Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Venerdì, 14 Aprile 2017 10:36

Google, un adblocker per Chrome?

Roma - Google, che sull'advertising ha costruito un prosperoso impero, starebbe lavorando ad un adblocker: a dare voce a quelle che per il momento sono solo indiscrezioni è il Wall Street Journal. A sbrogliare quello che potrebbe apparire un paradosso, bastano delle argomentazioni inerenti all'andamento del mercato della pubblicità online e alle strategie adottate dai sistemi per bloccarla.

Il filtro per l'advertising che Google starebbe sviluppando, riferisce il Wall Street Journal, si declinerebbe per le versioni desktop e mobile di Chrome, si rivelerebbe ben più propositivo delle attuali soluzioni per contenere l'advertising malevolo e potrebbe essere attivo di default, eventualmente revocabile dagli utenti. Data la posizione di Google sul mercato della pubblicità online, l'adblocker della Grande G potrebbe essere tarato per operare solo su certi tipi di ad ritenuti non accettabili sulla base di standard che si stanno formalizzando sul mercato di settore o pensato per agire integralmente sui siti che ospitano inserzioni non conformi, così da incoraggiarli a cambiare prospettiva a favore di una offerta pubblicitaria più tollerabile e accettata dall'utente. 

Popup invasivi, irruzioni di video e suoni, conti alla rovescia per fruire di contenuti: per stessa ammissione degli operatori del mondo della pubblicità, sono numerosi gli elementi che hanno determinato il successo dilagante delle soluzioni di adblocking. Per garantirsi la sopravvivenza, per soffocare l'ambizione degli operatori di adblocker di sviluppare un sistema pubblicitario parallelo, i colossi della Rete che vivono di pubblicità hanno stretto alleanze come la Coalition for Better Ads, per studiare le reazioni degli utenti, per rivedere gli standard dell'accettabilità e tornare a disseminare advertising fruibile, che sappia riconquistare valore stillando attraverso i filtri cognitivi dell'utente.Ma per riguadagnare la fiducia e l'attenzione degli utenti, è altrettanto necessario che la pubblicità filtri attraverso le soluzioni tecnologiche che le platee connesse stanno adottando in maniera sempre più diffusa. È dunque determinante, piuttosto che aggredire gli adblockercompetere con gli adblocker. Soggetti come AppleOpera e Mozilla, meno attivamente coinvolti nel circuito pubblicitario, hanno già preso posizione, e la eventuale discesa in campo di Google, forte della larga maggioranza di quote di mercato del suo browser Chromepotrebbe sparigliare le carte e incidere sul destino dell'advertising online.

Se davvero la Google decidesse di agire con un proprio adblocker, con l'impatto sul mercato che si presume ne possa conseguire, cambierebbero i punti di attrito fra gli affari della Grande G: se da un lato verrebbe meno la contraddittoria esigenza di pagare per aderire alle whitelist degli adblocker terzi, dall'altro lato il colosso dell'advertising si troverebbe costretta a giustificare di fronte ai netizen e alle autorità l'evidente conflitto di interessi che verrebbe a crearsi nel momento in cui assumesse contemporaneamente il ruolo di distributore e di filtro per la pubblicità online.
Il Wall Street Journal avverte che i piani di Mountain View potrebbero non sfociare in un alcun servizio, e per il momento Google si trincera nel silenzio.

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Venerdì, 21 Aprile 2017 10:43

Tesla, Aurora di pace

Roma - Tesla e Aurora Innovation hanno raggiunto un accordo per chiudere consensualmente, a poco più di 3 mesi dalla sua apertura, la causa che le vedeva contrapposte.

Il caso è quello che vedeva il produttore di auto elettriche Tesla citare in giudizio per furto di informazioni confidenziali e (tentativo di) storno di dipendenti l'ex manager del team Autopilot, Sterling Anderson, e Chris Urmson, già capo tecnico del programma dedicato alle self driving car di Google e fondatore della startup Aurora Innovation. Oggetto del contendere, inoltre, un presunto accordo di non concorrenza in base al quale Anderson avrebbe dovuto, per dodici mesi dalle sue dimissioni, astenersi dall'operare nel settore delle auto senza pilota per cui si era impegnato nella ricerca per conto di Tesla.

