Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Windows 10X: posticipato al 2022 o cancellato?


Windows 10X era stato annunciato ad ottobre 2019 come una versione “light” di Windows 10 per dispositivi dual screen simili al Surface Neo. Esattamente un anno fa, Microsoft ha cambiato idea, comunicando che il nuovo sistema operativo verrà installato sui dispositivi con singolo schermo, principalmente notebook economici. L’obiettivo era quello di offrire un’alternativa a Chrome OS (e ai Chromebook).

In base alle informazioni ricevute da Brad Sams (Petri), l’azienda di Redmond ha nuovamente modificato i suoi piani: Windows 10X non verrà più lanciato nel 2021 e probabilmente non arriverà mai sul mercato. Secondo Windows Central, Microsoft aveva avviato test con build del sistema operativo installate sui Surface. Tutte le versioni preliminari sono state rimosse dal portale interno e il progetto è stato sospeso.

Il nuovo Centro Notifiche di Windows 10X


Il nuovo Centro Notifiche di Windows 10X

Windows 10X è piuttosto diverso da Windows 10. Invece del menu Start c’è una sorta di launcher per le app con un campo per la ricerca nella parte superiore. Una delle principali limitazioni è l’assenza del supporto per le tradizionali app Win32. Probabilmente Microsoft vuole evitare un ennesimo fallimento dopo Windows RT e Windows 10 S. Alcune novità estetiche troveranno comunque posto nell’interfaccia Sun Valley di Windows 10 21H2. Maggiori dettagli verranno sicuramente forniti durante la conferenza Build 2021 (25-27 maggio).

 

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Troppo poco e troppo tardi.


Troppo poco, soprattutto, perché le limitazioni odierne sono ancora forti. Anzitutto si tratta di un esordio riservato ai soli USA: il prossimo ampliamento è pensato esclusivamente per i paesi anglofoni e non v’è ancora traccia degli ulteriori passi avanti che si andranno a compiere. Inoltre la versione per Android è monca di molte funzionalità rispetto a quella disponibile su iOS. Infine, ma è forse l’elemento più importante, ancora una volta viene mantenuto il sistema ad inviti che molto può fare per creare esclusività, ma ben poco può fare quando ormai i buoi son scappati ed il pericolo è quello di essere dimenticati troppo presto.

Troppo tardi, perché Clubhouse non ha saputo cavalcare l’incredibile esposizione mediatica iniziale ed ha visto così rapidamente sgonfiarsi l’interesse nei confronti della piattaforma. Inoltre la nascita parallela di molti anti-Clubhouse ha frammentato il mercato prima ancora che il brand potesse imporsi e ciò ha probabilmente annullato le possibilità del gruppo di scavare ulteriormente spazio nella propria nicchia.


Troppo poco e troppo tardi, ma è almeno un passo avanti, una risposta che il gruppo doveva. Nella presentazione i motivi sono facilmente spiegati: scalare così tanto in così poco tempo impone problemi importanti nella gestione di server, codici e personale, costringendo il gruppo a focalizzarsi su aspetti che solo indirettamente hanno a che fare con il brand o le funzionalità. Ora che tutto è pronto, il team Clubhouse può tornare a correre, partendo però ora da una posizione decisamente meno comoda rispetto a qualche mese fa. Ora, infatti, tutti lo sanno: si è fatto troppo poco e lo si è fatto probabilmente troppo tardi.

 

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Crescita continua per Ethereum: un nuovo record.


Per meglio comprendere il ritmo di crescita è sufficiente dare uno sguardo ai grafici qui sotto e considerare che, solo una settimana fa esatta, pubblicavamo su queste pagine un articolo del tutto simile, segnalando l’impennata che ha portato ETH oltre i 3.100 dollari. Questa la rappresentazione di quanto registrato nelle ultime 24 ore.

Il valore di Ethereum e la sua variazione nelle ultime 24 ore (10 maggio 2021)

Il valore di Ethereum e la sua variazione nelle ultime 24 ore (10 maggio 2021)


Nel momento in cui scriviamo, la moneta virtuale è scambiata a 4.114,28 dollari, mentre la soglia record si attesta a 4.143,98 dollari. Di seguito l’andamento nel corso degli ultimi sette giorni.

