Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Snocciolare i giorni che avvicinano al Prime Day 2019 significa passare in rassegna le singole offerte che Amazon sta disseminando sulla strada verso la due giorni di sconti. La novità odierna è relativa ad un brand proprietario, “Blink“, che in questo caso è a disposizione degli utenti Amazon Prime con uno sconto pari al 50% netto.

Blink XT

Blink produce piccole videocamere smart per la videosorveglianza: si tratta di un sistema wireless modulare multi-cam (“Blink XT“) che consente di disseminare più occhi attorno alla propria abitazione al fine di controllare i movimenti in modo centralizzato. Blink, nella fattispecie, utilizza un hub centrale per la raccolta dei dati a cui vengono accoppiate singole videocamere che l’utente può posizionare a piacimento al di sotto della rete Wifi disponibile.

Ogni videocamera ha un sistema di rilevamento del movimento, così da avviare la registrazione soltanto quando necessario; le immagini vengono archiviate quindi in un sistema cloud ove possono essere recuperate alla bisogna.

Resistente alle intemperie, per interni ed esterni: Posiziona la telecamera Blink in qualsiasi punto della casa, sia all’interno che all’esterno. Inizia con un sistema con poche telecamere ed espandilo collegando un massimo di 10 telecamere allo stesso modulo di sincronizzazione Blink.

Non serve alcuna installazione né alcuna competenza specifica: la trasmissione dei dati è wireless e l’alimentazione è garantita da 2 batterie di tipo AA. L’archiviazione dei dati è gratuita (in ciò il sistema si distingue dall’omologo Nest), mentre l’obiettivo garantisce riprese in definizione Full HD. L’intera gestione del sistema è possibile tramite apposita app disponibile per iOS e Android.

Blink XT, sconto per il Prime Day

Lo sconto che Amazon garantisce in questi giorni antecedenti il Prime Day è pari al 50% sui modelli a videocamera singola, passando da 119 euro a 59 euro (da 110 a 55€ quando non occorra il modulo di sincronizzazione). Il prodotto sarà in offerta fino all’inizio del Prime Day 2019.

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L’annuncio di aprile che ha visto Intel uscire dal business dei modem per il 5G sembra aver segnato uno spartiacque per il chipmaker di Santa Clara: ora l’azienda ha messo in vendita circa 8.500 brevetti inclusi nel portfolio legato alle tecnologie mobile. A riportarlo la testata IAM, che ha individuato in Nader Mousavi di Sullivan & Cromwell l’incaricato a gestire l’operazione.

Intel: maxi-vendita di brevetti per il mobile

Il pacchetto è composto da due parti: una riguardante le proprietà intellettuali inerenti le reti e un’altra con focus sui dispositivi connessi. La prima include circa 6.000 brevetti riconducibili ai territori di 3G, 4G, 5G e standard di rete, mentre altri 1.700 fanno riferimento a tecnologie per l’implementazione dei network wireless. La seconda, formata da circa 500 asset, interessa gli ambiti dei semiconduttori e più in generale l’industria dell’elettronica.

La vendita sembra essere un’operazione a se stante, slegata e indipendente da quella che vede Intel alla ricerca di un acquirente per il proprio business legato ai modem. In questo caso, una manifestazione di interesse non ufficiale sembra già essere giunta da Cupertino, con Apple che nei mesi scorsi ha inoltre assunto Umashankar Thyagarajan, ex Project Engineer di Intel al lavoro sul chip XMM 8160 annunciato a novembre e che non vedrà mai la luce. Non è dunque da escludere che tra i partecipanti all’asta possa esserci anche la mela morsicata.

Un’altra ipotesi è che l’acquirente possa essere un consorzio formato da più società, come avvenuto nel 2011 con la vendita dei brevetti della canadese Nortel legati a tecnologie di connettività: allora ad aggiudicarseli fu il gruppo Rockstar che riunisce tra i propri membri Apple, BlackBerry, Ericsson, Microsoft, Sony ed EMC.

