Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Proseguono a buon ritmo i lavori pianificati da Google per estendere la portata del Material Design a tutte le sue piattaforme e ad ogni loro versione: questa volta tocca a Gmail, con un restyling delle applicazioni mobile destinate a smartphone e tablet che sarà introdotto in modo graduale a partire dalle prossime settimane. L’annuncio arriva direttamente dal blog ufficiale del gruppo di Mountain View, con alcuni screenshot allegati che riportiamo di seguito, utili per capire cosa cambierà.

Gmail: Material Design su Android e iOS

Il nuovo stile andrà a palesarsi all’interno delle app distribuite da bigG sui dispositivi Android e iOS. Le novità non saranno esclusivamente di carattere estetico, ma anche funzionale: sarà ad esempio possibile vedere un’anteprima dei file allegati ai messaggi ricevuti senza aprirli e senza dover effettuare lo scrolling dell’intera conversazione. Ancora, sarà più semplice passare da un account all’altro, effettuando in un istante lo switch tra la propria casella personale a quella utilizzata quotidianamente per le comunicazioni di lavoro (e viceversa).

L'app mobile di Gmail in Material Design

Un ennesimo step, dunque, nel percorso di rollout del Material Design che di recente ha già interessato con un restyling anche le versioni Web di servizi come la stessa casella di posta Gmail, Drive, Calendar, Docs e Sites. L’obiettivo dichiarato è quello di uniformare l’interfaccia delle varie piattaforme del portfolio Google, così da offrire un’esperienza omogenea indipendentemente dagli strumenti utilizzati.

L'app mobile di Gmail in Material Design

Per coloro appartenenti all’ambito professionale abbonati alla G Suite (nelle scorse settimane è stato annunciato un aumento dei prezzi per le formule Basic e Business) la novità arriverà più avanti nel corso dell’anno.

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Anche iOS avrà la sua versione di Opera Touch compatibile con blockchain, applicazioni decentralizzate, criptovalute e Web 3.0. Ad annunciarlo è la software house, che a breve offrirà agli utenti iPhone e iPad le medesime funzionalità già viste su Android a dicembre. Il rollout non ha ancora preso il via e non ci sono informazioni precise in merito alle tempistiche, ma l’attesa non dovrebbe essere lunga.

Opera Touch

Come già detto, tra le feature integrate si segnala un wallet per criptovalute che permetterà agli utenti di gestire il proprio portafogli virtuale senza la necessità di affidarsi a strumenti esterni o di terze parti. Ancora, verrà garantito il pieno supporto all’esecuzione delle Dapps che fanno leva sulle potenzialità delle blockchain. Si aggiungono la tecnologia My Flow per la sincronizzazione di dati, informazioni e appunti tra diversi dispositivi, due temi per l’interfaccia (Light e Dark) e la possibilità di consultare da mobile le schede aperte all’interno della versione desktop di Opera (e viceversa).

Siamo felici di farvi sapere che, in conseguenza al successo del nostro Crypto Wallet e dell’explorer Dapp in Opera per Android, abbiamo deciso di rendere disponibile Opera Touch per iOS. Lo facciamo rispondendo alle richieste che giungono dalla community di Ethereum. Molti di voi hanno chiesto di offrire su iOS la stessa esperienza di navigazione del Web 3.0 già vista per Android.

C’è anche la funzionalità introdotta nel novembre scorso per bloccare i messaggi relativi ai cookie che spesso rendono macchinosa la navigazione, soprattutto quando si visita per la prima volta un sito: è sufficiente un tap per nasconderli, come si può osservare nel filmato di seguito.

In merito alle crypto, il team di Opera ha siglato un accordo con l’exchange Safello per offrire agli utenti dei paesi scandinavi (Danimarca, Svezia e Norvegia) la possibilità di aprire e configurare un proprio wallet in meno di un minuto, direttamente all’interno del browser. Una mossa che mira a semplificare il processo, da molti ancora ritenuto complicato e difficoltoso. Chi desidera provare in anteprima la nuova versione di Opera per iOS può inserire la propria email nella pagina dedicata all’Early Access così da ricevere un avviso non appena il download sarà disponibile.

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App Store non è sicuro come dicono.


