Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Una videocamera intelligente, una lampadina intelligente, una presa intelligente: sono questi i tre nuovi protagonisti della famiglia “SmartThings” di Samsung con cui il gruppo accresce il gruppo di dispositivi disponibili nell’ottica di un crescente sviluppo del concetto di smart home.

La domotica è altra cosa, ma non è questa l’ambizione del progetto. L’idea semmai è quella di offrire ad un basilare sistema domotico nuovi strumenti intelligenti per la gestione dell’ambiente domestico, estendendo il brand Samsung anche a questo ulteriore contesto. Per tutti questi dispositivi è possibile l’interazione tramite Amazon Alexa, Google Assistant e Bixby (la soluzione proprietaria del colosso coreano).

Al momento i tre device non sono ancora compresi tra quelli della famiglia SmartThings in distribuzione su Amazon, ma con ogni probabilità l’approdo sarà solerte.

SmartThing Cam

La nuova SmartThings Cam si differenzia visibilmente rispetto al modello antecedente in virtù del braccio singolo snodabile con cui è possibile orientare la fotocamera. Con una spesa pari a 89.99 dollari è possibile accedere a qualcosa che sfida da vicino le videocamere Nest, con riprese in definizione Full HD HDR, visione notturna tramite infrarossi, interazione audio in due direzioni, body detection e ampia visuale da 145 gradi.

Interessante è il fatto che sia disponibile un’opzione di backup pari a 30 giorni fino a 8 videocamere (7,99 dollari al mese o 79,99 dollari annui), cosa che ben rende l’idea di quale possa essere la soglia di spesa utile per costruire un ecosistema personalizzato di videosorveglianza casalinga.

Smart Bulb e Smart Plug

La lampadina Smart Bulb offre 800 lumen di luminosità con 9 watt di consumo ed una resa di colore bianco caldo (2700k, valore non sempre raggiunto dalle soluzioni led a basso costo), dimmerabile ma senza le estrose sfumature colorate che consentono di ottenere altri tipi di lampadine intelligenti. Viene dichiarata compatibile con Zigbee  e Z-Wave, il che significa che può essere facilmente connessa ad un hub di controllo e quindi, con la semplice interazione vocale, accesa, spenta e regolata. Il prezzo ufficiale di esordio è pari a 9,99 dollari, ma il costo dell’hub rappresenta una barriera d’ingresso a questo tipo di soluzione.

La presa Smart Plug consente invece di controllare tramite app ulteriori strumenti elettronici in uso presso il proprio ambiente domestico, punto di accesso basilare verso un’idea semplice e comoda di casa intelligente. Opera tramite Wifi e non richiede pertanto un hub di connessione. Disponibile da oggi, ha un costo ufficiale pari a 18 dollari.

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Annunciato all’inizio del mese scorso in occasione dell’evento Build 2019, il nuovo Terminal per Windows 10 è ora disponibile al download, direttamente dalle pagine del Microsoft Store e dunque senza costringere l’utente alla compilazione del codice. Si tratta dell’evoluzione della tradizionale app di sistema per l’esecuzione da riga di comando, arricchita da nuove opzioni per la personalizzazione dell’interfaccia e da funzionalità inedite. Permette inoltre di accedere a PowerShell e Windows Subsystem for Linux.

Windows 10: il nuovo Terminal in download

Il gruppo di Redmond sottolinea la natura sperimentale della release (0.2.1715.0): si tratta al momento di una versione d’anteprima, non ultimata e contenente alcuni bug noti che la software house andrà a risolvere con l’arrivo dei prossimi aggiornamenti. Chi lo desidera può trovare il codice sorgente a cui mettere mano su GitHub. Il progetto rientra infatti tra quelli messi in campo da Microsoft e che abbracciano la filosofia open source.

Questa versione early preview include molti problem di usabilità, il più importante dei quali riguarda il mancato supporto alla tecnologia assistiva. La maggior parte del lavoro interno per garantirlo è completato ed è una nostra assoluta priorità introdurlo al più presto.

