Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Due giganti del mondo software si uniscono a Hyperledger, consorzio guidato dalla Linux Foundation che opera nel territorio delle blockchain: si tratta di Microsoft e Salesforce. Le realtà si uniscono così ad altri membri appartenenti agli ambiti di finanza, banking, Internet of Things, supply chain, manufacturing e più in generale del mondo tecnologico.

Microsoft e Salesforce per Hyperledger

L’annuncio arriva direttamente dal sito ufficiale di Hyperledger, che oltre alle due aziende già citate accoglie anche la russa Nornickel, la cinese CAICT (China Academy of Information and Communications Technology), la polacca Gloscad, le statunitensi Milligan Partners e GS1 oltre alla Ethereum Foundation, quest’ultima legata a doppio filo a una delle criptovalute più note e utilizzate.

Tra gli altri membri già a bordo da tempo (in totale sono circa 270) citiamo invece Accenture, Airbus, American Express, Baidu, Cisco, Daimler, Fujitsu, IBM, Intel e NEC. L’obiettivo comune è quello di contribuire allo sviluppo di soluzioni basate sulle blockchain e più in generale sulle tecnologie DLT (Distributed Ledger Technology). Su queste pagine abbiamo più volte scritto di esempi ed esperimenti che vanno oltre il settore delle monete virtuali come Bitcoin o come Libra, appena annunciata da Facebook: certificazione dei materiali nell’industria delle quattro ruote e nel tessiletracciamento dei prodotti venduti nella grande distribuzione, lotta alla contraffazione dei medicinaligestione dell’energiaelezioni, protezione dell’identità digitale e interoperabilità dei sistemi bancari.

Le intenzioni ci sono, così come le prospettive di sviluppo, i player in grado di spingere l’adozione della tecnologia anche, ma quali sono oggi gli impieghi concreti di blockchain e registri decentralizzati al di là di criptovalute ed esercizi di stile perlopiù fine a se stessi? Lo abbiamo chiesto nei mesi scorsi a una realtà italiana come Mapei, in occasione di un evento andato in scena a Roma e focalizzato sul cloud. Così Lorenzo Anzola, CIO del gruppo milanese, ha risposto alla nostra domanda in merito a eventuali applicazioni pratiche già in uso.

Personalmente non ho ancora visto applicazioni industriali o comunque pratiche davvero efficaci delle blockchain. Si possono fare tanti esempi o progetti pilota, ma spesso lasciano il tempo che trovano. A noi, di solito, viene chiesto di portare a casa risultati concreti.

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Apoche settimane dall’annuncio, avvenuto sul palco della Worldwide Developers Conference 2019, ecco fare capolino la prima beta pubblica della piattaforma macOS 10.15 Catalina. Può essere scaricata fin da subito da chi lo desidera sui computer della linea Mac compatibili, iscrivendosi al Beta Software Program di Apple. La versione finale debutterà nel corso dell’autunno.

macOS 10.15 Catalina, la beta pubblica

Prima di procedere all’installazione, il consiglio è quello di eseguire un backupcompleto del sistema e dei contenuti con Time Machine. Se ne sconsiglia inoltre il download su un computer utilizzato quotidianamente per il lavoro, poiché trattandosi di una versione preliminare è da dare per certa la presenza di bug e problemi legati a instabilità. Insomma, una release per i più curiosi e per coloro che desiderano mettere alla prova in anteprima le novità di Catalina, ma non per tutti.

Tra le funzionalità inedite più interessanti segnaliamo Sidecar, una tecnologia che permette di impiagare un iPad come monitor esterno per il Mac. Soluzioni di questo tipo già sono state proposte in passato da terze parti, ma è la prima volta che la mela morsicata ne integra una ufficiale in macOS. C’è poi Screen Time, raffigurato nello screenshot qui sotto, che aiuta l’utente a meglio comprendere in che modo trascorre il tempo sul computer.

macOS 10.15 Catalina: Screen Time

L’arrivo della versione 10.15 segna inoltre l’addio dell’app di iTunes (che invece continuerà a esistere su Windows), sostituita dai software Apple Music, Apple TV e Apple Podcast, ognuno dei quali dedicato a una specifica funzione multimediale. Ci sono poi miglioramenti per quanto concerne la sicurezza, una riorganizzazione delle applicazioni Find My (Trova il Mio) e un’estensione delle modalità di interazione tra Mac e Apple Watch, con l’orologio che può essere utilizzato non solo per l’autenticazione, ma anche per la comunicazione con le feature dei singoli software.

macOS 10.15 Catalina: Mac e Apple Watch

A questo si aggiunge il Project Catalyst che consentirà agli sviluppatori di adattare le loro app iOS per l’esecuzione su macOS: tra i primi a beneficiarne c’è Twitter. Ricordiamo infine che Catalina interrompe la compatibilità con i programmi 32-bit: un’informazione di cui tenere conto per chi ancora si affida a software come, ad esempio, Aperture.