Sarà interessante capire come l’amministrazione USA potrebbe reagire a un eventuale interessamento da parte di realtà non statunitensi: pensiamo a Huawei, big del settore 5G attualmente impegnato in un braccio di ferro con Washington. I rapporti tra le parti sono andati incrinandosi negli ultimi mesi, ma potrebbero tornare a rasserenarsi a breve, come emerso nel fine settimana dall’incontro fra Trump e Xi Jinping in occasione del G20 di Osaka.

Impossibile per il momento stimare il valore del pacchetto messo sul tavolo da Intel: l’assegno da staccare sarà in ogni caso corposo, considerando l’enorme mole di proprietà intellettuali in gioco. Dal chipmaker non sono giunti commenti in merito.

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Lunedì, 01 Luglio 2019 15:52

Trump apre a Huawei: la tregua è vicina

L'apertura è arrivata in occasione del G20 di Osaka: seduto a pochi centimetri dal leader cinese Xi Jinping, con il solo leader giapponese tra i due, Donald Trump ha infatti pronunciato parole che sembrano preludere ad una svolta nei rapporti con Huawei. Il Presidente USA ha infatti spiegato che gli Stati Uniti sarebbero pronti a riallacciare rapporti con l’azienda, ma con specifiche condizioni che al momento fanno sembrare le parole di Trump più strategiche che non certificanti una nuova era nei rapporti USA-Cina.

Trump ha infatti dapprima parlato di una apertura, spiegando come Huawei avrà la possibilità di acquisire dagli USA tutto il materiale di cui necessitano per la produzione dei propri device; al tempo stesso l’azienda cinese rimane nella lista nera, quindi non potrà agire in ambiti particolarmente sensibili (se ne conferma quindi la chiusura nella fornitura di reti 5G, nei rapporti con le istituzioni o con network strategici).

Le aziende statunitensi potranno vendere attrezzatura a Huawei laddove non ci siano particolari problemi per la sicurezza nazionale

In seguito si è lasciato intendere come le diatribe con Huawei siano sulla via della risoluzione (così come lo sono i rapporti tra Cina e USA, mai così vicini ad una stretta di mano negli ultimi mesi), quindi entro pochi giorni la situazione potrebbe ulteriormente rasserenarsi. Ma fin da questa prima apertura, e in assenza di quegli improvvisi passi indietro che questa vicenda ha già più volte vissuto, c’è da presumere che i problemi immaginati in ambito Android possano essere vicini ad una svolta. Insomma: gli utenti Huawei potrebbero presto tornare pienamente dentro il mondo Android, il gruppo cinese potrà mettere da parte il proprio sistema operativo ed il mercato smartphone potrebbe tornare a regime senza ulteriori contraccolpi.

Il rischio che il mercato Huawei potesse vivere un improvviso stop era infatti dietro l’angolo, ma l’apertura di Trump sembra essere la miglior iniezione di fiducia: questione di giorni e non è da escludersi che si possa mettere una pietra tombale sulla vicenda.

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Mercoledì, 03 Luglio 2019 11:24

Un miliardo di fatture elettroniche in sei mesi

Un miliardo di fatture elettroniche sono in archivio. Con una duplice percezione che prende piede: da una parte i problemi evidenziati da media e addetti ai lavori, che nelle sbandate più o meno evidenti di questi primi mesi hanno visto un fallimento procedurale del progetto e del Sistema di Interscambio, e dall’altra i toni sempre più rilassati di chi, operando quotidianamente sulle e-fatture, vede un orizzonte sempre più limpido di fronte a sé. I numeri e la percezione stanno dicendo questo: la fattura elettronica sta entrando a regime. Scontate le difficoltà iniziali, fatto tesoro del peccato originale di alcuni colli di bottiglia, ora i processi sembrano fluire più rapidamente e la curva di apprendimento ha ormai oltrepassato il punto critico.