Windows 10: il nuovo Terminal

Il nuovo Terminal è compatibile con i PC sui quali è presente il sistema operativo Windows 10 (dalla versione 18362 in poi), ma non solo: dalla scheda presente su Microsoft Store si apprende del supporto garantito fin da subito anche per visori HoloLens, dispositivi mobile e Surface Hub.

Le sue principali funzionalità includono le schede multiple, il supporto ai caratteri Unicode e UTF-8, l’engine per il rendering del testo basato sull’accelerazione della GPU, temi personalizzati, stili e impostazioni.

Windows 10: il nuovo Terminal

Al momento per modificare le impostazioni (anche quelle relative all’UI) è necessario effettuare un editing manuale del file JSON, più avanti tutte le opzioni verranno riunite all’interno di un’interfaccia di più semplice fruizione e alla portata di tutti. La release finale, la 1.0, arriverà su Microsoft Store entro l’inverno.

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Torniamo a parlare di un allarme ransomware, in questo caso di una minaccia che colpisce in modo specifico l’Italia. A renderlo noto i ricercatori di ESET, che negli ultimi giorni hanno raccolto un numero significativo di segnalazioni. Si tratta di una campagna particolarmente efficace poiché la diffusione del codice maligno avviene tramite PEC, sistema solitamente considerato sicuro e affidabile.

Le potenziali vittime ricevono nella casella di Posta Elettronica Certificata un messaggio con titolo “Emissione fattura SS059656” (o simile), proveniente da un’azienda fantasma. Una volta aperto l’allegato PDF non ci si trova però di fronte a una reale fattura bensì si dà il via all’infezione del proprio sistema con il rischio di vedere tutti i file contenuti nel disco fisso cifrati. Al malcapitato utente viene poi chiesto il pagamento di un riscatto per aver nuovamente accesso ai documenti. Questo il testo dell’email, che riportiamo così come ricevuto da ESET.

Buongiorno Allegata alla presente email Vi trasmettiamo copia PDF di cortesia della fattura in oggetto. Documento privo di valenza fiscale ai sensi dell’art. 21 Dpr 633/72. L’originale e disponibile all’indirizzo telematico da Lei fornito oppure nella Sua area riservata dell’Agenzia delle Entrate.

Non aprite quella fattura

Il metodo impiegato è particolarmente subdolo poiché fa leva su uno strumento, la PEC, solitamente impiegato dai professionisti per l’invio di informazioni importanti, sensibili o riservate così come per interagire con pubblica amministrazione ed enti governativi. Si tende dunque a considerarla la soluzione più affidabile per la gestione della posta elettronica e, per questo motivo, a sottostimare le conseguenze dell’apertura di un allegato anche se proveniente da mittenti sconosciuti.

Il consiglio non può che essere quello di prestare particolare attenzione e, nel caso di sospetto, contattare chi ha inviato il documento per chiedere conferma della sua integrità. Sempre facendo riferimento alle raccomandazioni di ESET, è buona norma adottare soluzioni anti-malware e anti-spam aggiornate, modificare periodicamente la password dei propri account abilitando se disponibile un sistema di autenticazione a due fattori, non utilizzare mai lo stesso codice segreto per più servizi ed effettuare regolarmente un backup di contenuti e documenti: li si potrà così recuperare se accidentalmente colpiti da un ransomware.

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Google ha abilitato in queste ore una nuova funzione che, annunciata soltanto pochi mesi or sono, è ora pronta a fare capolino su mobile a tutela della privacy degli utenti. Si tratta di una funzione che permette di cancellare in automatico alcuni dei dati di tracciamento che Google solitamente conserva sui propri server, in parte per rendere trasparente la raccolta dati in corso, in parte a beneficio delle funzioni di geolocalizzazione che possono consentire un miglioramento dell’esperienza utente sulle app di Mountain View.