Aurora Innovation aveva negato ogni addebito. Urmson aveva parlato di "azione legale senza fondamento" che puntava a "distruggere le reputazioni personali", rivelando "un'allarmante paranoia e un morboso terrore per la competizione": tuttavia la questione sembrava tutt'altro che di poco conto, soprattutto visto il ruolo chiave che Sterling Anderson svolgeva nel progetto di sviluppo del sistema driverless di Tesla.Secondo l'accordo ora sottoscritto, peraltro, molte delle richieste di Tesla sono state riconosciute: per quanto Aurora e Anderson siano scagionate dalle accuse, la startup ha accettato di pagare a Tesla 100mila dollari e di impegnarsi a non assumere in alcun modo alcun dipendente da Tesla almeno fino al prossimo febbraio.

Tesla condurrà inoltre, attraverso una società terza neutrale, un esame sui dispositivi e i materiali Aurora per assicurarsi che abbiano nulla a che vedere con le informazioni riservate e le tecnologie di Tesla.

Sterling //medium.com/@sterling_a/moving-forward-38488c405caf" target="_blank" style="text-decoration-line: none; color: rgb(98, 98, 137); font-family: LucidaGrande, "Lucida Grande", kedage, Sharjah, "DejaVu Sans", "Lucida Sans Unicode", serif, Arial, sans-serif; font-size: 14px;">ha sminuito la causa e le sue conseguenze come un fastidio superabile: "Abbiamo creato Aurora per accelerare l'industria, frivole cause ci rallentano solo" e ha definito i 100mila dollari una somma messa sul piatto come costo delle future indagini necessarie a scagionarla completamente dalle accuse di furto di informazioni da parte di Tesla.

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Roma - Baidu renderà accesibile i risultati del suo progetto di ricerca nell'ambito delle auto senza pilota a chiunque voglia collaborarvi o aderirvi, con l'obiettivo di imporsi nel nuovo settore, in particolare portando dalla propria i produttori automobilistici.

Baidu ha sostenuto notevoli investimenti nel settore, consapevole come altri che si tratta di una delle frontiere del prossimo futuro tecnologico: lo scorso marzo aveva addirittura annunciato di essere pronta per i test delle sue auto senza pilota sulle strade degli Stati Uniti.

Il suo progetto driverless si chiama Apollo e comprende la piattaforma relativa alle tecnologie per i veicoli, dal punto di vista hardware, da quello software e per quanto riguarda i servizi data cloud.Ora tali tecnologie comprese nel suo sistema operativo per auto senza pilota saranno rese accessibili gratuitamente: d'altra parte secondo quando riferisce la dirigenza Baidu, al momento in questo promettente settore si stanno portando avanti tanti progetti di ricerca paralleli con la conseguenza che ci saranno diverse "reinvenzioni della ruota". La necessità di condivisione, insomma, nasce principalmente dalla volontà di ottimizzare l'innovazione di settore.

In questo modo Baidu cerca di trovare in primo luogo partner commerciali per il suo programma e in secondo luogo di aumentarne la diffusione e l'apprezzamento del proprio sistema operativo, magari spingendo verso sistemi, sensori e altre componenti con esso compatibili e integrabili: un po' come ha fatto Google nel 2008 con Android.

Al momento Baidu sta collaborando solo con alcune aziende cinesi e ha un accordo con Ford (con cui si impegnano congiuntamente a investire 150 milioni di dollari), mentre la relazione instaurata per un paio di anni con BMW è giunta a conclusione proprio l'anno scorso.

L'obiettivo iniziale, dunque, è quello di sperimentare altri veicoli con la piattaforma Apollo in ambienti controllati entro Luglio e su strade con condizioni urbane semplici entro la fine dell'anno, mentre per autostrade e vie di città si punta al 2020.