Secondo i dati trasmessi dall’Agenzia delle Entrate, gli operatori coinvolti sarebbero stati oltre 3,3 milioni in tutta Italia per un volume di transazioni che nel giro di 6 mesi ha raggiunto quota 1689 miliardi di euro. Milano, con 257 milioni di fatture elettroniche, è la città più attiva in tal senso seguita da Roma con 196 milioni. Da non sottovalutare anche questo aspetto: la digitalizzazione dei processi consente tra le altre cose anche una analisi più rapida e puntuale dei flussi di mercato in corso, avendo così il polso della situazione in modo automatico e con possibili tempi di risposta (sia da parte dell’Agenzia delle Entrate che da parte della politica) più rapidi rispetto al passato.

Tra le altre cose si segnalano 8 milioni di deleghe per i servizi del sistema Fatture e corrispettivi (online da poche ore la possibilità di accedere alle proprie fatture elettroniche per consultazione e download). Inoltre “sfiorano quota 3,8 milioni, infine, le richieste di generazione del Qr code da mostrare al fornitore tramite smartphone, tablet o su carta, per consentirgli di acquisire in automatico i dati del cliente“.

Dagli ultimi dati emerge che il settore più interessato dalla trasmissione delle fatture elettroniche è quello del commercio all’ingrosso e al dettaglio-riparazione di autoveicoli e motocicli, che fa registrare 265.596.119 invii da parte di 714.580 operatori. Segue il settore della fornitura di energia elettrica e gas, con 183.294.866 invii, quello dei servizi di informazione e comunicazione, con 161.857.886 invii, e le attività manifatturiere, che fanno registrare circa 99 milioni di e-fatture trasmesse. Con riguardo invece alla platea degli operatori coinvolti, tra i più attivi, dopo concessionarie e autofficine, troviamo liberi professionisti (484.207) e costruttori (386.739).

Il prossimo bilancio sarà possibile al termine del secondo semestre, quando ormai sarà a regime anche l’omologo sistema dello scontrino elettronico avviato solo in questi giorni tra gli esercenti con fatturato oltre i 400 mila euro.

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Risultati immagini per problemi instagram

 

4 Luglio 2019 - Una giornata che gli utenti di WhatsApp, Facebook e Instagramricorderanno per molto tempo: un blackout iniziato alle 16:00 e durato fino all’una di notte di giovedì ha creato diversi problemi alle tre applicazioni dell’azienda di Menlo Park. Non si è trattato di un vero e proprio down, gli utenti hanno potuto comunque utilizzare i tre servizi, ma con molte limitazioni.

Il problema ha riguardato soprattutto i contenuti multimediali. Su WhatsAppnon si riusciva a scaricare le immagini, i video e le note vocali inviate dai propri amici, mentre su Instagram c’erano grosse difficoltà nel caricare nuovi contenuti e nel vedere le Storie pubblicate dalle persone che si seguono. Gli stessi disservizi erano presenti anche su Facebook: i nuovi post pubblicati dai propri amici non erano visibili e al posto delle immagini e dei video c’era una grossa schermata grigia. Problemi anche nel mettere i “mi piace” e nell’inviare messaggi privati su Messenger.

Per molte ore gli utenti hanno cercato online una spiegazione al down di WhatsApp, Instagram e Facebook senza, però, trovare una spiegazione. Da parte dell’azienda di Menlo Park non ci sono state comunicazioni ufficiali sulle cause che hanno portato al malfunzionamento delle tre applicazioni. Solamente all’una di notte su Twitter è arrivata la comunicazione ufficiale che i tre servizi erano nuovamente funzionanti.

Come mai WhatsApp, Instagram e Facebook non hanno funzionato

Due messaggi piuttosto stringati su Twitter alle 1:45 e alle 1:49 di giovedì notteper comunicare che i servizi erano nuovamente funzionanti. Ma senza una vera spiegazione sul perché WhatsApp non ha funzionato per più di dieci ore. Questa la strategia comunicativa scelta da Facebook per informare i propri utenti su cosa è accaduto nella giornata del 3 luglio.