Fino ad oggi tali informazioni potevano essere gestite (una ad una o collettivamente) tramite un controllo manuale: chiunque avesse voluto cancellare informazioni salvate sui server Google avrebbe potuto semplicemente seguire le istruzioni e mettere mano alle informazioni conservate. Per diretto e trasparente che sia, questo è però un metodo che non aiuta realmente il controllo dei propri dati personali poiché impone un lavoro proattivo e costante che, moltiplicato per il numero di brand e servizi, sarebbe completamente ingestibile da parte di chiunque. Lo sforzo di Google è pertanto meritevole poiché va a creare invece le condizioni per portare avanti un controllo automatico che dura nel tempo e che protegge l’utente con costanza e regolarità.

Google, come dare scadenza automatica ai dati

Fin da oggi (il rollout è progressivo, ma in redazione abbiamo già verificato il corretto funzionamento del tutto fin da questa mattina) ogni utente ha la possibilità di gestire in modo automatico le informazioni conservate tra gli elenchi “Cronologia delle posizioni” e “Attività Web e app“.

Per procedere con l’impostazione di questa funzione occorre anzitutto andare sulla propria pagina del Google Account, bacheca sulla quale poter controllare tutte le varie opzioni disponibili. Su questa pagina si sceglie la tipologia di dati che si intende gestire ed a questo punto ci si troverà di fronte la scelta tra cancellazione manuale e cancellazione automatica:

Come cancellare i dati conservati da Google - Opzione automatica

Scegliendo di eliminare automaticamente i dati, è possibile con la schermata successiva valutare per quanto tempo conservarli:

Come cancellare i dati conservati da Google - Scelta del tempo

La scelta va operata considerando da una parte che la tutela della privacy è qualcosa di prezioso tanto per sé (soprattutto quando dati tanto sensibili sono conservati su account potenzialmente esposti da password troppo blande e fragili) che per la collettività, dall’altra un periodo più lungo di conservazione consente un’ottimizzazione massimale delle funzioni di ricerca e altri servizi che Google può costruire sulla cronistoria di ognuno di noi.

Si tratta dunque di una scelta libera, dove 18 mesi potrebbe essere un buon compromesso tra tutela e libertà. L’importante, in questi casi, è avere consapevolezza di cosa significhi tutto ciò per poter operare una scelta realmente libera.

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La strada che porterà Mozilla a rimpiazzare l’attuale versione Android di Firefox ha preso ufficialmente il via oggi con la pubblicazione di una release d’anteprima del browser basato sull’engine proprietario GeckoView. È già possibile scaricarla e installarla direttamente da Google Play. L’edizione stabile e definitiva arriverà entro l’autunno, come anticipato nei mesi scorsi.

L’abbiamo messa brevemente alla prova, come si può vedere dagli screenshot qui sotto. Garantito fin da subito il supporto all’italiano. Tra le funzionalità incluse o che saranno introdotte con i prossimi aggiornamenti figurano il blocco impostato di default per il tracking delle attività online a fini di advertising, ottimizzazioni che porteranno a un raddoppio delle performance rispetto alle release passate, una schermata di avvio minimalista, la barra dell’indirizzo posizionata nella parte inferiore dello schermo e le Collezioni per organizzare siti o risorse online. Queste le parole della software house.

Abbiamo capito che gli utenti desiderano un’esperienza di navigazione mobile completa, ma più privata e sicura rispetto quella delle altre applicazioni esistenti. Così abbiamo deciso di rendere Firefox più simile a Focus, ma con tutte le comodità e i servizi di un browser completo.

Screenshot per Firefox Preview su Android

Lo sviluppo di Focus in standby

Contestualmente al rilascio odierno, Mozilla conferma di aver messo in standby lo sviluppo di Firefox Focus, versione del browser mobile con funzionalità avanzate per la tutela della privacy e per l’incremento delle performance, lanciata un paio di anni fa e basata sull’engine WebView di Android. Queste caratteristiche troveranno posto nella nuova app, da oggi disponibile in Preview. La scelta di passare a GeckoView consentirà inoltre di operare in modo più indipendente da Google.