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Apoche settimane dall’annuncio, avvenuto sul palco della Worldwide Developers Conference 2019, ecco fare capolino la prima beta pubblica della piattaforma macOS 10.15 Catalina. Può essere scaricata fin da subito da chi lo desidera sui computer della linea Mac compatibili, iscrivendosi al Beta Software Program di Apple. La versione finale debutterà nel corso dell’autunno.

macOS 10.15 Catalina, la beta pubblica

Prima di procedere all’installazione, il consiglio è quello di eseguire un backupcompleto del sistema e dei contenuti con Time Machine. Se ne sconsiglia inoltre il download su un computer utilizzato quotidianamente per il lavoro, poiché trattandosi di una versione preliminare è da dare per certa la presenza di bug e problemi legati a instabilità. Insomma, una release per i più curiosi e per coloro che desiderano mettere alla prova in anteprima le novità di Catalina, ma non per tutti.

Tra le funzionalità inedite più interessanti segnaliamo Sidecar, una tecnologia che permette di impiagare un iPad come monitor esterno per il Mac. Soluzioni di questo tipo già sono state proposte in passato da terze parti, ma è la prima volta che la mela morsicata ne integra una ufficiale in macOS. C’è poi Screen Time, raffigurato nello screenshot qui sotto, che aiuta l’utente a meglio comprendere in che modo trascorre il tempo sul computer.

macOS 10.15 Catalina: Screen Time

L’arrivo della versione 10.15 segna inoltre l’addio dell’app di iTunes (che invece continuerà a esistere su Windows), sostituita dai software Apple Music, Apple TV e Apple Podcast, ognuno dei quali dedicato a una specifica funzione multimediale. Ci sono poi miglioramenti per quanto concerne la sicurezza, una riorganizzazione delle applicazioni Find My (Trova il Mio) e un’estensione delle modalità di interazione tra Mac e Apple Watch, con l’orologio che può essere utilizzato non solo per l’autenticazione, ma anche per la comunicazione con le feature dei singoli software.

macOS 10.15 Catalina: Mac e Apple Watch

A questo si aggiunge il Project Catalyst che consentirà agli sviluppatori di adattare le loro app iOS per l’esecuzione su macOS: tra i primi a beneficiarne c’è Twitter. Ricordiamo infine che Catalina interrompe la compatibilità con i programmi 32-bit: un’informazione di cui tenere conto per chi ancora si affida a software come, ad esempio, Aperture.

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Martedì, 25 Giugno 2019 14:30

TIM accende la sua rete 5G: costi e offerte

Dopo Vodafone, anche TIM ha acceso la sua rete 5G in Italia, partendo per il momento da due sole città, ma con un programma immaginiamo ben più ambizioso. Intanto, sul sito ufficiale dell’operatore telefonico è possibile avere un’idea di quanto costerà avere un abbonamento dati con connettività 5G proprio con Telecom Italia Mobile. Ovviamente, è possibile decidere d’includere anche uno smartphone nel proprio piano mensile. Ecco tutti i dettagli.

Innanzitutto, è bene specificare che TIM ha inaugurato la sua rete 5G coinvolgendo una porzione di territorio italiano inferiore rispetto a quella scelta da Vodafone. Infatti, l’operatore permette per il momento di sfruttare il nuovo standard unicamente in alcune zone di Roma e di Torino. Siamo abbastanza certi però che non ci vorrà molto prima che la copertura possa essere espansa anche ad altre città italiane.