Sono molte le ipotesi paventate nelle ultime ore sulle cause che hanno portato al WhatsApp, Instagram e Facebook down. Una delle più probabili riguarda problemi ai server delle tre applicazioni, ma conferme in questo senso non ce ne sono. Alcuni esperti hanno dato la colpa ai test che Facebook sta portando avanti in questi mesi per unificare le tre piattaforme di messaggistica: WhatsApp, Messenger e Instagram Direct. Già lo scorso marzo le tre applicazioni hanno avuto questo tipo di problema, causando un down durato diverse ore.

Una possibile spiegazione arriva direttamente da un portavoce di Facebookche ha rilasciato una dichiarazione all’agenzia di stampa Reuters. A seguito di normali operazioni di manutenzione delle tre applicazioni, è stato scoperto un bug che ha causato delle difficoltà agli utenti e reso impossibile il caricamento e il download dei contenuti multimediali. I problemi sono stati definitivamente risolti nella notte tra mercoledì e giovedì e ora è possibile utilizzare a pieno tutte le funzionalità di WhatsApp, Facebook e Instagram.

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ll’inizio dell’anno si è parlato di un bug scovato in FaceTime tanto grave da consentire l’attivazione da remoto delle fotocamere/webcam presenti sui dispositivi iOS e macOS, semplicemente inoltrando una chiamata. Un problema simile è quello di cui si parla oggi in merito a Zoom, software parecchio diffuso in ambito professionale per videochiamate e videoconferenze (oltre 40 milioni di clienti nel 2015): un malintenzionato può spiare i suoi utenti senza che questi nemmeno se ne accorgano.

Zoom: grave vulnerabilità su Mac

La vulnerabilità (CVE-2019–13450) è stata individuata a fine marzo dal ricercatore Jonathan Leitschuh, che ha concesso alla software house 90 giorni per porvi rimedio prima di renderla nota. La causa è da ricercare nel web server installato in locale (porta 19421) al fine di permettere all’utente di unirsi a un meeting con un semplice click. Un accorgimento pensato per semplificare l’uso di Zoom, ma che finisce con il costituire un serio rischio per la privacy: qualsiasi sito può sfruttarlo per accendere l’obiettivo del computer e spiare chi si trova di fronte, senza destare alcun sospetto, attraverso un link appositamente strutturato, ad esempio https://zoom.us/j/*********. Non serve nemmeno un’interazione, basta includerlo in un iframe.

Zoom

Ciò che rende il tutto ancora più grave è che la disinstallazione del software non basta. Un semplice link può far leva sul web server locale per installarlo nuovamente, senza chiedere alcuna azione o conferma aggiuntiva all’utente.

Nei 90 giorni a disposizione prima che la vulnerabilità fosse resa nota è stato rilasciato un fix, sotto forma di aggiornamento, comunque non sufficiente per mitigare il rischio. Questo perché i responsabili di Zoom ritengono la possibilità di unirsi a una videoconferenza tramite un solo click un valore aggiunto della propria offerta, non volendo rinunciarvi.

Quando Zoom viene installato dall’utente su un dispositivo Mac, viene aggiunto anche un web server con funzionalità limitate per rispondere a richieste locali. Si tratta di un workaround per un cambiamento introdotto in Safari 12 che richiede all’utente la conferma per l’avvio del client di Zoom prima di unirsi a un meeting. Il web server locale permette agli utenti di evitare click aggiuntivi. Pensiamo sia una soluzione legittima a un’esperienza utente problematica, capace di offrire ai nostri utenti una modalità più rapida per l’accesso alle conferenze.

Lo sviluppatore ha comunque riconosciuto l’esistenza del problema, intervenendo con un post sul proprio blog ufficiale in cui afferma come non ci siano prove di avvenute violazioni. Promette inoltre che con un update in arrivo entro il mese di luglio gli utenti potranno far sì che la trasmissione del segnale video risulti automaticamente disabilitata nel momento in cui ci si unisce a un meeting: in questo modo, anche in caso di click su un link malevolo, le immagini non sarebbero inviate a estranei.