Mentre tutti gli altri principali browser Android sono oggi basati su Blink e di conseguenza influenzati dalle decisioni di Google, GeckoView assicura indipendenza a noi e ai nostri utenti. Costruire Firefox per Android su GeckoView si traduce inoltre in una più grande flessibilità in termini di feature che possiamo offrire per privacy e sicurezza. Con GeckoView abbiamo la possibilità di sviluppare in modo più rapido, più sicuro e più user-friendly un browser in grado di fornire prestazioni senza precedenti.

A proposito di browser ed engine, Mozilla ha fortemente criticato la recente scelta di Microsoft che per il suo Edge ha abbandonato EdgeHTML abbracciando Chromium. Così, secondo il CEO Chris Beard, non si fa altro che favorire Google.

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Venerdì, 28 Giugno 2019 15:33

Jony Ive lascia Apple, ma non del tutto

omo chiave della mela morsicata, con il gruppo di Cupertino fin dai primi anni ’90, Jony Ive lascerà Apple entro la fine del 2019. A renderlo noto un comunicato pubblicato all’improvviso dall’azienda stessa. Fino ad oggi Chief Design Officer, è uno dei volti maggiormente rappresentativi del gruppo. A lui è attribuita parte del successo ottenuto, tra le altre cose, dalle linee iPhone, iPad, Mac e Watch. Meriti che gli sono riconosciuti nel saluto di Tim Cook.

Jony è una figura singolare nel mondo del design e il suo ruolo nella rinascita di Apple non può essere sopravvalutato, dall’innovativo iMac del 1998 fino all’iPhone e alle ambizioni senza precedenti dell’Apple Park sulle quali di recente ha concentrato parecchia della sua energia e passione.

Il suo futuro non sarà però poi così distante da Cupertino: diventerà il numero uno di una nuova realtà concentrata sul design, chiamata LoveFrom e che vedrà proprio nella società di Cook uno dei suoi principali clienti. Nel comunicato si legge che, sebbene impegnato in iniziative personali, Ive continuerà a lavorare a stretto contatto con Apple su diversi progetti.

Apple continuerà a a beneficiare dei talenti di Jony lavorando su progetti esclusivi direttamente con lui e attraverso il lavoro del brillante e appassionato team di design che ha messo insieme. Dopo molti anni di stretta collaborazione, sono felice che la nostra relazione continui a evolvere e guardo avanti per lavorare con Jony a lungo in futuro.

Insomma, più che un addio, una riorganizzazione del lavoro che Ive andrà a svolgere per il gruppo di Cupertino, dall’esterno. Inevitabile un assestamento nell’organigramma: Evans Hankey (Vice President di Industrial Design) e Alan Dye (Vice President di Human Interface Design), faranno ora riferimento diretto a Jeff Williams (Chief Operating Officer), quest’ultimo già impegnato nella realizzazione di prodotti come Apple Watch e in futuro maggiormente coinvolto nel team che si occupa di design.

Jony Ive

Da Tangerine alla Regina Elisabetta

Londinese, classe 1967, Ive ha iniziato la propria carriera nella startup inglese Tangerine, trovandosi a lavorare a uno dei primi PowerBook. Nel 2006 è divenuto Sir, nominato Comandante dell’Ordine dell’Impero britannico con l’onorificenza concessa direttamente dalla Regina Elisabetta. Così anticipa il suo congedo dalla mela morsicata.

Dopo quasi trent’anni e innumerevoli progetti, sono orgoglioso soprattutto del lavoro duraturo svolto per creare un design team, un processo e una cultura in Apple che sono senza pari. Oggi è più forte, più vivace e più talentuoso di quanto sia mai avvenuto nella storia di Apple. Il team sicuramente avrà successo sotto la guida di Evans, Alan e Jeff, che sono stati tra i miei collaboratori più stretti. Ho la massima fiducia nei miei colleghi designer in Apple, che rimangono amici stretti, e guardo avanti per lavorare con loro ancora per molti anni a venire.