Quanto ai costi, gli abbonamenti possibili sono due: TIM Advance 5G e TIM Advance 5G TOP. Entrambi comprendono minuti ed SMS illimitati verso tutti i numeri di rete fissa e mobile nazionali. Anche la velocità di trasmissione dati è la stessa: 2Gb/s in download come tetto massimo. A cambiare è la quantità di traffico dati mensile a disposizione dell’utente e i servizi inclusi. Chiaramente, anche i prezzi sono differenti, ecco il riassunto:

Dunque, si parte da 29,99€ al mese per TIM Advance 5G e 49,99€ per la versione TOP. Quest’ultima, è molto costosa, ma offre 100GB di traffico dati mensile in 5G, garantisce un’offerta per quando il cliente è all’estero (3GB di dati, 250 minuti e 250 SMS in roaming) e include anche un pacchetto di minuti per telefonare dall’Italia verso l’estero. Infine, gli appassionati di gaming – più veloce che mai con la rete 5G – avranno a disposizione anche TIMGAMES incluso nel prezzo fino al 31/12/2019. Quanto ai costi di attivazione, TIM Advance 5G costa 9€ mentre la versione TOP non prevede spese iniziali. I pagamenti sono effettuati con addebito su carta di credito o conto corrente.

Come anticipato, l’operatore permette anche di affiancare al piano dati 5G anche uno smartphone da pagare a rate. Al momento, gli unici device disponibili sono Samsung Galaxy S10 5G e Xiaomi Mi Mix 3 5G. Il primo è acquistabile con una anticipo di 199€ e il pagamento di 10€ al mese per 30 rate. Il secondo invece prevede lo stesso anticipo, ma non c’è alcuna rata mensile, sebbene l’impegno sia della stessa durata. Infine, sembra che al catalogo sarà aggiunto a breve anche OPPO Reno 5G.

I clienti TIM che non dovessero essere intenzionati a cambiare il proprio piano tariffario, potranno mantenerlo senza dover rinunciare – ove presente – alla velocità del 5G. TIM permetterà infatti di pagare una maggiorazione mensile per usufruire del nuovo standard di comunicazione: non sarete contenti di sapere che il prezzo sarà di ben 10€ ogni mese, il doppio di quanto richiesto da Vodafone.

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Martedì, 25 Giugno 2019 14:42

Android e l'errore più grande di Bill Gates

Tutti ricordano Steve Jobs e la guerra termonucleare dichiarata a Google e al mondo Android dal compianto ex CEO di Cupertino, non molti invece hanno memoria dei progetti messi in campo da Microsoft al fine di contrastare l’ascesa del robottino verde nel territorio mobile come alternativa ad iOS. Bill Gates è tornato a parlarne nei giorni scorsi, in occasione di un’intervista rilasciata a Village Global.

Bill Gates non si dà pace per Android

Oggi 63enne, impegnato in progetti che vanno dalla lotta ai cambiamenti climatici agli investimenti in energia rinnovabile, Gates etichetta come “il più grande errore” della sua carriera non aver saputo contrastare la crescita di Android. Sebbene le sue dimissioni dall’incarico di amministratore delegato Microsoft siano avvenute in anticipo rispetto all’esplosione del mercato smartphone (nel 2000 gli successe Steve Ballmer), si assume parte della responsabilità.

Il gruppo di Redmond ha iniziato a lavorare sulla piattaforma Windows Mobileall’inizio degli anni ’00, arrivando poi nel 2010 a presentare Windows Phone, con parecchio ritardo però rispetto a quanto fatto dalla concorrenza: il gap nei confronti di Google e Apple era ormai incolmabile, con gli esiti che tutti ben conosciamo.

Il più grande errore di sempre è stata la cattiva gestione che mi attribuisco, che ha portato Microsoft a non diventare ciò che Android è oggi.Le ragioni del flop sono ben note e non devono certo essere ricercate nella qualità dei device (quelli della linea Lumia non avevano molto da inviare ai top di gamma Android o iOS), bensì in primis nel mancato supporto da parte della community di sviluppatori: semplicemente, alcune applicazioni chiave sono arrivate troppo in ritardo o non sono mai state rilasciate in versione Windows, compromettendo di conseguenza l’appeal esercitato dall’ecosistema sui consumatori.

Insomma, Gates fa ammenda e si assume una buona fetta di responsabilità per come sono andate le cose, soprattutto per non essere stato in grado di preparare l’azienda a ciò che stava per avvenire. A un decennio e oltre di distanza, Microsoft potrebbe ora tornare a dire la propria nel territorio mobile, complice un processo di ibridazione tra piattaforme e form factor. Il mercato smartphone è in flessione e c’è sete di novità. L’avvento dei pieghevoli e le prossime evoluzioni di Windows 10 sembrano puntare in questa direzione: abbiamo già scritto più volte anche su queste pagine del possibile arrivo del dispositivo fino ad oggi noto con il nome in codice Andromeda.