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Roma - Già nota dagli ultimi mesi del 2015, cui è seguita una patch silente ma immediata, la vulnerabilità CVE-2016-10229 di tipo arbitrary code execution, che riguarda le versioni del kernel Linux comprese tra la 2.6 e la 4.5, è stata catalogata nel Common Vulnerability Scoring System v3 con un punteggio pari a 9.8, ma la patch è stata inclusa solo di recente nelle maggiori distribuzioni GNU/Linux.

Il problema deriva dalla gestione del flag MSG_PEEK nella funzione recvmsg relativa al protocollo UDP, il cui ruolo è quello di permettere il prefetch di un messaggio in arrivo su un socket UDP senza consumare il buffer di lettura.
In particolare, quando l'utente fornisce una quantità di dati inferiore alla dimensione del socket buffer (SKB), il checksum del pacchetto UDP viene calcolato due volte; la seconda volta utilizzando una funzione insicura (skb_copy_and_csum_datagram_iovec) che potrebbe causare l'esecuzione di codice arbitrario.

Questa funzione, nei kernel del ramo mainline, è stata già sostituita da tempo con l'equivalente skb_copy_and_csum_datagram_msg, in grado di gestire i buffer corti in modo sicuro, risolvendo parzialmente il problema.L'autore della patch (poche e semplici righe di codice) è Eric Dumazet (Google), che minimizza l'entità della vulnerabilità sottolineando come i kernel non patchati con il commit 89c22d8c3b27 ("net: Fix skb csum races when peeking") ne siano esenti. 
È il caso ad esempio dei kernel Red Hat; al contrario, i manutentori di altre distribuzioni come Ubuntu e Debian hanno distribuito una versione sicura del kernel nello scorso mese di febbraio.

Sebbene i kernel messi in sicurezza siano stati rilasciati ormai da tempo, l'impatto della vulnerabilità non è da sottovalutare. Bisogna considerare che il flag MSG_PEEK è molto utilizzato sia in software noti che in librerie comunemente adottate dagli sviluppatori, come riscontrabile da ricerche su Github o su SearchCode.
È quindi raccomandabile usare una versione aggiornata del kernel, anche nell'ottica di contrastare molte altre vulnerabilità recentemente scoperte.

Una riflessione particolare va fatta nei confronti dei dispositivi mobile Android, destinati a rimanere ancora a lungo vulnerabili a causa del modello di erogazione degli aggiornamenti del sistema operativo di casa Google. Il 5 Aprile il team Android ha rilasciato un aggiornamento contenente, tra le altre, la soluzione per il bug esposto. Tuttavia, la distribuzione degli aggiornamenti è in carico ai principali produttori mobile: Samsung e LG hanno già risposto alla chiamata da parte di Mountain View con un aggiornamento di sicurezza; sarà quindi necessario valutare quanti e quali saranno effettivamente i dispositivi coinvolti in mano agli utenti.
Inoltre, la patch è stata applicata al kernel di Lineage OS, da cui derivano molte custom rom.

Infine, trattandosi di vulnerabilità del kernel Linux, è inevitabile non menzionare l'impatto delle stesse sui dispositivi embedded (ad esempio apparati di rete domestici come router e device IoT), per i quali l'onere dell'aggiornamento è in capo ai proprietari, spesso utenti ignari del livello di rischio cui si è esposti sulla rete Internet.

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Venerdì, 21 Aprile 2017 10:49

Milano, totem spia alla Stazione Centrale?

VidiReports

 

Roma - I totem pubblicitari presenti nella Stazione Centrale di Milano violano la privacy dei passanti raccogliendone i dati sensibili a loro insaputa? È questo il dubbio sollevato dal Giovanni Pellerano, esperto di privacy e CTO del centro Hermes per la Trasparenza e i Diritti Umani Digitali, su cui l'Autorithy guidata da Antonello Soro vuole fare chiarezza tramite una richiesta di informazioni inviata alla società francese Quividi, leader nel campo dell'Attention Analytics, che nel 2013 si è aggiudicata il contratto di fornitura dei totem con Grandi Stazioni.