Il valore di Ethereum e la sua variazione nell'ultima settimana (10 maggio 2021)

Il valore di Ethereum e la sua variazione nell'ultima settimana (10 maggio 2021)

Chiudiamo con la variazione registrata da un mese a questa parte. Il 10 aprile per acquistare 1 ETH servivano circa 2.160 dollari. Chi allora ha scelto di investire sulla crypto oggi vede il capitale quasi raddoppiato.

 

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La connessione Global Internet of Things proposta da Verizon Business è disponibile per le aziende in 170 paesi di tutto il mondo, con opzioni di roaming permanente in Nord America ed Europa occidentale: tutto con una sola scheda SIM. Ecco quanto si legge nel comunicato giunto in redazione.

 

La connessione per dispositivi IoT di Verizon opera tramite un ecosistema di partner all’avanguardia ed è disponibile a livello globale per le multinazionali statunitensi per connessione fissa o mobile. Le organizzazioni possono implementare dispositivi con roaming sempre attivo in Canada, Regno Unito e in più di dieci paesi europei.


Verizon Business lancia la connessione Global Internet of Things
Il servizio è pensato in modo da rispondere alle esigenze di coloro che fanno leva sulle potenzialità delle tecnologie IoT per raccogliere, immagazzinare ed elaborare informazioni da una vasta gamma di dispositivi come asset tracker, gateway industriali e sensori tramite la piattaforma ThingSpace controllata dal gruppo. Questo il commento di Tami Erwin, CEO di Verizon Business.

L’Internet of Things sta cambiando il modo in cui le aziende monitorano i dispositivi e sta aumentando il valore aziendale strategico dei dati raccolti. Il numero di dispositivi IoT sta crescendo in modo esponenziale e le organizzazioni preferiscono allearsi con un partner tecnologico di fiducia in grado di offrire loro le competenze tecniche e la scalabilità geografica di cui hanno bisogno. I nostri servizi globali di connessione IoT sono il risultato degli anni di esperienza maturati da Verizon e si basano sulla piattaforma leader di settore ThingSpace e si trasformeranno in connessioni Massive IoT abilitate allo standard 5G.

La novità è introdotta con l’obiettivo di rispondere a una domanda in costante crescita: stando a una ricerca condotta da IDC (PDF), entro il 2025 ogni minuto si connetteranno alla rete globale oltre 150.000 device riconducibili a questa categoria. Il tutto senza compromessi in termini di prestazioni e sicurezza, due requisiti fondamentali.

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L’azione di Facebook non sarà una soluzione definitiva, ma almeno metterà ognuno di fronte al problema: condividere un link prima ancora di averlo letto, oppure leggere e formarsi un’opinione autonoma potrebbe essere cosa buona e giusta? Quando si andrà a condividere un link, semplicemente, l’interfaccia deciderà cosa si intende fare: non si procederà automaticamente a condivisioni impulsive (che molti danni hanno fatto soprattutto in termini di complottismo), ma si proporrà almeno una facoltà di scegliere. Questa, del resto, è l’intelligenza: avere la possibilità di scegliere ed esercitare questa facoltà.

Facebook sceglie dunque di perseguire la via inaugurata da Twitter, che già da alcune settimane porta avanti medesima iniziativa. Lo scopo è quello di favorire la lettura dei link, portando peraltro maggior traffico ai siti di news invece di assorbire tutte le spore di una condivisione impulsiva e priva di significato che non sia quello di aumentare gli effetti delle echo chamber su specifici argomenti ed attorno a specifici utenti sempre pronti a recepirne le vibrazioni più taglienti. Un’opzione offerta alle masse affinché le condivisioni non siano basate solo su titolo e immagine di copertina, ma sui fatti descritti e sul giudizio personale effettivo: una cosa tanto normale da essere rivoluzionaria entro un perimetro dove fino ad oggi proprio i titoli più pusillanimi hanno raccolto i maggiori risultati.

La nuova pop-up servirà a poco? Resta un passo in avanti, un piccolo battito d’ali che in certi contesti può avere importanti ricadute. Ogni modifica virtuosa va presa per quel che è: il tentativo di ricostruire un dibattito collettivo efficace, che tolga alle condivisioni compulsive quelle autostrade che tante scorie stanno lasciando sul proprio percorso.

 

 

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Gli utenti non vogliono essere tracciati.