Il gruppo di Redmond non ha intenzione di ripetere gli errori del passato, ma di far tesoro dell’esperienza acquisita facendosi trovare pronto per l’arrivo della prossima big next thing, qualunque essa sia.

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Una videocamera intelligente, una lampadina intelligente, una presa intelligente: sono questi i tre nuovi protagonisti della famiglia “SmartThings” di Samsung con cui il gruppo accresce il gruppo di dispositivi disponibili nell’ottica di un crescente sviluppo del concetto di smart home.

La domotica è altra cosa, ma non è questa l’ambizione del progetto. L’idea semmai è quella di offrire ad un basilare sistema domotico nuovi strumenti intelligenti per la gestione dell’ambiente domestico, estendendo il brand Samsung anche a questo ulteriore contesto. Per tutti questi dispositivi è possibile l’interazione tramite Amazon Alexa, Google Assistant e Bixby (la soluzione proprietaria del colosso coreano).

Al momento i tre device non sono ancora compresi tra quelli della famiglia SmartThings in distribuzione su Amazon, ma con ogni probabilità l’approdo sarà solerte.

SmartThing Cam

La nuova SmartThings Cam si differenzia visibilmente rispetto al modello antecedente in virtù del braccio singolo snodabile con cui è possibile orientare la fotocamera. Con una spesa pari a 89.99 dollari è possibile accedere a qualcosa che sfida da vicino le videocamere Nest, con riprese in definizione Full HD HDR, visione notturna tramite infrarossi, interazione audio in due direzioni, body detection e ampia visuale da 145 gradi.

Interessante è il fatto che sia disponibile un’opzione di backup pari a 30 giorni fino a 8 videocamere (7,99 dollari al mese o 79,99 dollari annui), cosa che ben rende l’idea di quale possa essere la soglia di spesa utile per costruire un ecosistema personalizzato di videosorveglianza casalinga.

Smart Bulb e Smart Plug

La lampadina Smart Bulb offre 800 lumen di luminosità con 9 watt di consumo ed una resa di colore bianco caldo (2700k, valore non sempre raggiunto dalle soluzioni led a basso costo), dimmerabile ma senza le estrose sfumature colorate che consentono di ottenere altri tipi di lampadine intelligenti. Viene dichiarata compatibile con Zigbee  e Z-Wave, il che significa che può essere facilmente connessa ad un hub di controllo e quindi, con la semplice interazione vocale, accesa, spenta e regolata. Il prezzo ufficiale di esordio è pari a 9,99 dollari, ma il costo dell’hub rappresenta una barriera d’ingresso a questo tipo di soluzione.

La presa Smart Plug consente invece di controllare tramite app ulteriori strumenti elettronici in uso presso il proprio ambiente domestico, punto di accesso basilare verso un’idea semplice e comoda di casa intelligente. Opera tramite Wifi e non richiede pertanto un hub di connessione. Disponibile da oggi, ha un costo ufficiale pari a 18 dollari.

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Annunciato all’inizio del mese scorso in occasione dell’evento Build 2019, il nuovo Terminal per Windows 10 è ora disponibile al download, direttamente dalle pagine del Microsoft Store e dunque senza costringere l’utente alla compilazione del codice. Si tratta dell’evoluzione della tradizionale app di sistema per l’esecuzione da riga di comando, arricchita da nuove opzioni per la personalizzazione dell’interfaccia e da funzionalità inedite. Permette inoltre di accedere a PowerShell e Windows Subsystem for Linux.

Windows 10: il nuovo Terminal in download

Il gruppo di Redmond sottolinea la natura sperimentale della release (0.2.1715.0): si tratta al momento di una versione d’anteprima, non ultimata e contenente alcuni bug noti che la software house andrà a risolvere con l’arrivo dei prossimi aggiornamenti. Chi lo desidera può trovare il codice sorgente a cui mettere mano su GitHub. Il progetto rientra infatti tra quelli messi in campo da Microsoft e che abbracciano la filosofia open source.

Questa versione early preview include molti problem di usabilità, il più importante dei quali riguarda il mancato supporto alla tecnologia assistiva. La maggior parte del lavoro interno per garantirlo è completato ed è una nostra assoluta priorità introdurlo al più presto.