Quella del ricercatore italiano è una scoperta avvenuta per caso. Come riportato dal Corriere della Sera, qualche tempo fa Pellerano si è trovato di fronte a uno di questi totem mentre era in stato di errore, notando dalle informazioni a video la presenza del software VidiReports, un software per il tracciamento facciale in grado, secondo l'azienda, di registrare informazioni come sesso, età (stimata), tratti distintivi (occhiali, barba, baffi), stato d'animo, numero e livello di attenzione dei passanti di turno. Tutti dati sfruttati dalle agenzie di marketing per l'elaborazione di statistiche o progettare nuove campagne pubblicitarie.

La questione della raccolta dati in generale non è di poco conto perché come spiega Stefano Mele, avvocato specializzato in Privacy e Cybersecurity "l'acquisizione di dati biometrici si configura come un trattamento di dati personali tra i più invasivi per la privacy", fatto che diventa ancora più rilevante se tale acquisizione è effettuata a fini esclusivamente commerciali.Secondo l'azienda non dovrebbe però sussistere alcun problema di privacy, in quanto i loro software sarebbero stati realizzati secondo un principio di Privacy by Design, in funzione del quale nessuna registrazione di immagini o dati personali riconducibili a un singolo individuo viene effettuata dai dispositivi. In pratica, il software non sarebbe in grado di identificare la persona davanti alla telecamera fra quelle contenute in un database, riuscendo solo a determinare se di fronte ad essa vi sia qualcuno oppure no. In aggiunta, tutte le elaborazioni verrebbero eseguite localmente per poi inviare i dati aggregati alla console di management e cancellare l'immagine dalla memoria del dispositivo.

Per Quividi il tutto sarebbe quindi perfettamente lecito e non richiederebbe nemmeno un'informativa ai passanti poiché i dati raccolti non sono da considerarsi come "personali". Sarebbe però utile considerare anche il fattore manutenzione: lo stato in cui Pellerano ha trovato il totem evidenzia una problematica che non è stata gestita, lasciando uno strumento installato anni fa (e probabilmente non periodicamente aggiornato in termini di sicurezza) "in balìa di chi voglia abusarne".

Ci si auspica dunque che la società collabori attivamente e tempestivamente con il Garante in modo da fugare qualsiasi dubbio sulla legittimità e correttezza del suo operato, come già fatto nel 2011 dove per tramite dell'italiana Dialogica era stato richiesto un parere al Garante proprio su questa materia.

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Venerdì, 21 Aprile 2017 11:30

Mozilla spegne l'Aurora a Firefox

Canali Firefox

Roma - Avrebbe dovuto rappresentare l'alba di un nuovo modello di sviluppo per Firefox, e invece il canale di distribuzione Aurora è destinato a finire nel dimenticatoio a sei anni dalla sua implementazione. Mozilla si giustifica e promette: in questo modo il browser del Panda Rosso sarà ancora più agile nell'implementazione delle nuove funzionalità.Presentate nell'aprile del 2011, le build Aurora di Firefox erano figlie di un'epoca molto diversa per il mercato dei browser: Google Chrome sfornava una release ogni poche settimane facendo incetta di utenti, e Mozilla aveva bisogno di ripensare lo sviluppo del codice per continuare a essere concorrenziale nei confronti del nuovo browser del colosso dell'advertising.
Aurora era stato pensato per giocare il ruolo di un canale di release intermedio tra le versioni prettamente "alfa" di Firefox (Nightly) e le più robuste Beta, con Mozilla che preventivava di avere un numero di utenti "Aurora" 10 volte superiore rispetto alle Nightly per avviare la stabilizzazione del codice prima di far uscire una nuova versione Beta.

Chiaramente, confessa ora Mozilla, l'intento originale di Aurora non si è mai concretizzato perché il canale pre-beta non ha mai attirato un numero sufficiente di utenti: gli sviluppatori amanti del rischio si sono spostati quasi tutti sulle Nightly, mentre coloro che fossero interessati a navigare in acque più tranquille hanno scelto le Beta senza curarsi del canale intermedio.L'implementazione di meccanismi avanzati per la sperimentazione graduale delle nuove funzionalità - come ad esempio la distribuzione delle release definitive con la tecnologia multi-processo Electrolysis limitata a una frazione minimale dell'intero parco utenti di Firefox - ha altresì confermato l'obsolescenza del modello Aurora, e ora Mozilla dice di voler semplificare lo sviluppo eliminando definitivamente il canale Aurora.

