approvazione del testo, nella certezza per cui un'estensione del dibattito possa consentire alla ragionevolezza di venire a galla e rettificare alcuni aspetti scomposti inclusi nel provvedimento.

Quello che si chiede è che gli articoli 11 e 13 possano essere ridiscussi, rivalutati, riscritti. Senza approvare in tutta fretta una riforma che potrebbe cambiare in modo radicale, ed in senso negativo, i grandi spazi di libertà che la rete mette a disposizione dei cittadini europei.

UPDATE ore 10.20
Anche Matteo Salvini si schiera contro la riforma, con un video che si allinea alla presa di posizione di Luigi Di Maio dei giorni scorsi:

UPDATE ore 10.40
La posizione del PD appare tutt'altro che allineata al M5S, ma al tempo stesso divisa al proprio interno. Se la posizione di Daniele Viotti è in un tweet che esprime una posizione evidentemente personale, gli eurodeputati del Partiti Democratico sembrano andare invece in altra direzione:Interessante è notare come anche i sindacati CGIL e UIL si siano sentiti in dovere di esprimere la propria opinione, schierata peraltro in favore della riforma e contro il movimento di quanti intendono opporsi al voto odierno:

Auspichiamo un voto favorevole del Parlamento Europeo sulla proposta di Direttiva sul Diritto d'Autore nel Mercato Unico Digitale, volta a colmare il "Value Gap" tra autori e artisti e chi vuol continuare a fare ingenti profitti svalutando il loro lavoro. (...) La dirompente innovazione tecnologica in atto in questi anni sta producendo un vero e proprio cambio di paradigma nel mercato del lavoro, e se non opportunamente governata rischia di bruciare in poco tempo professionalità e occupazione, favorendo una polarizzazione tra chi ha accesso ad un'alta formazione e chi no. L'unico settore che non dovrebbe risentire di questi cambiamenti è proprio quello dell'industria culturale, ma in questi anni, paradossalmente, è aumentato proprio il divario economico fra gli autori e gli artisti e chi utilizza a scopo commerciale il frutto del loro lavoro.



Secondo la CGIL, insomma, "appare irrinunciabile iniziare a spostare l'ago della bilancia in favore di chi produce i contenuti, attraverso una direttiva che ponga le basi per una serie di norme volte al riequilibrio dei guadagni e al superamento di un Value Gap davvero consistente".

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Venerdì, 06 Luglio 2018 11:36

Google: fidatevi di Gmail

Il giorno del voto è arrivato. L'odierna seduta plenaria del Parlamento Europeo a Strasburgo, infatti, avrà molti temi scottanti da affrontare con uno in particolare ad emergere come cruciale per gli anni a venire: si tratta della direttiva sulla riforma del copyright, testo fortemente osteggiato nelle settimane scorse e ciò nonostante giunto indenne alla puntata finale. 

UPDATEil Parlamento ha bocciato la riforma del copyright, il cui testo sarà ridiscusso a settembre.

Nessuno stop in commissione, nessun ripensamento, nessun rallentamento: il testo si presenta alla plenaria con intatti quegli articoli 11 e 13 che hanno fatto gridare al pericolo per quel che potrebbero significare per il futuro della rete "per come la conosciamo". In pericolo non c'è la rete in sé, né strutturalmente, né idealmente: in pericolo c'è il concetto di rete per come si è formato negli anni, quell'ispirazione di libertà che tra le maglie della legge potrebbe rapidamente soffocare. I due articoli in particolare potrebbero imporre una "link tax" (un espediente legale che andrebbe a vietare l'uso di poche righe di testo prelevate da contenuti altrui per fornire un link in cambio) o generare un sistema di filtro automatico nell'upload dei contenuti, qualcosa che porterebbe a priori, invece che a posteriori, il controllo sul caricamento online.

La protesta



Sebbene non tutti possano aver coltivato nel tempo la giusta sensibilità per poter comprendere l'impatto di questo intervento, dovrebbe destare quantomeno qualche perplessità il fatto che centinaia di tecnici, accademici ed esperti si siano schierati contro questo provvedimento, coadiuvati da centinaia di migliaia di messaggi di supporto inviati agli europarlamentari tramite la piattaforma #saveyourinternet. La direttiva sembra peraltro mettere virtualmente d'accordo anche due partiti distanti come PD e M5S (sebbene non tutte le posizioni siano chiare e trasparenti alla vigilia del voto) e il nostro paese, forte anche della sonora protesta del team Wikimedia, appare quindi come uno dei più schierati contro la riforma:Wikipedia Italia è "oscurata" da due giorni da una paginata che riporta i motivi della protesta e chiede a tutti di alzare la voce sul tema. L'iniziativa ha ricevuto il plauso di Jimmy Wales ed è stata adottata anche da altre divisioni europee dell'enciclopedia libera (Spagna, Portogallo e Polonia).