Come riporta il Washington Post, Phillipe Christodoulou ha cercato l’app Trezor per iOS sullo store di Apple, trovando un’app con il logo dell’azienda che aveva diverse recensioni positive (quasi cinque stelle). Ha quindi installato l’app sul suo iPhone e inserito le credenziali di accesso al wallet di Trezor. In meno di un secondo sono spariti 17,1 Bitcoin, pari a circa 600.000 dollari al momento del furto.

Simili truffe sono più frequenti su Android, ma non dovrebbero esistere su iOS perché Apple ha dichiarato più volte che il suo store digitale è il più sicuro del mondo. L’azienda di Cupertino afferma di verificare ogni app prima della pubblicazione. Diversi esperti hanno tuttavia evidenziato che i controlli di Apple possono essere aggirati abbastanza facilmente.

Trezor non ha nessuna app, ma solo wallet hardware (ad esempio un dispositivo USB). Lo scammer ha pubblicato una falsa app Trezor, indicando che serviva per cifrare i file e conservare le password. Apple ha approvato l’app che è stata pubblicata il 22 gennaio. Successivamente l’autore ha trasformato l’app in un portafoglio per criptovalute. Dopo aver ricevuto la segnalazione da Trezor, Apple ha rimosso l’app dallo store all’inizio di febbraio.

Un portavoce di Apple ha dichiarato:

La fiducia degli utenti è alla base del motivo per cui abbiamo creato App Store e da allora abbiamo solo rafforzato tale impegno. Diversi studi hanno dimostrato che App Store è il più sicuro al mondo e siamo costantemente al lavoro per mantenere questo standard e per rafforzare ulteriormente le protezioni. Nei casi limitati in cui i criminali frodano i nostri utenti, agiamo rapidamente contro questi attori e per prevenire violazioni simili in futuro.

L’account del truffatore è stato chiuso, ma i 17,1 Bitcoin sono spariti per sempre. Christodoulou era un fedele cliente dell’azienda di Cupertino: “Hanno tradito la fiducia che avevo in loro. Apple non merita di farla franca“. Sull’accaduto sono in corso le indagine dell’FBI.

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Zoom su iPad ha un potere speciale di troppo.


Un accorgimento particolarmente utile poiché consente, ad esempio, di scrivere o consultare gli appunti, i documenti e le risorse online mentre si è impegnati in una videochiamata, senza interrompere la trasmissione del flusso audio-video catturato. L’autore della scoperta ha provato a mettersi in contatto con Zoom per saperne di più, senza però ricevere alcuna risposta.

Non è dunque da escludere che il gruppo di Cupertino abbia concesso, in via del tutto eccezionale, una serie di permessi extra a sviluppatori di terze parti particolarmente noti o autori di applicazioni parecchio diffuse. Qualcosa di molto simile è emerso anche durante i dibattimenti della causa legale che vede Apple scontrarsi nelle aule di tribunale con Epic Games: esiste una sorta di whitelist, un elenco di software house alle quali è consentita una maggiore libertà d’azione, una di queste è Hulu che si occupa dell’omonimo servizio di streaming.

Doveroso attendere una replica ufficiale da parte della società prima di trarre conclusioni, ma quanto reso noto non può che stridere considerando quanto più volte sostenuto e ribadito dal CEO Tim Cook e dai suoi, per rispondere alle accuse mosse sul fronte antitrust, ovvero la scelta di mantenere una condotta esemplare e del tutto trasparente, trattando ogni sviluppatore allo stesso modo, indipendentemente dalla portata del suo business.

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Qualche dubbio su AirTag e tutela della privacy.


A sollevare la questione il National Network to End Domestic Violence (NNEDV), organizzazione non profit statunitense che si batte contro ogni forma di violenza domestica. L’attenzione si concentra su due punti in particolare. La mela morsicata ha fatto in modo che gli utenti iOS ricevano un avviso (non è dato a sapere con quale tempestività) se nelle loro immediate vicinanze si trova un tracker non associato all’iPhone, dunque potenzialmente posizionato da altri. Inoltre, l’altoparlante interno ad AirTag emette un suono forte e udibile se non entra in comunicazione con il device associato per tre giorni (il periodo potrà essere esteso o ridotto in futuro tramite aggiornamento software).