In conseguenza della nuova politica, ha spiegato la Mozilla, gli utenti di Aurora passeranno a un sotto-gruppo del canale Beta noto come "pre-Beta" e destinato a ricevere per primo le novità provenienti dal canale Nightly. Per Fennec, la variante Android di Firefox, gli utenti Aurora passeranno invece alle Nightly, la Developer Edition su desktop si sposterà da Aurora a Beta e la localizzazione del testo - precedentemente gestita in Aurora - verrà implementata sulle Nightly.

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Formattare una chiavetta USB, una SD Card o un hard disk comporta la cancellazione di tutto il suo contenuto. L'operazione si differenzia dalla normale cancellazione dei file in quanto permette di eliminare non solo i "dati visibili", ma anche le eventuali partizioni e le cartelle nascoste create, ad esempio, dalla fotocamera, dai lettori Blu-ray, dalle TV e da tutti gli altri dispositivi ai quali abbiamo collegato la periferica. Oltre a questo, la formattazione consente di correggere eventuali errori di lettura/scrittura causati da settori danneggiati che in questo modo vengono "isolati" e resi inutilizzabili: quest'ultima operazione riporta solitamente a nuova vita il drive anche in termini di velocità.

La formattazione di un dispositivo di memorizzazione permette anche di personalizzarne il file system per renderlo compatibile con altri dispositivi (oltre che col PC Windows) oppure per consentire la memorizzazione di file superiori a 4 GB (limite delle partizioni FAT). A tutti è capitato di tentare la memorizzazione di un gioco o di un film di dimensioni superiori a 4 GB su una chiavetta USB, per poi scoprire di dover utilizzare il parametro NTFS in fase di formattazione. Senza contare le infezioni da virus che non è possibile debellare con la semplice cancellazione dei file; oppure gli errori dovuti all'espulsione forzata della chiavetta o ad un banale sbalzo di tensione. Ebbene, imparare a formattare una pendrive e soprattutto a conoscere i parametri che è possibile assegnare al dispositivo può essere utile per risolvere diversi problemi che spesso ci portano ad abbandonare le chiavette convinti che siano irrimediabilmente perdute.

Apriamo il Prompt dei comandi come amministratore cliccando col tasto destro del mouse sul menu START e scegliendo la voce Prompt dei comandi (amministratore). Digitiamo diskpart, premiamo Invio e attendiamo l'avvio della relativa applicazione.

Digitiamo il comando list disk (rispettando lo spazio tra le due parole) e premiamo Invio. A seguire facciamo attenzione a identificare il disco da ripulire: l'elenco comprende infatti tutte le unità di memorizzazione presenti nel sistema, identificate con numeri progressivi.Diamo il comando select disk seguito dal numero del disco che si desidera ripulire e premiamo Invio. Il prompt dei comandi restituirà una conferma dell'avvenuta selezione: a questo punto tutte le operazioni successive verranno effettuate sul disco selezionato.Digitiamo adesso il comando clean (sempre seguito da Invio) per cancellare la tabella delle partizioni dal disco selezionato. A conferma dell'operazione il sistema non permetterà più l'accesso alla periferica selezionata in quanto priva di partizioni.Formattiamo dunque l'unità. Per farlo, digitiamo i seguenti comandi premendo ogni volta Inviocreate partition primary, poi active e infine format fs=ntfs label="nome_preriferica". Il sistema mostrerà un indicatore di avanzamento. Al termine digitiamo il comando assign e chiudiamo il prompt dei comandi.Correggere gli errori presenti nella pendrive
Grazie a uno strumento gratuito realizzato da Hewlett Packard è possibile risolvere buona parte dei problemi di una chiavetta USB (come ad esempio recuperare lo spazio disponibile dopo l'utilizzo della pendrive come disco di avvio di una distribuzione Linux). ScarichiamoHP USB Disk Storage Format Tool e avviamolo come amministratore (tasto destro del mouse sul file eseguibile e clicchiamo su Esegui come amministratore). Nella schermata principale del software, dall'elenco disponibile selezioniamo il dispositivo da formattare, scegliamo il file system (FAT32 o NTFS) e spuntiamo la casella di controllo Quick format per eseguire la formattazione veloce. Clicchiamo su Start per avviare la formattazione e correzione degli eventuali errori presenti nella pendrive.La giusta dimensione
Se abbiamo intenzione di utilizzare la pendrive per memorizzare file di grandi dimensioni, dal menu Dimensioni unità di allocazione del tool di formattazione utilizzato è opportuno scegliere valori alti tra quelli disponibili. Questo parametro velocizzerà l'accesso ai file in quanto i cluster utilizzati per memorizzare questi ultimi disporranno di più spazio e per questa ragione il sistema farà meno fatica a mettere insieme le diverse parti in cui un file è suddiviso quando viene memorizzato in un'unità di memoria. Naturalmente questa opzione è sconsigliata se si memorizzano file di piccole dimensioni: in questo ultimo caso ci ritroveremo con più spazio occupato di quanto effettivamente il file richieda.