Un altro problema, attacco DoS

Leitschuh ha inoltre portato alla luce un secondo problema (CVE-2019–13449): c’è la possibilità che un malintenzionato possa sottoporre il client di Zoom a continue richieste di partecipazione a una conferenza, dando così vita a quello che può essere definito un attacco DoS (Denial of Service). Anche in questo caso la software house afferma di non aver ricevuto segnalazioni o feedback relative alla pratica, sottolineando di aver rilasciato una patch in grado di risolvere la situazione nel mese di maggio (versione 4.4.2), senza però forzare gli utenti all’installazione poiché il pericolo è ritenuto trascurabile.

La soluzione fai-da-te

Considerando come lo sviluppatore non abbia intenzione di rinunciare al sistema adottato per avviare i meeting con un click, Leitschuh suggerisce un metodo fai-da-te per risolvere il problema: nelle impostazioni, selezionare l’opzione per disabilitare la trasmissione del segnale video quando ci si unisce a una conferenza.

Come aggirare il problema di Zoom agendo sulle impostazioni

È possibile disabilitare il web server eseguendo il comando “lsof -i :19421” (senza virgolette) così da ottenere il PID del processo, seguito da “kill -9 ***” dove gli asterischi sono rappresentati dal PID. In questo modo, invece, si evita che possa essere riabilitato in seguito all’installazione di aggiornamenti.

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L'autonomia rimane ancora oggi il vero tallone d’Achille delle auto elettriche(insieme ai prezzi, comunque più accessibili). Toyota potrebbe aver trovato la soluzione al problema: il gruppo nipponico, in collaborazione con NEDO e Sharp, ha realizzato un prototipo che prevede l’installazione su gran parte della carrozzeria di veri e propri moduli fotovoltaici ad alta efficienza (il fattore di conversione è 34%), in grado di generare energia da immagazzinare poi all’interno della batterie. Un principio già applicato al tetto fotovoltaico in commercio per la Prius PHV, qui portato all’ennesima potenza.

L’auto solare di Toyota, NEDO e Sharp

Alcune unità appositamente modificate dell’ibrida plug-in Prius saranno in fase di test sulle strade pubbliche del Giappone entro fine mese. La tecnologia verrà messa alla prova a Toyota City (la località prende il nome dal gruppo e lì si trova la sua sede principale), nella prefettura di Aichi. Quella che possiamo definire come una vera e propria auto solare sarà in grado di generare energia sia quando si trova ferma, parcheggiata, sia durante il movimento.

I moduli hanno uno spessore di soli 0,03 mm, caratteristica che li rende particolarmente adatti a un impiego su superfici curve o comunque non regolari. Il guadagno previsto in termini di autonomia è di 44,5 Km, oltre sette volte di più rispetto ai 6,1 Km garantiti dal tetto fotovoltaico citato poc’anzi (860 W contro 160 W).

Concept di questo tipo sono già stati sperimentati su veicoli in competizioni come la World Solar Challenge o la American Solar Challenge, ma fino ad oggi non si era ipotizzato un loro impiego su vetture destinate al mercato. In ogni caso, difficilmente assisteremo al debutto commerciale di una simile vettura in tempi brevi, ma per il futuro l’ipotesi non è da escludere.

In uno scenario ideale i veicoli saranno in grado di muoversi senza generare emissioni inquinanti, immagazzinando l’energia necessaria da fonti pulite e rinnovabili come il sole, recuperando inoltre quella generata in fase di decelerazione o frenata attraverso impianti già integrati sui modelli in circolazione. Potranno poi scambiare la carica con la rete elettrica, dando così vita a un sistema di tipo Vehice-to-Grid.

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Arrivano sotto forma di un documento firmato da AGCM, AGCOM e Garante Privacy le linee guida e le raccomandazioni delle autorità nostrane per quanto concerne i Big Data. È l’ultimo step di un percorso avviato ormai oltre due anni fa, a maggio 2017, con un’indagine il cui scopo è stato quello di approfondire le dinamiche alla base dei servizi che fanno leva sull’analisi di enormi quantità di dati.