Luigi Di Maio ha schierato il Governo contro la riforma spiegando che l'Italia nel caso è pronta a non recepirla, mettendo così una parola chiara alla posizione del paese sul tema. Una petizione è stata inoltre creata su Change.org arrivando ormai a quasi 1 milione di firme indirizzate tutte alla Commissione Europea. 

La richiesta



Va ricordato come da nessuna parte si chieda al Parlamento Europeo di bloccare la riforma del copyright: è opinione condivisa il fatto che non sia più adeguata e che necessiti di revisione. Quel che si chiede è che tale riforma venga rinviata e che se ne possano discutere alcuni passaggi che rischiano di essere cruciali per il futuro della Rete. Tutto quel che si chiede oggi è un voto oppositivo che blocchi l'approvazione del testo prima che possa far danni irreparabili, consentendo ai parlamentari ed alle commissioni di riesaminare alcuni aspetti controversi nel modo giusto e senza indebite pressioni.

Quel che si chiede è un rinvio dell'approvazione del testo, nella certezza per cui un'estensione del dibattito possa consentire alla ragionevolezza di venire a galla e rettificare alcuni aspetti scomposti inclusi nel provvedimento.

Quello che si chiede è che gli articoli 11 e 13 possano essere ridiscussi, rivalutati, riscritti. Senza approvare in tutta fretta una riforma che potrebbe cambiare in modo radicale, ed in senso negativo, i grandi spazi di libertà che la rete mette a disposizione dei cittadini europei.

UPDATE ore 10.20
Anche Matteo Salvini si schiera contro la riforma, con un video che si allinea alla presa di posizione di Luigi Di Maio dei giorni scorsi:

UPDATE ore 10.40
La posizione del PD appare tutt'altro che allineata al M5S, ma al tempo stesso divisa al proprio interno. Se la posizione di Daniele Viotti è in un tweet che esprime una posizione evidentemente personale, gli eurodeputati del Partiti Democratico sembrano andare invece in altra direzione:Interessante è notare come anche i sindacati CGIL e UIL si siano sentiti in dovere di esprimere la propria opinione, schierata peraltro in favore della riforma e contro il movimento di quanti intendono opporsi al voto odierno:

Auspichiamo un voto favorevole del Parlamento Europeo sulla proposta di Direttiva sul Diritto d'Autore nel Mercato Unico Digitale, volta a colmare il "Value Gap" tra autori e artisti e chi vuol continuare a fare ingenti profitti svalutando il loro lavoro. (...) La dirompente innovazione tecnologica in atto in questi anni sta producendo un vero e proprio cambio di paradigma nel mercato del lavoro, e se non opportunamente governata rischia di bruciare in poco tempo professionalità e occupazione, favorendo una polarizzazione tra chi ha accesso ad un'alta formazione e chi no. L'unico settore che non dovrebbe risentire di questi cambiamenti è proprio quello dell'industria culturale, ma in questi anni, paradossalmente, è aumentato proprio il divario economico fra gli autori e gli artisti e chi utilizza a scopo commerciale il frutto del loro lavoro.



Secondo la CGIL, insomma, "appare irrinunciabile iniziare a spostare l'ago della bilancia in favore di chi produce i contenuti, attraverso una direttiva che ponga le basi per una serie di norme volte al riequilibrio dei guadagni e al superamento di un Value Gap davvero consistente".

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Si torna a parlare della riforma europea del copyright e questa volta l’assist è offerto da Susan Wojcicki, numero uno di YouTube, che con un post condiviso sul blog dedicato ai creatori di contenuti spiega perché le nuove norme in fase di dibattito e approvazione nel vecchio continente non risultano compatibili con un modello di business sostenibile per la piattaforma. Il riferimento, messo in evidenza già dal titolo dell’intervento, è in particolare all’articolo 13.

Per certi versi il post è un assist per la soddisfazione di quanti, in modo neppur troppo velato, avevano costruito le proprie argomentazioni pro-riforma con un approccio anti-YouTube: l’intervento di Susan Wojcicki sembra consolidare l’ipotesi per cui, al mutare delle condizioni legali, il modello YouTube rischia di collassare.