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Venerdì, 21 Aprile 2017 12:43

Lampi di Cassandra/ Tommaso Campanella 4.0

Roma - Cassandra è certa che come lei anche molti dei 24 informatissimi lettori si sono sentiti cascare le braccia leggendo, qui o su altre fonti informative, la notizia della pur lodevole iniziativa del Politecnico di Milano e di Trend Micro, che in uno studio molto accurato e interessante segnalano e dimostrano con forza che collegare robot a Internet può essere pericoloso.

Intervistato da Punto Informatico, l'amico Stefano Zanero ha correttamente aggiunto che fino a quando i software di controllo dei robot, scritti per essere isolati, non saranno riscritti con livelli di sicurezza molto alti, è opportuno, anzi doveroso, monitorare il traffico delle reti su cui sono connessi tali robot, e irrobustirne la sicurezza per quanto possibile.

Niente da dire sul merito. È anche logico che un grande produttore di sistemi di sicurezza e uno dei massimi esperti al mondo di Intrusion Detection System sottolineino che, nel breve termine, eseguire questi interventi è necessario (anzi doveroso) per non mettere in pericolo lavoratori, robot, produzione e consumatori.La risposta è quindi giusta; la domanda però non lo è.

La domanda giusta è "I robot sono stati progettati per connettersi a Internet"? 
La risposta è "No"? 
Bene, la soluzione semplicemente è non connetterli a Internet finché non verranno riprogettati con livelli di sicurezza alti e adeguati.

Deve essere vietato farlo. Devono esistere leggi che lo vietino, nonché regolamenti tecnici che spieghino come valutarne la sicurezza e quale sia la soglia minima da raggiungere. Come nella 626 o nella 196/2003.
Le considerazioni di bilancio e di riduzione costi, che spingono le aziende a non investire abbastanza in sicurezza e contemporaneamente a usare Internet come cavo a basso costo per realizzare le loro reti e i loro prodotti, devono essere severamente contrastate.

Non si deve permettere che la storia dei mancati investimenti in "Security by Design", accaduta più volte negli ultimi 15 anni particolarmente in ambito bancario, SCADA, nucleare e biomedicale, possa ripetersi.

Non è concepibile che lo stesso approccio criminale trascurato e menefreghista poco accorto venga permesso nel meraviglioso mondo identificato dalla buzzword "Industria 4.0".

Certamente dal punto di vista della sicurezza Enti di Controllo e Legislatori saranno doverosamente parte diligente e paternamente severa di questo nuovo mondo, che vedranno altrettanto bisognoso di normazione come quelli della sicurezza del lavoro e dell'edilizia.

Cassandra stavolta non azzarda profezie, ma si limita a sperare.

P.S. Questa è la quattrocentesima esternazione di Cassandra! 
Grazie di cuore a tutti i lettori, particolarmente agli indefessi 24, per essere arrivati fino a qui insieme a me.