Come è noto, a partire da iOS 14.5 gli sviluppatori sono obbligati a chiedere il permesso per utilizzare il codice IDFA (IDentifier For Advertising) e mostrare quindi inserzioni pubblicitarie personalizzate. La funzionalità del sistema operativo si chiama App Tracking Transparency (ATT) ed è attiva dal 26 aprile. Flurry ha sfruttato un suo tool per rilevare la scelta degli utenti negli Stati Uniti e in tutto il mondo.

In base all’ultimo aggiornamento (8 maggio), solo il 13% degli utenti mondiali ha concesso il permesso al tracciamento. Percentuale che scende al 5% negli Stati Uniti. Il campione non è molto rappresentativo (circa 2,5 milioni di utenti attivi al giorno), ma è comunque evidente che la maggioranza di essi preferisce avere il controllo della privacy.


Flurry iOS 14.5 tracking opt-in.

Flurry iOS 14.5 tracking opt-in

Facebook aveva evidenziato che i profitti delle PMI sarebbero diminuiti a causa della funzionalità ATT. Recentemente è apparsa una schermata sulle app Facebook e Instagram per evidenziare i motivi per cui è necessario il tracciamento. Uno di essi è mantenere i due servizi gratuiti. In effetti gli sviluppatori più piccoli potrebbero essere costretti ad eliminare le inserzioni e aggiungere un abbonamento che, tra l’altro, sarebbe un ulteriore “regalo” ad Apple per via delle commissioni.

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Quasi mai sotto i riflettori, oggi Vitalik Buterin merita l’attenzione che gli stanno riservando i media: il fondatore di Ethereum ha messo mano ai propri wallet ed effettuato una donazione in criptovalute per un ammontare quantificato in circa 1,5 miliardi di dollari. A beneficiarne sono alcune organizzazioni attive in India nella lotta a COVID-19.

Vitalik Buterin, maxi donazione contro COVID-19.


Più precisamente, ha trasferito 500 ETH e oltre 50.000 miliardi di SHIB. Quest’ultima crypto è balzata agli onori delle cronache nei giorni scorsi, nota per esteso come Shiba Inu e immediatamente ribattezzata Dogecoin Killer dagli addetti ai lavori. L’attenzione generata, in particolare in alcuni mercati come la Cina, ha immediatamente fatto schizzare il prezzo verso l’alto, salvo poi innescare un fisiologico trend in discesa.

 

L'andamento di SHIB negli ultimi giorni (13 maggio 2021)

 

CryptoRelief, la realtà locale che ha ricevuto i fondi, sta ora pianificando il migliore dei modi per spenderli così da dare il proprio contributo a fronteggiare l’emergenza. Questo il suo intervento su Twitter.

Ringraziamo Vitalik Buterin per la sua donazione di 50.693.552.078.053 SHIB a CryptoRelief. Abbiamo pianificato una liquidazione ponderata in modo da raggiungere i nostri obiettivi di contrasto al COVID. Abbiamo deciso di convertire la donazione lentamente, nel tempo.


La scelta di non disinvestire immediatamente tutte le criptovalute ricevute è legata alla volontà di non far crollare improvvisamente il valore della moneta digitale, lasciando con un pugno di mosche in mano chi l’ha acquistata nei giorni scorsi. Le donazioni ricevute in passato sono state destinate a comprare respiratori e altre apparecchiature mediche. L’India ha attualmente a che fare con più di 350.000 nuovi contagi ogni giorno.


Classe 1994 e di origini russe, Vitalik Buterin oggi vive a Toronto (Canada). Nel 2011 ha fondato anche Bitcoin Magazine, una delle prime risorse dedicate al mondo delle monete digitali. A introdurlo in questo modo il padre, quando aveva solo 17 anni: quando si dice una scelta lungimirante.

 

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Immuni poteva servire? Certo. L’occasione è stata sprecata? Sicuramente. I numeri lo dimostrano? Eccome.

Non si può che giungere a queste conclusioni partendo dalla ricerca pubblicata su Nature (qui) a proposito dell’attività svolta dall’app di Contact Tracing NHS utilizzata nel Regno Unito per frenare una pandemia che era evidentemente uscita da ogni controllo. Certo senza vaccini la situazione non si sarebbe ripresa così bene e così in fretta, ma l’app – è dimostrato – ha salvato migliaia di vite grazie alle misure cautelative suggerite dall’attività di contact tracing automatizzato.
Regno Unito: l’app di contact tracing è servita eccome.