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Novità in arrivo oggi per l’applicazione mobile di Google Maps: su Android e iOS sarà possibile consultare non solo il tempo di percorrenza dei mezzi pubblici, ma anche quanto sono affollati. Una feature che si basa sulle recensioni pubblicate nel tempo dagli utenti e che riguarda fin da subito 200 città nel mondo.

La metro è piena? Chiedilo a Google Maps

L’abbiamo messa alla prova in seguito all’aggiornamento dell’app e, effettivamente, per Milano sembra funzionare. La dimostrazione nello screenshot allegato di seguito: selezionando un tragitto che prevede uno spostamento in metropolitana, oltre all’orario di partenza, a quello di arrivo e alle fermate intermedie, Maps segnala “Di solito molti posti vuoti”. Un tap sull’icona “i” svela che l’informazione è fornita “in base alle valutazioni di altre persone su “Maps”.

Google Maps: la metro di Milano

Da un altro breve test sembra invece che la novità al momento non riguardi Roma, almeno nelle tratte cercate. Potrebbe in ogni caso trattarsi di un rollout progressivo. La funzionalità è operativa sulle linee di metro, bus, treni e tram.

Google Maps: la metro di Roma

Restando in tema, citiamo alcune statistiche condivise oggi dal gruppo di Mountain View e legate proprio ai trasporti. Tra le linee di mezzi pubblici più affollate al mondo ci sono quelle di Buenos Aires, San Paulo, Parigi, Tokyo e New York.

Le città con i trasporti pubblici più affollati al mondo

C’è anche una slide dedicata a Milano: la tratta più affollata è quella della metro gialla (non possiamo che confermare), più nello specifico in prossimità delle fermate di Centrale, Crocetta, San Donato e Brenta. Ci sono poi le linee 90 e 56.

Google: le linee più trafficate di Milano

Un’altra novità introdotta oggi da Maps è quella che applica ai mezzi pubblici per i quali ancora non vengono forniti aggiornamenti in tempo reale le stime dei ritardi sulla base del traffico di superficie.

Google Maps stima il ritardo dei mezzi pubblici di superficie che non forniscono aggiornamenti in tempo reale

Da qualche tempo l’applicazione offre come feature esclusiva sugli smartphone Pixel il supporto alla realtà aumentata per gli spostamenti a piedi. Inoltre, in occasione dell’I/O 2019 è stato annunciato l’arrivo di una modalità Incognito del tutto simile a quella ben nota per Chrome, che non lascia traccia di ricerche o attività.

Aggiornamento (28/06/2019, 11.05): un comunicato giunto in redazione da Google specifica che le città italiane per le quali sono disponibili le informazioni sull’affollamento dei mezzi pubblici sono Roma, Milano, Torino, Padova, Bologna, Firenze e Verona. Gli aggiornamenti in tempo reale sui ritardi degli autobus riguardano invece Napoli, Palermo, Trieste e Venezia.

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Il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha comminato una sanzione da 1 milione di Euro a Facebook come strascico e conclusione dell’inchiesta relativa al caso Cambridge Analytica. Il Garante ricorda come Cambridge Analytica fosse “la società che attraverso un app per test psicologici aveva avuto accesso ai dati di 87 milioni di utenti e li aveva usati per tentare di influenzare le presidenziali americane del 2016”: la sanzione va a colpire il modo in cui Facebook ha dapprima concesso a tale società di agire a piacimento sui dati degli utenti e quindi ha in parte coperto i fatti lasciando la situazione sostanzialmente costante e senza mai agire a tutela degli utenti.

Spiega ora l’Authority in occasione della sanzione:

Il Garante aveva infatti accertato che 57 italiani avevano scaricato l’app Thisisyourdigitallife attraverso la funzione Facebook login e che, in base alla possibilità consentita da questa funzione di condividere i dati degli “amici”, l’applicazione aveva poi acquisito i dati di ulteriori 214.077 utenti italiani, senza che questi l’avessero scaricata, fossero stati informati della cessione dei loro dati e avessero espresso il proprio consenso a questa cessione. La comunicazione da parte di FB dei dati alla app Thisisyourdigitallife era dunque avvenuta in maniera non conforme alla normativa sulla privacy. I dati non erano comunque stati trasmessi a Cambridge Analytica.