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Venerdì, 12 Maggio 2017 10:13

Snapchat, crescita a rilento

snapchat

Roma - Il debutto record di Snapchat in borsa ad inizio di marzo è un lontano ricordo: il trionfante esordio a Wall Street (con il raggiungimento di un valore di 24,48 dollari per azione) ha lasciato il posto ad una panoramica del trimestre molto più cauta. Erano stati effettivamente in molti a temere l'effetto bolla: gli analisti per primi avevano espresso titubanza sul futuro dell'app che, comunque, finora ha saputo dare del filo da torcere ai giganti dei social network, per primo Twitter e in seguito Facebook.

A dir la verità si tratta di uno stallo più che una retrocessione: i dati parlano di una crescita, seppur dal ritmo nettamente rallentato. L'aumento in termini di utenti nell'ultimo trimestre è stato di 8 milioni, con un tasso di crescita del 5 per cento. Se non si considerasse l'ultimo trimestre 2016 (il meno proficuo della storia dell'app, con una crescita del 3,2 per cento) i primi mesi dell'anno sarebbero da considerare i più "negativi", soprattutto se paragonati con i precedenti che hanno picchi superiori al 17 per cento.

Analizzando più da vicino i dati, si nota che circa 2 miliardi di dollari dei 2,2 miliardi dichiarati come reddito sono da considerare perdite nette dovute in parte alla compensazione delle azioni legate all'IPO. I costi che Facebook ha sostenuto per il suo debutto sono stati un po' inferiori (1,3 miliardi di dollari), ma con ricavi di 1,18 miliardi alla presentazione del primo rapporto dopo la quotazione in borsa. Questo significa che se Snapchat ha bruciato 104 milioni di dollari nel primo trimestre del 2016, nel primo trimestre del 2017 ha perso 208 milioni, il doppio.Qualcuno giustifica questo rallentamento con l'avanzata dei competitor e lo attribuisce alla volontà di reinventare o rimuovere alcune funzioni che invece sembravano essere molto apprezzate dagli utenti. È questo il caso della lista di "Storie" che a seguito di una recente modifica non permette più di seguire come prima le celebrità o semplicemente i conoscenti a cui si è interessati (una spiegazione della modifica dell'algoritmo alla base del nuovo feed è stata pubblicata da Techcrunch).
Secondo altri il problema è relativo alla percezione dello strumento, che nel tempo è stato infarcito sì di tanti gadget (come ad esempio la possibilità di rimuovere alcuni elementi dalle foto oppure giocare con alcuni effetti di realtà aumentata), ma rinunciando ad un tono di utilità.

A discapito delle perdite e dell'andamento non particolarmente promettente, rimane da riconoscere a Snapchat la forza di poter contare su una crescita costante di utenti, un tempo medio giornaliero di utilizzo di mezzora e soprattutto il numero di teenager da poter colpire con la pubblicità. È questo ultimo dato ad essere utilizzato come arma per convincere gli investitori ad essere fiduciosi.

Il cofondatore di Snapchat Evan Spiegel rimarca le tante funzioni clonate da parte di colossi come Facebook (in particolare le "storie"), pur senza accusare nessuno: "Se vuoi essere una azienda creativa devi sentirti a tuo agio e apprezzare il fatto che le persone copino i tuoi prodotti se fai delle grandi cose", ha commentato. Ma non per questo l'azienda rimarrà a guardare. Pur non dando indicazioni sui prossimi passi, Spiegel ha lasciato intuire che ci saranno delle interessanti evoluzioni: "siamo molto eccitati e amiamo sorprendere la nostra community".

Da alcuni commenti in rete di Mark Zuckerberg sembra invece che il gigante dei social network continuerà a focalizzarsi sulle implementazioni relative alla fotocamera, ancora una volta dando del filo da torcere a Snapchat. Le scopiazzature in questo caso sembrano effettivamente essere premianti: Instagram il mese scorso ha rivelato di avere oltre 200 milioni di utenti attivi al giorno grazie alla funzione Storie, non a caso "ereditata" da Snapchat. D'altro canto il trimestre di Facebook si è chiuso con qualche rallentamento di crescita ma con profitti che superano gli 8 miliardi di dollari.

facebook

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Venerdì, 12 Maggio 2017 10:16

USA, spam anti-neutrality sulla FCC

Roma - Il voto del prossimo 18 maggio con il quale la Federal Communication Commission (FCC) intende approvare la nuova proposta pensata per smantellare le disposizioni della Net Neutrality si gioca anche sui commenti arrivati sul sito della Commissione che rappresentano il mezzo con cui i cittadini possono cercare di far valere la propria opinione circa la questione nell'attuale fase di consultazione pubblica: il sistema è finito tuttavia per essere vittima di un bot che ha iniziato a inviare migliaia di messaggi pro-net neutrality.