Copyright: YouTube e l’articolo 13

L’articolo 13 rappresenta uno dei punti più discussi della normativa, che prevede siano le piattaforme a dover esercitare in forma attiva il controllo sulla natura dei contenuti caricati. In caso di violazioni, la responsabilità ricadrebbe sui servizi e non sugli utenti. Considerando che sui server di YouTube vengono condivise circa 400 ore di filmati ogni 60 secondi, risulta pressoché impossibile garantire a priori la piena conformità a quanto previsto, anche impiegando tecnologie come Content ID.

Per la prima volta Wojcicki mette nero su bianco che non è nelle possibilità del gruppo di Mountain View attuare nella pratica quanto previsto dal Parlamento Europeo. Al fine di spiegare la propria posizione ricorre a un esempio citando il video che fino ad oggi ha ottenuto più visualizzazioni in assoluto, il tormentone Despacito.

Prendete la hit musicale mondiale Despacito. Contiene più copyright, dai suoni utilizzati per la registrazione ai diritti di pubblicazione. Sebbene YouTube abbia accordi con più realtà al fine di licenziare e pagare quanto dovuto per il video, alcuni di coloro che detengono i diritti rimangono sconosciuti. Ciò significa che dovremmo bloccare filmati come questo per evitare le responsabilità previste dall’articolo 13.

Non c’è solo una questione di responsabilità, quindi, ma anche una di complessità: di fronte ad un quadro chiaro si può reagire, ma di fronte al rischio dovuto alla complessità si rischia di mandare in fumo grandi opportunità che vanno anche ben oltre la sola piattaforma.

Responsabilità e rischio finanziario

Ovviamente lo stesso problema può celarsi dietro a ogni video caricato dalla community, esponendo così il gruppo a un rischio finanziario definito da Wojcicki non sostenibile, né per YouTube né per qualsiasi altra società.

Moltiplicate questo rischio per la grandezza di YouTube, dove oltre 400 ore di video vengono caricate ogni minuto e le potenziali sanzioni sono tanto elevate che nessuna azienda potrebbe mai assumersi un tale rischio finanziario.

Non è la prima volta che la piattaforma di streaming esplicita la propria visione nei confronti della riforma. Lo ha fatto di recente chiamando all’appello alcuni celebri youtuber e lanciando una campagna al grido #saveyourinternetaccompagnata da un sito ufficiale in cui vengono spiegate le ragioni dell’iniziativa. Dalle sue pagine emerge che la posizione della piattaforma non è quella di totale opposizione o chiusura, ma punta verso una collaborazione con l’Europa per rivedere la norma prima che il testo definitivo sia votato in aula nel gennaio del prossimo anno.

Il testo dell’articolo 13 è ancora in fase di definizione ed è fondamentale che sia redatto in maniera corretta. D’ora in poi vogliamo instaurare una migliore collaborazione con i legislatori. Bisogna farsi sentire ora, perché la decisione potrebbe essere finalizzata entro la fine dell’anno.

Per Wojcicki le potenziali ripercussioni dell’articolo 13 vanno oltre i rischi finanziari per YouTube e per gli altri servizi online, arrivando a interessare la libertà d’informazione e di espressione.

I residenti europei corrono il rischio di rimanere esclusi dalla fruizione di video che, solo nell’ultimo mese, sono stati riprodotti oltre 90 miliardi di volte. Questi filmati provengono da tutto il mondo, non solo dai 35 milioni di canali del continente, includendo corsi per imparare le lingue e tutorial sulla scienza insieme ai video musicali.

La riforma europea del Copyright torna dunque in primo piano, con la palla rigettata nella mischia dalla parte uscita “sconfitta” dal volo del Parlamento Europeo.

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Giovedì, 21 Marzo 2019 16:56

Copyright al bivio: tra poche ore al voto

La verità è che nelle prossime ore sotto l’appellativo di “Copyright in the digital single market” non si voterà soltanto una semplice riforma del copyright. Quando gli europarlamentari si troveranno di fronte all’estrema scelta, dovendo e potendo dire un SI o un NO al testo votato, discusso, emendato e ridiscusso nel corso di lunghi mesi di dibattito sul tema, andranno a sintetizzare una decisione che si combatte su più piani. Anche per questo motivo la polarizzazione in queste settimane è andata in crescendo, con propaganda dall’una e dall’altra parte per rimescolare e rilanciare discussioni che ormai non vedono più alcuna forma di confronto: gli uni contro gli altri, senza punti di incontro, senza zone di contatto, senza più possibilità di compromesso.