Mancata informativa, mancata acquisizione del consenso al trattamento dei dati e mancato idoneo riscontro ad una richiesta di informazioni: sono questi i capi di imputazione che mettono Facebook con le spalle al muro e, benché il gruppo fosse riuscito ad ottenere una sanzione ridotta di 52 mila euro, il Garante ha imposto una sanzione ulteriore da 1 milione di euro che chiude la vertenza.

La somma tiene conto, oltre che della imponenza del database, anche delle condizioni economiche di Facebook e del numero di utenti mondiali e italiani della società.

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Venerdì, 28 Giugno 2019 16:23

L'Iran ha un problema: i minatori di Bitcoin

L'Iran ha un nuovo problema da affrontare: si tratta dei minatori di Bitcoinche, con una forte accelerazione registrata durante le ultime settimane, vanno ad assorbire gran parte delle risorse elettriche del paese. A rivelarlo è stato il Ministro dell’Energia, Mostafa Rajabi, il quale ha spiegato come il mining si sta rivelando un’insidia pesante per la rete elettrica del paese poiché rende difficilmente prevedibili gli assorbimenti necessari e, al tempo stesso, non sempre viene portato avanti secondo le regole.

Mining, +7% nei consumi elettrici

Il basso costo dell’energia elettrica in Iran rende il paese particolarmente vantaggioso per il mining di criptovalute, il che ha evidentemente incoraggiato l’investimento di quanti intendono sfruttare l’attuale momento di salute del Bitcoin per tradurlo in lucro. Tuttavia è risaputa la grande quantità di risorse energetiche necessarie per supportare l’attività di mining, il che si traduce – in momenti di grande fermento – in un vero e proprio salasso di elettricità per le reti a cui le server farm sono collegate. Il ministro ha spiegato come nelle settimane scorse in Iran i consumi siano cresciuti del 7% improvvisamente, addebitando tale impennata principalmente al ritorno in auge del Bitcoin. Il problema è stato posto all’attenzione del ministro principalmente per le instabilità venutesi a creare sulla rete, con una serie di problemi ricaduti direttamente sulle utenze private.

Rajabi ha però spiegato come non solo i consumi siano alti, ma siano anche realizzati presso locali dismessi (fino a 1000 bitcoin minati nel giro di breve tempo presso due sole location) o all’interno di scuole o moschee (ove in alcuni casi la fornitura elettrica è gratuita). Insomma: l’abbattimento del costo della materia prima è questione estremamente golosa che rende il mining fortemente conveniente, ma il tutto ha dei costi sociali non indifferenti che l’Iran non sembra volersi caricare. Di qui l’inizio di retate alla ricerca delle attività più insidiose, nonché l’ipotesi di prezzi speciali per l’elettricità orientata alle attività legate alle criptovalute.1

La quantificazione del peso del mining è stata ben illustrata dallo stesso ministro, secondo il quale l’elettricità necessaria per minare un singolo Bitcoin equivale all’elettricità necessaria per 24 unità residenziali in un intero anno. Non serve altro, insomma, per immaginare quanto un’impennata delle attività sulla criptovaluta possano pesare su una rete elettrica.

E poi ci sono gli Stati Uniti

Le frizioni in atto tra Stati Uniti e Iran sono nuovamente sotto gli occhi di tutti dal giorno in cui una petroliera ha rischiato l’affondamento a causa di un fantomatico siluro che gli USA hanno accreditato alle milizie iraniane. La situazione è presto precipitata, si è tornato a parlare di un inasprimento delle sanzioni e Trump ha spiegato di aver fermato un feroce contrattacco solo pochi minuti prima dell’esecuzione.