Sorgono due problemi. La prima delle protezioni appena descritte non copre coloro in possesso di un Android. Inoltre, impiegando 72 ore prima di segnalare la propria presenza tramite segnale sonoro, AirTag può rimanere occultato in una borsa, nello zaino oppure in auto per un periodo sufficientemente lungo da consentire il monitoraggio degli spostamenti di qualcuno in fuga. Ancora, per chi vive con la persona che l’ha nascosto, l’avviso potrebbe non manifestarsi mai, poiché la sincronizzazione avverrebbe con regolarità. Così lo spiega Corbin Streett, Technology Safety Specialist di NNEDV.


Il sistema che fa leva sui tre giorni non funziona se torni sempre a casa dalla persona che ti sta controllando. Una lezione che speriamo Apple terrà in considerazione nel realizzare protezioni di questo tipo.

Dunque, l’ecosistema chiuso messo a punto da Apple, in questo caso non solo impedirebbe l’accesso a piattaforme e servizi a chi sceglie un dispositivo della concorrenza (come nel caso di iMessage o FaceTime), ma ne metterebbe a repentaglio privacy e incolumità.

Quale la soluzione? Una strada percorribile è quella che passa (passerebbe) dalla partnership con Google per la definizione di uno standard condiviso, un po’ come avvenuto per le applicazioni di contact tracing, compresa Immuni. Ricordiamo che ad oggi il market share di Android nel settore mobile supera il 70% (fonte StatCounter), ciò significa che ben oltre la metà degli smartphone in circolazione si basa sul sistema operativo di Mountain View o su una delle sue tante derivazioni.

La replica di Apple non si è fatta attendere, affidata alle pagine del sito Fast Company che ha pubblicato la denuncia di NNEDV. La riportiamo di seguito in forma tradotta.


Prendiamo molto seriamente in considerazione la sicurezza dei clienti e siamo impegnati per garantire la privacy e la sicurezza con AirTag. AirTag è progettato con un set di funzionalità proattive per scoraggiare tracciamenti indesiderati, una prima assoluta dell’industria, inoltre la rete Find My include un sistema intelligente e regolabile con deterrenti che si applicano a AirTag, così come a prodotti di terze parti che fanno parte del programma per gli accessori della rete Find My. Stiamo alzando l’asticella in merito alla privacy dei nostri utenti e dell’industria, speriamo altri ci seguano.

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Quasi mai sotto i riflettori, oggi Vitalik Buterin merita l’attenzione che gli stanno riservando i media: il fondatore di Ethereum ha messo mano ai propri wallet ed effettuato una donazione in criptovalute per un ammontare quantificato in circa 1,5 miliardi di dollari. A beneficiarne sono alcune organizzazioni attive in India nella lotta a COVID-19.

Vitalik Buterin, maxi donazione contro COVID-19.


Più precisamente, ha trasferito 500 ETH e oltre 50.000 miliardi di SHIB. Quest’ultima crypto è balzata agli onori delle cronache nei giorni scorsi, nota per esteso come Shiba Inu e immediatamente ribattezzata Dogecoin Killer dagli addetti ai lavori. L’attenzione generata, in particolare in alcuni mercati come la Cina, ha immediatamente fatto schizzare il prezzo verso l’alto, salvo poi innescare un fisiologico trend in discesa.

 

L'andamento di SHIB negli ultimi giorni (13 maggio 2021)

 

CryptoRelief, la realtà locale che ha ricevuto i fondi, sta ora pianificando il migliore dei modi per spenderli così da dare il proprio contributo a fronteggiare l’emergenza. Questo il suo intervento su Twitter.

Ringraziamo Vitalik Buterin per la sua donazione di 50.693.552.078.053 SHIB a CryptoRelief. Abbiamo pianificato una liquidazione ponderata in modo da raggiungere i nostri obiettivi di contrasto al COVID. Abbiamo deciso di convertire la donazione lentamente, nel tempo.


La scelta di non disinvestire immediatamente tutte le criptovalute ricevute è legata alla volontà di non far crollare improvvisamente il valore della moneta digitale, lasciando con un pugno di mosche in mano chi l’ha acquistata nei giorni scorsi. Le donazioni ricevute in passato sono state destinate a comprare respiratori e altre apparecchiature mediche. L’India ha attualmente a che fare con più di 350.000 nuovi contagi ogni giorno.