1,7 milioni di “exposure notification” inviate a seguito di 560 mila casi di positività segnalati al sistema, il che (in base al modello di calcolo utilizzato) significa da 284 a 594 mila persone messe in sicurezza, ossia da 4200 a 8700 vite salvate.


Il confronto con Immuni può essere soltanto parziale, per motivi ormai ben noti: l’app italiana è stata boicottata fin dalla prima ora, in parte per timori presto smontati, in buona parte per disorganizzazione, in larga parte per un dibattito sterile sviluppatosi attorno ad uno strumento che avrebbe potuto essere corretto in corsa invece che affossato in partenza. La conseguenza è che Immuni ha visto registrate ad oggi soltanto 18.600 positività ed ha inviato meno di 100 mila notifiche, numeri in nessun modo confrontabili con la realtà del Regno Unito.


Inutile fare processi sommari poiché troppi ne son già stati fatti quando ancora c’era tutto il tempo per recuperare la situazione e tentare di operare un lavoro collettivo per quello che era un approccio rivoluzionario alla materia. Le polemiche hanno invece impantanato il caso e rallentato l’app nel momento più importante. Certo è che se si fosse sviluppata meglio i problemi sarebbero ricaduti sul sistema sanitario, dove sono immediatamente mancate le notifiche delle positività (solo da poche settimane possibili in autonomia) e ciò ha determinato subitanea sfiducia nello strumento.

Troppe cose non hanno funzionato, insomma. Con colpe condivise tra le due tifoserie, le istituzioni impegnate ed i troppi che per per inettitudine d’approccio hanno evitato di installare l’app al servizio della comunità. Ora è tardi, ma i dati provenienti dal Regno Unito sono uno specchio naturale da utilizzare per riflettere su quanto accaduto. Oggi Immuni è la foglia secca di una pandemia che stiamo scacciando a colpi di vaccinazioni. Chissà se questa lezione potrà essere utile per una prossima occasione.

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Colpo grosso contro il pezzotto.


L’operazione è stata porta avanti dalla Polizia di Stato: 200 specialisti e 11 compartimenti regionali coinvolti (Catania, Palermo, Reggio Calabria, Bari, Napoli, Ancona, Roma, Cagliari, Milano, Firenze, Venezia), con azione che si è estesa contemporaneamente su 18 provincie per portare a termine le attività del gruppo ed affossarne l’infrastruttura tecnologica.

Le indagini proseguivano ormai da tempo sotto il coordinamento della Procura di Catania. L’analisi sui flussi video aveva permesso di identificare la fonte degli streaming, potendo così poco alla volta ricostruire tutto il network sull’intero territorio nazionale. L’intervento è stato portato avanti soltanto dopo aver compreso come il sistema funziona, potendo così affossarlo completamente ed impedire agli utenti di godere dei contenuti Sky, Mediaset, DAZN, Netflix e altro ancora a costi ridotti ed in modo del tutto illegale.


Ai 45 indagati, spiega la comunicazione diramata, sono stati contestati “il delitto di associazione a delinquere finalizzato alla commissione dei delitti di accesso abusivo a sistema informatico protetto da misure di sicurezza (615 ter aggravato c.p.), di frode informatica aggravata dall’ingente danno arrecato (art. 640 ter c.p.) e di abusiva riproduzione e diffusione a mezzo Internet di opere protette dal diritto di autore e opere dell’ingegno (art. 171 ter legge n. 633/1941“. I clienti, che pagavano 10 euro al mese per fruire dei contenuti attraverso il “pezzotto”, sono teoricamente perseguibili in virtù dell’accesso ad un sistema notoriamente illecito, ma il numero lascia presumere che gli inquirenti si “accontenteranno” dei risultati già raggiunti con l’importante affossamento di una delle reti centrali dell’illecito televisivo nel nostro Paese.

10 euro al mese per 1,5 milioni di utenti significano un mercato illegale da 15 milioni di euro al mese: con questo intervento la Polizia ha quindi fatto scendere la scure su un mercato che produceva un illecito altissimo, colpendo al cuore un meccanismo a cui da troppo tempo gli italiani cedono con colpevole debolezza.