Windows 10: il nuovo Terminal

Il nuovo Terminal è compatibile con i PC sui quali è presente il sistema operativo Windows 10 (dalla versione 18362 in poi), ma non solo: dalla scheda presente su Microsoft Store si apprende del supporto garantito fin da subito anche per visori HoloLens, dispositivi mobile e Surface Hub.

Le sue principali funzionalità includono le schede multiple, il supporto ai caratteri Unicode e UTF-8, l’engine per il rendering del testo basato sull’accelerazione della GPU, temi personalizzati, stili e impostazioni.

Windows 10: il nuovo Terminal

Al momento per modificare le impostazioni (anche quelle relative all’UI) è necessario effettuare un editing manuale del file JSON, più avanti tutte le opzioni verranno riunite all’interno di un’interfaccia di più semplice fruizione e alla portata di tutti. La release finale, la 1.0, arriverà su Microsoft Store entro l’inverno.

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Torniamo a parlare di un allarme ransomware, in questo caso di una minaccia che colpisce in modo specifico l’Italia. A renderlo noto i ricercatori di ESET, che negli ultimi giorni hanno raccolto un numero significativo di segnalazioni. Si tratta di una campagna particolarmente efficace poiché la diffusione del codice maligno avviene tramite PEC, sistema solitamente considerato sicuro e affidabile.

Le potenziali vittime ricevono nella casella di Posta Elettronica Certificata un messaggio con titolo “Emissione fattura SS059656” (o simile), proveniente da un’azienda fantasma. Una volta aperto l’allegato PDF non ci si trova però di fronte a una reale fattura bensì si dà il via all’infezione del proprio sistema con il rischio di vedere tutti i file contenuti nel disco fisso cifrati. Al malcapitato utente viene poi chiesto il pagamento di un riscatto per aver nuovamente accesso ai documenti. Questo il testo dell’email, che riportiamo così come ricevuto da ESET.

Buongiorno Allegata alla presente email Vi trasmettiamo copia PDF di cortesia della fattura in oggetto. Documento privo di valenza fiscale ai sensi dell’art. 21 Dpr 633/72. L’originale e disponibile all’indirizzo telematico da Lei fornito oppure nella Sua area riservata dell’Agenzia delle Entrate.

Non aprite quella fattura

Il metodo impiegato è particolarmente subdolo poiché fa leva su uno strumento, la PEC, solitamente impiegato dai professionisti per l’invio di informazioni importanti, sensibili o riservate così come per interagire con pubblica amministrazione ed enti governativi. Si tende dunque a considerarla la soluzione più affidabile per la gestione della posta elettronica e, per questo motivo, a sottostimare le conseguenze dell’apertura di un allegato anche se proveniente da mittenti sconosciuti.

Il consiglio non può che essere quello di prestare particolare attenzione e, nel caso di sospetto, contattare chi ha inviato il documento per chiedere conferma della sua integrità. Sempre facendo riferimento alle raccomandazioni di ESET, è buona norma adottare soluzioni anti-malware e anti-spam aggiornate, modificare periodicamente la password dei propri account abilitando se disponibile un sistema di autenticazione a due fattori, non utilizzare mai lo stesso codice segreto per più servizi ed effettuare regolarmente un backup di contenuti e documenti: li si potrà così recuperare se accidentalmente colpiti da un ransomware.

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Google ha abilitato in queste ore una nuova funzione che, annunciata soltanto pochi mesi or sono, è ora pronta a fare capolino su mobile a tutela della privacy degli utenti. Si tratta di una funzione che permette di cancellare in automatico alcuni dei dati di tracciamento che Google solitamente conserva sui propri server, in parte per rendere trasparente la raccolta dati in corso, in parte a beneficio delle funzioni di geolocalizzazione che possono consentire un miglioramento dell’esperienza utente sulle app di Mountain View.

Fino ad oggi tali informazioni potevano essere gestite (una ad una o collettivamente) tramite un controllo manuale: chiunque avesse voluto cancellare informazioni salvate sui server Google avrebbe potuto semplicemente seguire le istruzioni e mettere mano alle informazioni conservate. Per diretto e trasparente che sia, questo è però un metodo che non aiuta realmente il controllo dei propri dati personali poiché impone un lavoro proattivo e costante che, moltiplicato per il numero di brand e servizi, sarebbe completamente ingestibile da parte di chiunque. Lo sforzo di Google è pertanto meritevole poiché va a creare invece le condizioni per portare avanti un controllo automatico che dura nel tempo e che protegge l’utente con costanza e regolarità.