Le regole volute dall'amministrazione Obama e supportate dal precedente presidente della FCC Tom Wheeler come uno dei cardini dell'Open Internet, sono stati uno dei primi campi di battaglia della nuova amministrazione della Casa Bianca contro la precedente, tanto che proprio l'ostilità manifestata nei suoi confronti fin dall'inizio da Ajit Pai sembra essergli valsa la nomina al vertice FCC da parte del Presidente Trump: subito dopo la vittoria elettorale del tycoon, Pai scriveva in una lettera aperta al neoeletto Presidente USA come fosse necessario adoperarsi per lo smantellamento della net neutrality e si era inoltre distinto per il voto contrario a una normativa mirata a impedire agli ISP di condividere informazioni degli utenti (come l'utilizzo di dati e la cronologia di navigazione) senza esplicito consenso da parte degli stessi.

Appena Pai ha cercato di muovere i primi passi in direzione della nuova rotta si sono fatte sentire le grandi società di comunicazione che, in particolare attraverso Internet Association (IA) (che raccoglie, tra le altre, Amazon, eBay, Facebook, Google, Microsoft, Netflix, PayPal, Reddit e Spotify), hanno fatto sapere di essere pronte a difendere strenuamente le regole della net neutrality, base della libertà e del corretto funzionamento di Internet. Ad esse si sono unite 800 startup che riferiscono che senza la net neutrality spariranno anche loro, nonché la trasmissione televisiva Last Week Tonight with John Oliver.Nella puntata della scorsa settimana della famosa trasmissione della HBO il conduttore, dopo aver messo in luce le criticità e le minacce della riforma annunciata da Pai, ha evidenziato le difficoltà davanti cui si sarebbero trovati gli utenti che avessero voluto lasciare le proprie rimostranze e il loro supporto nei confronti della net neutrality nella sezione dedicata del sito della FCC: in questo modo, affermava John Oliver, sarebbe stato possibile influenzare il processo decisionale della FCC che prevede, appunto, tale fase di pubblica consultazione.

Per consentire a tutti di lasciare il proprio commento, quindi, la trasmissione ha predisposto un nome a dominio Gofccyourself.com reindirizzato direttamente sulla pagina predisposta da FCC per lasciare il proprio commento e che altrimenti sarebbe raggiungibile solo dopo diversi clic e ricerche all'interno del sito Web: questo, insieme all'attenzione sollevata dalla trasmissione, ha evidentemente raggiunto il suo obiettivo facendo arrivare un ingente numero di commenti pro-neutrality sulla piattaforma della commissione, finendo tuttavia per attirare anche l'attenzione della fazione opposta. Nei giorni successivi, infatti, un bot ha iniziato a postare migliaia di messaggi tutti uguali.

FCC, in realtà, aveva dichiarato - fin dalle prime ore successive alla trasmissione - di essere "sotto multipli attacchi informativi" identificando come tali, dunque, anche i messaggi lasciati dai telespettatori della trasmissione. 
Tuttavia tra le migliaia di commenti postati sul sito, sono iniziati ad arrivare effettivamente anche migliaia di commenti anti-net neutrality dal testo identico: gli osservatori ne hanno individuati più di 128mila.

Tali commenti oltre allo stesso testo seguono anche lo stesso schema: sono lasciati in ordine alfabetico in base al nome del presunto autore di cui sono indicati nome, indirizzo e ZIP code (codice di avviamento postale). Il bot, pertanto, deve aver sfruttato le API del sistema di commenti pubblici del sito FCC e una lista di nomi di persone che sempre gli osservatori confermano essere ignare di essere finite come autori di commenti sul sito FCC.

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