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La pandemia ha creato una situazione di emergenza e l’emergenza ha stimolato risposte improvvisate ai problemi improvvisamente piovuti sulle comunità. La risposta della Sanità è stata una abbozzata riorganizzazione, tanto meritevole nei tempi e nella buona volontà, quanto approssimativa nella forma e nella capacità di trovare risposte efficaci. Improvvisamente, infatti, il distanziamento è intervenuto a scardinare le abitudini stratificatesi nei decenni, imponendo una assistenza da remoto che ha creato problemi estremamente sfidanti per chi si è trovato a combattere sul campo il problema Covid-19. Ora che si inizia a guardare oltre, però, ci si rende conto del fatto che il “bricolage” di questi mesi non possa essere più sostenibile, che occorra evolvere il blando concetto di “assistenza da remoto” in vera e propria Telemedicina.


Verso una vera Telemedicina.


In questo nome è necessario intravedere un’elaborazione più strutturata, solida, protocollare, fatta di strumenti di lavoro standardizzati e modalità sperimentate che possano davvero rendere performanti le nuove modalità del rapporto medico-cliente. Così Antonio Delli Gatti, Healthcare Division Director di Engineering (gruppo con all’attivo un’ampia esperienza di collaborazione con la gestione annuale di 55 milioni di prestazioni sanitarie, 1,8 milioni di richieste di emergenze, 57 milioni di esami di laboratorio):

"Oggi è quanto mai necessario che gli stimoli che hanno portato a sentire il bisogno della Telemedicina si rafforzino per segnare un percorso che le consenta di non essere più considerata come “novità” bensì come “routine”. Occorrono pertanto interventi di natura organizzativa e normativa che – insieme ad una digitalizzazione dei processi di assistenza e cura a distanza mediante soluzioni software e servizi adeguati – consentano alla Telemedicina di acquisire maggiore dignità, robustezza e spazio di azione."

Con ogni probabilità guarderemo in retrospettiva alla pandemia come ad una violenta sperimentazione, una risposta necessaria ad un problema improvviso. Ma al tempo stesso questa sperimentazione è stata oltremodo utile per accelerare il percorso di trasformazione che il settore aveva nel mirino ormai da tempo, non trovando mai il coraggio, lo spunto o l’occasione per fare il grande passo. Nel proprio instant paper “Telemedicina – Ridisegniamo lo spazio e la relazione negli ecosistemi sanitari” (pdf) vengono messe in luce proprio le singole dinamiche che, nei vari passaggi dell’assistenza sanitaria, debbono ora rendersi strutturali per consentire una vera evoluzione del servizio sanitario user-oriented.


"La Telemedicina richiede la realizzazione di una soluzione multidimensionale (tecnologica, di processo, organizzativa, usabile): il Service Design ha messo a disposizione dei progettisti di Engineering una serie di strumenti utili all’analisi delle necessità di tutti gli attori coinvolti, ha consentito di mettere a fuoco tutte le variabili necessarie e quindi di gestire la complessità del progetto".

Telemedicina - Ridisegniamo lo spazio e la relazione negli ecosistemi sanitari
Scarica l’Instant Paper di Engineering

Telemonitoraggio, televisita, teleconsulto, teleconsulenza, teleassistenza, fino alla telerefertazione: app e connettività porteranno l’assistenza sanitaria dentro (e oltre) la “New normality” soltanto se l’approccio delle aziende sanitarie e della PA sarà rivolto ad un lavoro veramente di prospettiva e non soltanto in lineare prosecuzione con l’approccio emergenziale fin qui (meritevolmente) adottato. Oltre la pandemia le esigenze saranno diverse, diverso il contesto e diverso dovrà essere l’orizzonte. La Telemedicina dovrà essere la “nuova normalità” e potrà esserlo solo nella misura in cui tutti (medici, ASL, pazienti) avranno accesso a servizi organizzati, elevati a sistema.


Nei servizi di Telemedicina che lo prevedano, l’architettura delle applicazioni consente di dialogare con qualunque medical devices dotato delle opportune funzionalità di comunicazione e caratteristiche tecnologiche (es. standard di settore, sicurezza, etc.). In altre parole, le nostre soluzioni sono “laiche” e quindi non vincolanti rispetto ai diversi dispositivi presenti sul mercato.

Un percorso parallelo a quello della trasformazione digitale della PA, per molti versi, poiché medesimo è il corollario di innovazioni da introdurre. L’evoluzione culturale e quella tecnologica dovranno andare a braccetto su ambo i fronti, percorrendo assieme la strada che dalla vecchia sanità porta ad un futuro fatto di E-Health, dispositivi smart, teleassistenza ed un nuovo modo di approcciare e risolvere i problemi correlati alla salute.

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