Google, come dare scadenza automatica ai dati

Fin da oggi (il rollout è progressivo, ma in redazione abbiamo già verificato il corretto funzionamento del tutto fin da questa mattina) ogni utente ha la possibilità di gestire in modo automatico le informazioni conservate tra gli elenchi “Cronologia delle posizioni” e “Attività Web e app“.

Per procedere con l’impostazione di questa funzione occorre anzitutto andare sulla propria pagina del Google Account, bacheca sulla quale poter controllare tutte le varie opzioni disponibili. Su questa pagina si sceglie la tipologia di dati che si intende gestire ed a questo punto ci si troverà di fronte la scelta tra cancellazione manuale e cancellazione automatica:

Come cancellare i dati conservati da Google - Opzione automatica

Scegliendo di eliminare automaticamente i dati, è possibile con la schermata successiva valutare per quanto tempo conservarli:

Come cancellare i dati conservati da Google - Scelta del tempo

La scelta va operata considerando da una parte che la tutela della privacy è qualcosa di prezioso tanto per sé (soprattutto quando dati tanto sensibili sono conservati su account potenzialmente esposti da password troppo blande e fragili) che per la collettività, dall’altra un periodo più lungo di conservazione consente un’ottimizzazione massimale delle funzioni di ricerca e altri servizi che Google può costruire sulla cronistoria di ognuno di noi.

Si tratta dunque di una scelta libera, dove 18 mesi potrebbe essere un buon compromesso tra tutela e libertà. L’importante, in questi casi, è avere consapevolezza di cosa significhi tutto ciò per poter operare una scelta realmente libera.

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La strada che porterà Mozilla a rimpiazzare l’attuale versione Android di Firefox ha preso ufficialmente il via oggi con la pubblicazione di una release d’anteprima del browser basato sull’engine proprietario GeckoView. È già possibile scaricarla e installarla direttamente da Google Play. L’edizione stabile e definitiva arriverà entro l’autunno, come anticipato nei mesi scorsi.

L’abbiamo messa brevemente alla prova, come si può vedere dagli screenshot qui sotto. Garantito fin da subito il supporto all’italiano. Tra le funzionalità incluse o che saranno introdotte con i prossimi aggiornamenti figurano il blocco impostato di default per il tracking delle attività online a fini di advertising, ottimizzazioni che porteranno a un raddoppio delle performance rispetto alle release passate, una schermata di avvio minimalista, la barra dell’indirizzo posizionata nella parte inferiore dello schermo e le Collezioni per organizzare siti o risorse online. Queste le parole della software house.

Abbiamo capito che gli utenti desiderano un’esperienza di navigazione mobile completa, ma più privata e sicura rispetto quella delle altre applicazioni esistenti. Così abbiamo deciso di rendere Firefox più simile a Focus, ma con tutte le comodità e i servizi di un browser completo.

Screenshot per Firefox Preview su Android

Lo sviluppo di Focus in standby

Contestualmente al rilascio odierno, Mozilla conferma di aver messo in standby lo sviluppo di Firefox Focus, versione del browser mobile con funzionalità avanzate per la tutela della privacy e per l’incremento delle performance, lanciata un paio di anni fa e basata sull’engine WebView di Android. Queste caratteristiche troveranno posto nella nuova app, da oggi disponibile in Preview. La scelta di passare a GeckoView consentirà inoltre di operare in modo più indipendente da Google.

Mentre tutti gli altri principali browser Android sono oggi basati su Blink e di conseguenza influenzati dalle decisioni di Google, GeckoView assicura indipendenza a noi e ai nostri utenti. Costruire Firefox per Android su GeckoView si traduce inoltre in una più grande flessibilità in termini di feature che possiamo offrire per privacy e sicurezza. Con GeckoView abbiamo la possibilità di sviluppare in modo più rapido, più sicuro e più user-friendly un browser in grado di fornire prestazioni senza precedenti.

A proposito di browser ed engine, Mozilla ha fortemente criticato la recente scelta di Microsoft che per il suo Edge ha abbandonato EdgeHTML abbracciando Chromium. Così, secondo il CEO Chris Beard, non si fa altro che favorire Google.

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