Copyright, un corpo unico

In ballo ci sono infatti anzitutto due modi opposti di interpretare il concetto di copyright. Da una parte vi sono le resistenze di un mercato tradizionale che, incentrato sul controllo dei big del copyright, vorrebbe un quadro normativo che andasse a congelare la situazione attuale; dall’altra vi sono piattaforme che, forti del loro successo e del loro canale preferenziale nell’accesso al cuore (e al pc) degli utenti, fanno di tutto per sottrarre l’istituzione del copyright a chi l’ha finora gestita. In discussione non c’è la sopravvivenza del copyright, che nessuno sta mettendo in discussione, ma la sua interpretazione e la sua gestione, elementi che mobilitano interessi altissimi. In discussione ci sono le mille sfumature legali nell’interpretazione e nell’applicazione del diritto.

In questo quadro della situazione è del tutto evidente il fatto che ormai i creativi non possano fare a meno delle piattaforme e viceversa, ma il difficile è trovare la sintesi tra due elementi che, obbligati a coesistere, faticano tremendamente a cooperare. Non solo: anche quando la collaborazione si fa proficua (Spotify e Netflix non sono certo derive che l’industria del copyright intende osteggiare), è la divisione della torta a creare tensioni. Ed è su questo che ora il Parlamento Europeo è chiamato a decidere, spostando il manico nell’una o nell’altra mano di quello che alla fin dei conti era e rimane però un corpo unico.

Pensare al voto come una sfida tra industria del Web e industria del copyright è vero soltanto nel posizionamento in questa contrattazione a porte aperte, ma di fondo rimane un falso non dichiarato: d’ora innanzi nessuna delle due parti potrà mai più fare a meno dell’altra e soltanto una florida collaborazione costruita nel tempo potrà consegnare ad ambo le parti quanto desiderato. Ma è questo il momento di maggior tensione: non si tratta di prevalere, ma di dettare le regole di una forzata convivenza. L’eterno conflitto tra la parte destra dell’emisfero e la parte destra, tra la creatività e la logica, dove l’intelligenza è dettata dalle infinite interazioni tra l’una e l’altra parte: questo è il futuro del copyright.

Due modi di concepire il Web

In ballo ci sono due modi opposti di concepire il Web ed il suo ruolo nel mondo e nel mercato odierno. Non è un caso se tra i principali sostenitori della riforma vi sia un nome quale Franco Ricardo Levi, a lungo protagonista di battaglie simili (pur se su fronti differenti) quali la legge sull’editoria di cui l’Italia ha dibattuto ormai oltre un decennio fa. L’importanza di mettere lacci al Web nasceva fin dai tempi con la necessità di controllare il fenomeno ponendo dei paletti, irregimentando una rivoluzione che rischiava di tracimare coinvolgendo tutto e tutti. Così è stato. Non che non ci siano stati danni, pericoli ed effetti collaterali, ma non sarebbero stati nuovi vincoli normativi a fermare una rivoluzione in itinere. Questo sta raccontando l’oscuramento odierno di Wikipedia: la riforma rischia di essere un passo indietro, qualcosa che non ben si sposa con un concetto realmente riformista.

Se la direttiva copyright dovesse passare così come è stata formulata, forse poco cambierebbe nell’immediato per filtri, meme, gif e altri aspetti messi al centro del dibattito dall’una e dall’altra parte. Ma la cosa certa è che nel giro di pochi mesi il nuovi baricentro spostato della normativa andrà a far valere il proprio peso, evidenziando quanto radicalmente diverso possa essere il modo di intendere l’industria della produttività, i rapporti con le piattaforme, lo scollamento dei bilanci dell’una e dell’altra parte e altro ancora. Questo voto pesa più di altri, perché è destinato a riverberare conseguenze su più fronti ed in base a quanto radicale vorrà essere la lotta contro i contenuti, contro le piattaforme e contro i sistemi di monitoraggio delle attività dell’utenza.

In questo voto sono proiettate antiche battaglie, antichi dissapori, antiche ombre di bavagli, leggi per l’editoria, leggi per regolamentare i blog: è l’evoluzione odierna di una filosofia emergente che mette in discussione antichi paradigmi cercando di formulare nuovi equilibri. Dove il vecchio resiste credendosi giovane e il nuovo distrugge ben sapendo di essere presto vecchio. Una resa dei conti confusa, ma inevitabile: l’ennesimo scontro generazionale che sarà possibile giudicare compiutamente solo con il senno del poi.

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Il Parlamento Europeo ha chiuso in questi minuti l’ultima seduta di dibattito sulla direttiva copyright. La decisione è giunta al termine di un lungo dibattito nel quale si sono registrate raccolte di firme che hanno coinvolto milioni di cittadini, generando uno dei momenti di maggior coinvolgimento sul tema del digitale mai registrati a livello europeo.