L’Iran sfrutta ora la questione mining per ribaltarla proprio sugli Stati Uniti: secondo quanto rivelato dal Ministro dell’Energia, il mining di criptovalute sono tanto un’opportunità per l’estero (ci sarebbero anche imprese europee al centro delle attività demandate in territorio iraniano), quanto per i locali, che con la criptovaluta hanno la possibilità di rifuggire ai vincoli del dollaro. Il Bitcoin, insomma, può diventare un modo per sfuggire alla morsa di Trump e questa per molti diventa una opportunità irrinunciabile.

Questo non solo porta ad una impennata delle attività in ambito Bitcoin, ma crea anche un ruolo più forte per un asset tanto volatile e discusso. Ciò non potrebbe invece accadere per Libra: la moneta voluta da Facebook ha meccanismi molto più accentrati e controllabili, il che non consentirebbe a paesi come l’Iran di liberarsi dai processi delle monete ufficiali. Bitcoin è invece sinonimo di libertà, ma anche la libertà ha un costo: è scritto in bolletta, laddove un Iran che cerca di smarcarsi dai diktat occidentali si trova un consumo elettrico improvvisamente impennatosi del 7%.

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Lunedì, 01 Luglio 2019 12:11

Auto elettriche: il silenzio farà rumore

Tra i vantaggi legati alla progressiva diffusione sulle nostre strade delle auto elettriche (e ibride) c’è anche un abbattimento dell’inquinamento acustico che da sempre affligge soprattutto i centri urbani. La silenziosità dei motori integrati sulle vetture di questo tipo, però, per qualcuno rischia di costituire un pericolo: per questo motivo l’Europa ha deciso che dovranno fare rumore.

Le auto elettriche saranno meno silenziose

A partire da oggi, 1 luglio 2019, tutti gli automaker sono obbligati a installare sui veicoli elettrici e ibridi di nuova produzione un sistema acustico  di tipo AVAS(Acoustic Vehicle Alert System) in grado di emettere un suono udibile e facilmente distinguibile da pedoni o ciclisti quando transitano a una velocità inferiore a 19 Km/h e quando stanno effettuando retromarcia. L’obbligo si applicherà a tutti quelli immatricolati a partire dall’1 luglio 2021, anche se modelli realizzati prima della data odierna.

L’obiettivo è ovviamente quello di incrementare la sicurezza di tutti coloro che si trovano sulla carreggiata. Nel breve filmato di seguito alcuni esempi: si tratta di un rumore simile a quello dei motori tradizionali, che il conducente potrà all’occorrenza disabilitare temporaneamente se lo riterrà necessario.

Non tutti hanno appreso con favore l’introduzione della misura. C’è chi, come l’associazione Guide Dogs che si occupa di cani guida per ciechi e ipovedenti, ha infatti chiesto che l’obbligo di emissione di un rumore sia applicato senza limitazioni in termini di velocità, anche quando le vetture si muovono oltre i 19 Km/h, poiché per chi ha problemi di vista o di udito il solo suono provocato dal rotolamento degli pneumatici sull’asfalto potrebbe non risultare sufficiente a identificarne l’arrivo. Così Michael Ellis, Ministro dei Trasporti britannico, ha di recente commentato la proposta di introdurre l’obbligo per gli automaker.

Il Governo desidera che i benefici dei trasporti ecologici possano essere offerti a tutti, ma comprende le preoccupazioni manifestate da chi soffre di problemi alla vista in merito ai potenziali pericoli legati a vetture elettriche silenziose. Questo nuovo requisito garantirà ai pedoni una sicurezza aggiuntiva nell’attraversamento della strada.

Rumore d’autore

MW interpreta l’obbligo non come un fardello, ma come l’opportunità per creare un valore aggiunto: la dimostrazione nel concept Vision M NEXT presentato la scorsa settimana.

 L’automaker tedesco si è rivolto ad Hans Zimmer per il sound della vettura, avvalendosi così della collaborazione di uno dei compositori di punta dell’ambito cinematografico, autore di colonne sonore per innumerevoli pellicole: quella de Il Re Leone gli valse il premio Oscar a metà anni ’90.

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