Classe 1994 e di origini russe, Vitalik Buterin oggi vive a Toronto (Canada). Nel 2011 ha fondato anche Bitcoin Magazine, una delle prime risorse dedicate al mondo delle monete digitali. A introdurlo in questo modo il padre, quando aveva solo 17 anni: quando si dice una scelta lungimirante.

 

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Immuni poteva servire? Certo. L’occasione è stata sprecata? Sicuramente. I numeri lo dimostrano? Eccome.

Non si può che giungere a queste conclusioni partendo dalla ricerca pubblicata su Nature (qui) a proposito dell’attività svolta dall’app di Contact Tracing NHS utilizzata nel Regno Unito per frenare una pandemia che era evidentemente uscita da ogni controllo. Certo senza vaccini la situazione non si sarebbe ripresa così bene e così in fretta, ma l’app – è dimostrato – ha salvato migliaia di vite grazie alle misure cautelative suggerite dall’attività di contact tracing automatizzato.
Regno Unito: l’app di contact tracing è servita eccome.


1,7 milioni di “exposure notification” inviate a seguito di 560 mila casi di positività segnalati al sistema, il che (in base al modello di calcolo utilizzato) significa da 284 a 594 mila persone messe in sicurezza, ossia da 4200 a 8700 vite salvate.


Il confronto con Immuni può essere soltanto parziale, per motivi ormai ben noti: l’app italiana è stata boicottata fin dalla prima ora, in parte per timori presto smontati, in buona parte per disorganizzazione, in larga parte per un dibattito sterile sviluppatosi attorno ad uno strumento che avrebbe potuto essere corretto in corsa invece che affossato in partenza. La conseguenza è che Immuni ha visto registrate ad oggi soltanto 18.600 positività ed ha inviato meno di 100 mila notifiche, numeri in nessun modo confrontabili con la realtà del Regno Unito.


Inutile fare processi sommari poiché troppi ne son già stati fatti quando ancora c’era tutto il tempo per recuperare la situazione e tentare di operare un lavoro collettivo per quello che era un approccio rivoluzionario alla materia. Le polemiche hanno invece impantanato il caso e rallentato l’app nel momento più importante. Certo è che se si fosse sviluppata meglio i problemi sarebbero ricaduti sul sistema sanitario, dove sono immediatamente mancate le notifiche delle positività (solo da poche settimane possibili in autonomia) e ciò ha determinato subitanea sfiducia nello strumento.

Troppe cose non hanno funzionato, insomma. Con colpe condivise tra le due tifoserie, le istituzioni impegnate ed i troppi che per per inettitudine d’approccio hanno evitato di installare l’app al servizio della comunità. Ora è tardi, ma i dati provenienti dal Regno Unito sono uno specchio naturale da utilizzare per riflettere su quanto accaduto. Oggi Immuni è la foglia secca di una pandemia che stiamo scacciando a colpi di vaccinazioni. Chissà se questa lezione potrà essere utile per una prossima occasione.

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Windows 10X: posticipato al 2022 o cancellato?


Windows 10X era stato annunciato ad ottobre 2019 come una versione “light” di Windows 10 per dispositivi dual screen simili al Surface Neo. Esattamente un anno fa, Microsoft ha cambiato idea, comunicando che il nuovo sistema operativo verrà installato sui dispositivi con singolo schermo, principalmente notebook economici. L’obiettivo era quello di offrire un’alternativa a Chrome OS (e ai Chromebook).

In base alle informazioni ricevute da Brad Sams (Petri), l’azienda di Redmond ha nuovamente modificato i suoi piani: Windows 10X non verrà più lanciato nel 2021 e probabilmente non arriverà mai sul mercato. Secondo Windows Central, Microsoft aveva avviato test con build del sistema operativo installate sui Surface. Tutte le versioni preliminari sono state rimosse dal portale interno e il progetto è stato sospeso.