Il documento è il frutto dell’indagine conoscitiva avviata congiuntamente dalle tre Autorità con l’obiettivo di comprendere le implicazioni (per la privacy, la regolazione, la tutela della concorrenza e del consumatore) dello sviluppo di un’economia digitale fondata sulla raccolta e analisi di una mole sempre più ingente di dati.

AGCM, AGCOM e Garante Privacy sui Big Data

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che di recente è tornata a pronunciarsi sul tema parlando delle sfide dell’economia digitale, ha visto al suo fianco in questo impegno l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e il Garante per la Protezione dei Dati Personali. Obiettivo comune la comprensione di ciò che questo tipo di attività implica in termini di concorrenza sul mercato e privacy dei consumatori. L’indagine si è svolta attraverso circa 40 audizioni durante le quali sono stati ascoltati alcuni dei principali protagonisti nei settori dell’economia dei dati, delle telecomunicazioni, della finanza, dell’editoria e del mondo accademico.

… lo sviluppo dell’economia data driven ha implicazioni non solo sul funzionamento dei mercati e sul benessere dei consumatori, ma anche sotto il profilo sociale e democratico. Le nuove forme in cui si manifesta il potere di mercato meritano, dunque, un’attenta valutazione per le implicazioni economiche e sociali che possono avere.

 

Linee guida: gli 11 punti

Le linee guida e le raccomandazioni formulate vengono sintetizzate in 11 punti che fanno appello anzitutto a una cooperazione tra le parti, non solo fra le tre autorità che le hanno stilate e sottoscritte, ma anche tra gli organi istituzionali nazionali e internazionali. Serve un approccio condiviso e capace di affrontare la questione su larga scala, almeno a livello continentale. Altro requisito fondamentale è la trasparenza, in particolare per quanto riguarda le modalità di raccolta e trattamento dei dati. Si fa inoltre appello all’adozione di standard e soluzioni che sappiano garantire la portabilità delle informazioni.

  1. Governo e Parlamento si interroghino sulla necessità di promuovere un appropriato quadro normativo che affronti la questione della piena ed effettiva trasparenza nell’uso delle
    informazioni personali (nei confronti dei singoli e della collettività);
  2. Rafforzare la cooperazione internazionale sul disegno di policy per il governo dei Big Data;
  3. Promuovere una policy unica e trasparente circa l’estrazione, l’accessibilità e l’utilizzo dei dati pubblici al fine della determinazione di politiche pubbliche a vantaggio di imprese e cittadini. Sarà necessario un coordinamento tra tale policy e le strategie europee già esistenti per la costituzione di un mercato unico digitale;
  4. Ridurre le asimmetrie informative tra utenti e operatori digitali, nella fase di raccolta dei dati, nonché tra le grandi piattaforme digitali e gli altri operatori che di tali piattaforme si
    avvalgono;
  5. Prima delle operazioni di trattamento dei dati, identificare la loro natura e proprietà e valutare la possibilità d’identificazione della persona a partire da dati “anonimizzati”;
  6. Introdurre nuovi strumenti per la promozione del pluralismo on-line, la trasparenza nella selezione dei contenuti nonché la consapevolezza degli utenti circa i contenuti e le informazioni ricevute online;
  7. Perseguire l’obiettivo di tutela del benessere del consumatore con l’ausilio degli strumenti propri del diritto antitrust estendendoli anche alla valutazione di obiettivi relativi alla qualità
    dei servizi, all’innovazione e all’equità;
  8. Riformare il controllo delle operazioni di concentrazioni al fine di aumentare l’efficacia dell’intervento delle autorità di concorrenza;
  9. Agevolare la portabilità e la mobilità di dati tra diverse piattaforme, tramite l’adozione di standard aperti e interoperabili;
  10. Rafforzare i poteri di acquisizione delle informazioni da parte di AGCM ed AGCOM al di fuori dei procedimenti istruttori e aumento del massimo edittale per le sanzioni al fine di garantire
    un efficace effetto deterrente delle norme a tutela del consumatore;
  11. Istituzione di un “coordinamento permanente” tra le tre Autorità.