Il dibattito

Il dibattito che ha preceduto il voto non si è distanziato troppo da quanto ascoltato in questi mesi: gli europarlamentari hanno espresso le proprie differenti posizioni, esplicitando le posizioni dei differenti gruppi parlamentari, ma ancora una volta non c’è stata vera concertazione. Sulla riforma del copyright si è infatti formata una dicotomia tra chi spiega di volere un testo più equilibrato e chi accusa i tracotanti interessi dei big del Web su questo tema. Non ci sono state nuove idee sul piatto, però, né riflessioni di approfondimento: soltanto argomentazioni scagliate tra le differenti parti, togliendo utilità all’ultimo dibattito nel quale più parlamentari hanno ammesso di parlare più agli elettori che non ai colleghi.

Eppure è del tutto chiara l’importanza del momento e ad esplicitarlo è l’italiano Massimiliano Salini (PPE): il voto è uno dei più importanti dell’intero mandato di questo Parlamento poiché esprime non soltanto un’idea di copyright, ma una specifica idea d’Europa.

Non c’è censura con questa riforma: con questa riforma creiamo certezza del diritto per chi lavora nei settori del diritto d’autore. Google e altri diffondono disinformazione e dimostrano quanto sia semplice strumentalizzare alcune persone, soprattutto i giovani. La nostra democrazia può agire contro queste piattaforme: oggi sta a noi salvare il patrimonio culturale europeo e non lasciarlo allo sfruttamento dei monopoli tecnologici“: questo l’appello del relatore Axel Voss prima del voto.

Qualche scollamento rispetto alle posizioni iniziali, nel frattempo, emerge: saranno fondamentali ai fini del risultato finale della votazione.

Copyright e gas

Poco prima del dibattito in plenaria, dalla Germania è giunta una notizia di sicuro impatto sul tema. Secondo quanto ipotizzato dal Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), il percorso della direttiva sul copyright sarebbe stato inquinato da uno scambio politico tra Francia e Germania, qualcosa che mischia il diritto d’autore con le politiche energetiche europee.

L’accusa è quella per cui il compromesso sul testo della direttiva (snodo cruciale che ha consentito di portare avanti la direttiva nel momento di maggiore impasse), passaggio che ha visto protagoniste Francia e Germania, sarebbe stato deciso da un “do ut des” che solleva più di un dubbio. Nello specifico dietro la bozza franco-tedesca ci sarebbero gli interessi della Germania sul gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2. Di un compromesso tra le parti si parlava da mesi, ma solo ora due temi lontani come il gas e il copyright sono stati uniti in questo nuovo teorema secondo cui la Francia avrebbe ritirato le proprie perplessità su Nord Stream 2 in risposta ai passi indietro della Germania sul famigerato articolo 13.

Il voto avverrà nelle prossime ore.

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Martedì, 08 Gennaio 2019 15:17

Copyright, la strada europea verso la riforma

Le leggi che regolamentano il copyright sono da tempo sotto stress in virtù di una incredibile innovazione tecnologica che ha radicalmente cambiato i paradigmi del settore nel giro di pochi anni, ripetutamente e con gravi sconquassi sugli equilibri di mercato. Tale situazione ha imposto una lecita richiesta di revisione delle norme che legiferano a livello europeo in materia di copyright e di tutti gli stakeholder del comparto.

Ad un certo punto è stata però evidente una contrapposizione tra quanti vorrebbero la mano pesante dell’Europa sul settore e quanti (a prescindere dal copyright in sé) vogliono che taluni aspetti fondanti del Web possano rimanere garantiti nel tempo. Non uno scontro frontale, quindi, ma una divergenza di vedute che porta utenti, esperti, professori, case discografiche, autori, grandi piattaforme e altri ancora a scontrarsi sul principio: il copyright deve avere priorità sul Web o il Web deve smarcarsi da eccessive responsabilità sul controllo e la gestione dei diritti di proprietà intellettuale? In che misura occorre responsabilizzare i diversi attori del settore?

Fondamentale in questo dibattito il ruolo di Wikimedia, in particolare Wikimedia Italia, poiché è sull’enciclopedia libera Wikipedia che è partita la sommossa che ha rallentato l’approvazione della riforma in attesa di una revisione prevista per il mese di settembre. La revisione è stata però soltanto parziale e non ha portato alla bocciatura della direttiva: al netto dell’introduzione di poche eccezioni rispetto al testo originale, la direttiva è stata infine approvata il 12 settembre 2018.

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