Il nuovo Centro Notifiche di Windows 10X


Il nuovo Centro Notifiche di Windows 10X

Windows 10X è piuttosto diverso da Windows 10. Invece del menu Start c’è una sorta di launcher per le app con un campo per la ricerca nella parte superiore. Una delle principali limitazioni è l’assenza del supporto per le tradizionali app Win32. Probabilmente Microsoft vuole evitare un ennesimo fallimento dopo Windows RT e Windows 10 S. Alcune novità estetiche troveranno comunque posto nell’interfaccia Sun Valley di Windows 10 21H2. Maggiori dettagli verranno sicuramente forniti durante la conferenza Build 2021 (25-27 maggio).

 

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Gli utenti non vogliono essere tracciati.


Come è noto, a partire da iOS 14.5 gli sviluppatori sono obbligati a chiedere il permesso per utilizzare il codice IDFA (IDentifier For Advertising) e mostrare quindi inserzioni pubblicitarie personalizzate. La funzionalità del sistema operativo si chiama App Tracking Transparency (ATT) ed è attiva dal 26 aprile. Flurry ha sfruttato un suo tool per rilevare la scelta degli utenti negli Stati Uniti e in tutto il mondo.

In base all’ultimo aggiornamento (8 maggio), solo il 13% degli utenti mondiali ha concesso il permesso al tracciamento. Percentuale che scende al 5% negli Stati Uniti. Il campione non è molto rappresentativo (circa 2,5 milioni di utenti attivi al giorno), ma è comunque evidente che la maggioranza di essi preferisce avere il controllo della privacy.


Flurry iOS 14.5 tracking opt-in.

Flurry iOS 14.5 tracking opt-in

Facebook aveva evidenziato che i profitti delle PMI sarebbero diminuiti a causa della funzionalità ATT. Recentemente è apparsa una schermata sulle app Facebook e Instagram per evidenziare i motivi per cui è necessario il tracciamento. Uno di essi è mantenere i due servizi gratuiti. In effetti gli sviluppatori più piccoli potrebbero essere costretti ad eliminare le inserzioni e aggiungere un abbonamento che, tra l’altro, sarebbe un ulteriore “regalo” ad Apple per via delle commissioni.

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Colpo grosso contro il pezzotto.


L’operazione è stata porta avanti dalla Polizia di Stato: 200 specialisti e 11 compartimenti regionali coinvolti (Catania, Palermo, Reggio Calabria, Bari, Napoli, Ancona, Roma, Cagliari, Milano, Firenze, Venezia), con azione che si è estesa contemporaneamente su 18 provincie per portare a termine le attività del gruppo ed affossarne l’infrastruttura tecnologica.

Le indagini proseguivano ormai da tempo sotto il coordinamento della Procura di Catania. L’analisi sui flussi video aveva permesso di identificare la fonte degli streaming, potendo così poco alla volta ricostruire tutto il network sull’intero territorio nazionale. L’intervento è stato portato avanti soltanto dopo aver compreso come il sistema funziona, potendo così affossarlo completamente ed impedire agli utenti di godere dei contenuti Sky, Mediaset, DAZN, Netflix e altro ancora a costi ridotti ed in modo del tutto illegale.


Ai 45 indagati, spiega la comunicazione diramata, sono stati contestati “il delitto di associazione a delinquere finalizzato alla commissione dei delitti di accesso abusivo a sistema informatico protetto da misure di sicurezza (615 ter aggravato c.p.), di frode informatica aggravata dall’ingente danno arrecato (art. 640 ter c.p.) e di abusiva riproduzione e diffusione a mezzo Internet di opere protette dal diritto di autore e opere dell’ingegno (art. 171 ter legge n. 633/1941“. I clienti, che pagavano 10 euro al mese per fruire dei contenuti attraverso il “pezzotto”, sono teoricamente perseguibili in virtù dell’accesso ad un sistema notoriamente illecito, ma il numero lascia presumere che gli inquirenti si “accontenteranno” dei risultati già raggiunti con l’importante affossamento di una delle reti centrali dell’illecito televisivo nel nostro Paese.

10 euro al mese per 1,5 milioni di utenti significano un mercato illegale da 15 milioni di euro al mese: con questo intervento la Polizia ha quindi fatto scendere la scure su un mercato che produceva un illecito altissimo, colpendo al cuore un meccanismo a cui da troppo tempo gli italiani cedono con colpevole debolezza.

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