Nel momento in cui vanno emergendo e consolidandosi nuovi scenari di mercato fondati sull’analisi dei dati, una priorità è stabilire policy in grado di scongiurare il rischio di abusi e attribuire le responsabilità. Anche in questo caso, c’è bisogno di trovare il giusto equilibrio tra l’esigenza di garantire il pieno rispetto della concorrenza così come della sfera privata e il bisogno di non soffocare l’innovazione.

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Da segnalare oggi un nuovo rilascio per le versioni d’anteprima di Windows 19 19H2, l’aggiornamento che verrà messo a disposizione di tutti gli utenti nel mese di settembre (salvo ritardi). Come già sottolineato nelle scorse settimane da Microsoft, si tratterà quasi di un Service Pack per apportare correzioni e piccole migliorie al May 2019 Update distribuito di recente.

Windows 10 19H2 build 18362.10005

La build 18362.10005 (KB4507453) è nelle mani degli Insider nello Slow Ring. Una delle novità introdotte riguarderà gli assistenti virtuali, sempre più importanti e onnipresenti su dispositivi mobile e apparecchiature come smart speaker o smart display in ambito domestico, pronti ormai per conquistare anche il territorio PC.

Non è una novità che Microsoft abbia intenzione di scindere il longevo legame tra Windows 10 e  Cortana, così da far spazio ad altre intelligente artificiali, anche se provenienti dalla concorrenza: una su tutte Alexa di Amazon, che con l’arrivo dell’aggiornamento autunnale potrà essere richiamata e attivata direttamente dalla lockscreen.

Alexa su Microsoft Store

Non è da escludere che in futuro la stessa possibilità possa essere riservata anche all’Assistente Google o a Siri di Apple. Al momento, però, Alexa risulta essere l’unica IA alternativa a quella di Redmond che dispone di un’app distribuita sullo store ufficiale del sistema operativo.

Il resto delle novità incluse nel changelog della build 18362.10005 è consultabile attraverso il link alla fonte, a fine articolo. C’è un riferimento a un non meglio precisato fix che consentirà ai produttori OEM di offrire performance migliori agli utenti per quanto riguarda l’interazione con i pennini sui display touchscreen dei dispositivi (Inking). Come sempre, trattandosi di una versione di anteprima, se ne sconsiglia l’installazione di PC destinati a un utilizzo quotidiano.

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Verrà il giorno in cui potremo controllare il mouse senza più nemmeno doverlo sfiorare. Quel giorno non ci servirà neppure la tastiera ed impareremo una lingua straniera con la stessa facilità con cui si installa un’app sul proprio smartphone. Il passaggio dalla fantascienza alla realtà ha compiuto il primo passo in queste ore, durante la presentazione di una startup che punta ad ottenere la prima vera interfaccia neurale in grado di far parlare il cervello umano direttamente con una macchina.

Il suo nome è Neuralink. Siede su 150 milioni di dollari di finanziamento, 100 dei quali controfirmati direttamente da Elon Musk. Con un livestream pubblico, dopo anni di lavori nel segreto dei loro laboratori, il team ha svelato i propri obiettivi e lo stato di avanzamento delle ricerche. Ora Neuralink non è più un segreto, ma una chimera; il passo successivo sarà dimostrare che la cosa può funzionare, che può essere dirompente e che può essere controllata per evitare di superare chiari limiti di pericolosità pubblica.

Neuralink: come funziona

Secondo quanto spiegato dai tecnici Neuralink, e sulla base di quanto già realizzato nel contesto dei primi esperimenti in laboratorio, l’obiettivo è quello di innestare alcuni sensori all’interno del tessuto cerebrale passando attraverso alcuni piccoli fori nel cranio. L’operazione in prospettiva avverrebbe inizialmente sotto anestesia totale, ma l’obiettivo è quello di riuscirci con una anestesia locale ed in brevissimo tempo. Si auspica di raggiungere un risultato simile grazie alla minuscola dimensione dei sensori, più sottili di un capello ed estremamente flessibili, pensati per penetrare nel cervello seguendo le villosità naturali e senza ferire i tessuti. Così facendo il corpo estraneo dovrebbe essere meglio accettato e non dovrebbero crearsi rigetti o effetti collaterali che possano pregiudicare il funzionamento dei sensori nel tempo.

Tali sensori andrebbero a leggere le informazioni trasmesse nel cervello, trasmettendole ad una piastra interna posizionata dietro l’orecchio che, a sua volta, andrebbe a dialogare con un piccolo apparato esterno posizionato nell’immediata prossimità della piastra interna. L’apparato esterno avrà il compito di dialogare con una macchina esterna, completando così il canale comunicativo bidirezionale che mette in contatto l’entità umana con quella digitale.

Impianto Neuralink 

Le potenzialità

Nella presentazione, il team Neuralink ha snocciolato alcune delle applicazioni possibili senza andare troppo nel dettaglio: al momento, visto che nessun essere umano ha ancora avuto impiantati i sensori, non si può parlare d’altro se non che di potenzialità. Il messaggio è però chiaro: quel che si pensava non sarebbe mai stato possibile, ora potrebbe rivelarsi obiettivo raggiungibile.

Far dialogare uomo e macchina significa non solo correggere possibili problemi per l’uomo (correggendo così possibili disfunzioni cerebrali, migliorando fortemente l’esperienza di vita sotto talune patologie), ma creare una vera e propria entità cyborg che genera sinergie nell’interscambio tra uomo e intelligenza artificiale. Quando? Entro il 2020, al termine dei test con altri primati, quando ci sarà sommaria certezza di poter agire senza danni per l’uomo e con la possibilità di aprire realmente nuove prospettive in questo settore.

Quali siano le potenzialità di input esterno, oltre che di output, è qualcosa che andrà verificato solo negli anni, ma secondo il team entro il prossimo decennio sarà possibile assistere a questa incredibile rivoluzione: i primi test sulle scimmie avrebbero già rivelato incredibili potenzialità. L’idea di partenza è quella per cui la macchina possa correggere il pensiero laddove si innestino dei problemi che impediscono memorizzazione o mobilità: colmati i problemi deficitari, si passerebbe ad una fase successiva, relativa ad un vero e proprio potenziamento delle capacità naturali.

Donare mobilità a persone paralizzate per lesioni spinali, o creare configurazioni che avvicinino alla realtà virtuale di “Avatar” sono immagini che ben esplicano l’obiettivo a cui tendere. Chiaramente si tratta di andare ben oltre l’immaginabile, insomma, ma Neuralink non sembra voler porre limiti alle potenzialità: inutile nascondersi, perchè questo è il momento di raccogliere finanziamenti e finanziare la ricerca avviata.

https://www.youtube.com/watch?v=r-vbh3t7WVI

I rischi

Qualora si uscisse dall’hype e venisse dimostrato nei fatti quanto questa tecnologia possa funzionare, esploderebbe un problema che sconfinerebbe istantaneamente nella filosofia e nella bioetica. Ancora una volta bisognerebbe ridefinire il limite della parola “umano”, cercando di capire ove posizionare il nuovo confine. Una tecnologia che “guarisce” e che migliora la vita è ovviamente benvenuta, ma un software in grado di riscrivere il pensiero è quanto di più pericoloso possa esistere, anche al di là delle distopie fin qui formattate attorno a Orwell e i suoi derivati.

La presenza di Musk sul palco di Neuralink dimostra che tutto ciò rappresenti qualcosa di incredibile, ma al tempo stesso qualcosa di ben finanziato e ben organizzato. Qualcosa, quindi, con le potenzialità per diventare realtà. Ora che Neuralink ha tolto i veli sul proprio progetto, le interfacce neurali sono destinate ad un balzo in avanti sotto tutti i punti di vista. E la comunità scientifica dovrà guardare da vicino a quanto sta per accadere, per capire esattamente dove porre un limite alle opportunità affinché non diventino incolmabili rischi.

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