Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Mercoledì, 29 Maggio 2019 16:30

Google conferma l'esistenza del sistema Fuchsia

La creatura fin qui misteriosa che sta pian piano crescendo nei laboratori di Mountain View e che sembra poter arrivare un giorno a fagocitare sia Android sia Chrome OS non è più solo un’idea sulla carta, ma un progetto sperimentale confermato: Fuchsia esiste ed è Google a parlarne in modo diretto. Hiroshi Lockheimer, numero uno dei team al lavoro sui due sistemi operativi, ne ha discusso nei giorni che hanno visto andare in scena l’I/O 2019.

Fuchsia, la conferma di Google

La sua natura open source ha fin qui permesso di conoscerne alcune peculiarità, incluso un design preliminare dell’interfaccia come mostrato dagli screenshot allegati a questo articolo. Le nuove informazioni disponibili parlano di una compatibilità con una moltitudine di prodotti: dagli smartphone ai tablet, fino ai laptop e alle apparecchiature della smart home. Alla base di tutto il kernel Zircon, fino a qualche tempo fa conosciuto con il nome in codice Magenta, al posto di quello Linux su cui sono stati realizzati Android e Chrome OS.

L'interfaccia di Fuchsia

Lockheimer alza l’asticella delle aspettative, parlando di una piattaforma “allo stato dell’arte”, senza però accennare né le tempistiche necessarie per poter assistere a un suo debutto né se l’esordio decreterà o meno il pensionamento di Android e Chrome OS.

Stiamo valutando come potrebbe essere un nuovo approccio al sistema operativo. So che le persone là fuori per questo sono parecchio entusiaste: “È il nuovo Android” o “È il nuovo Chrome OS”. Fuchsia è davvero qualcosa di diverso. Fuchsia mira a raggiungere lo stato dell’arte in termini di sistema operativo e ciò che impariamo durante il suo sviluppo può essere integrato in altri prodotti.

L'interfaccia di Fuchsia

Fa anche riferimento al supporto per form factor differenti, che sembra lasciar intendere una compatibilità con dispositivi pieghevoli, indossabili, visori per la realtà virtuale o aumentata e altro ancora.

Fuchsia potrebbe essere ottimizzato per altri form factor. Lo stiamo sperimentando.

Del sistema operativo si parla ormai da quasi tre anni, dalla comparsa delle prime informazioni in merito datata agosto 2016. Google sembra intenzionata a portare avanti l’iniziativa senza alcuna fretta e facendo tutte le valutazioni del caso. Non potrebbe essere altrimenti, considerando che un eventuale lancio avrebbe le potenzialità per andare a modificare equilibri e dinamiche di un mercato, quello mobile, dove oggi la piattaforma Android domina in termini numerici a livello globale.

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l debutto di macOS 10.15 Catalina, svelato nei giorni scorsi da Apple in occasione dell’evento Worldwide Developers Conference 2019, porterà con sé tra le altre novità anche lo smembramento di iTunes. Il software non scomparirà del tutto, come ipotizzato da alcuni rumor della vigilia, ma alcune sue funzioni chiave verranno svolte da nuovi applicativi, separati e indipendenti. Si tratta nel dettaglio di Music, TV e Podcast, dedicati rispettivamente ai contenuti musicali, a film, show ed episodi delle serie televisive e appunto ai podcast.

iTunes per Windows

Su Windows le cose invece non cambieranno, almeno per il momento. La conferma è arrivata attraverso una dichiarazione affidata dal gruppo di Cupertino alla redazione del sito Ars Technica, che riportiamo di seguito in forma tradotta. Il programma continuerà dunque ad essere disponibile per il download e l’installazione per coloro che sono in possesso di un PC con la versione 7 (o successive) del sistema operativo di Redmond.

Apple ha reso noto che gli utenti di iTunes su Windows non vedranno alcun cambiamento. Non sarà diviso in più applicazioni e continuerà a funzionare come sempre. Ad ogni modo, Apple non ha fornito chiarimenti a proposito di come sarà il supporto per le funzionalità future.

iTunes per Windows

Nell’immediato non cambierà nulla, dunque. Rimane invece da chiarire quale sarà il futuro del software, se Apple introdurrà anche sul sistema operativo di Microsoft le nuove funzionalità in arrivo su macOS e se continuerà a rilasciare aggiornamenti.

L’azienda ha semplicemente dichiarato che gli utenti Windows continueranno a disporre della stessa esperienza di sempre e non ha annunciato alcun piano per terminare il supporto di iTunes su Windows.

Non è da escludere che più avanti le singole applicazioni, ovvero Apple MusicApple TV e Apple Podcast, possano essere distribuite anche su Windows, presumibilmente in download attraverso lo store di Microsoft come già oggi avviene per iTunes.

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Non solo Sidecar per utilizzare iPad come monitor esterno o l’apertura alle applicazioni mobile per macOS 10.15 Catalina. Il nuovo sistema operativodi casa Apple, presentato nella serata di lunedì sul palco del keynote che ha aperto la WWDC 2019, porterà con sé un altro cambiamento: via la Dashboard, dopo quasi un decennio e mezzo di onorato servizio.

macOS 10.15 Catalina: addio alla Dashboard

Il debutto è avvenuto nell’ormai lontano 2004 con la piattaforma che allora si chiamava OS X, più precisamente con la versione 10.4 Tiger. L’ultimo aggiornamento risale al 2011, in concomitanza con il rilascio di OS X 10.7 Lion. Disattivata di default a partire dal 2014 con l’arrivo di OS X 10.10 Yosemite, la Dashboard è rimasta comunque accessibile attraverso il Mission Control. La sua utilità è stata fino ad oggi quella di permettere l’avvio rapido di widget per eseguire azioni come l’accesso alla calcolatrice, la conversione da un’unità di misura all’altra, il controllo dello stato dei voli, la consultazione delle previsioni meteo o l’apertura di un blocco virtuale su cui prendere appunti.

Apple Dashboard

 

Il successo della feature è stato decretato fin da subito anche dal supporto fornito dagli sviluppatori di terze parti, impegnati a creare add-on per il sistema operativo. La sua scomparsa con l’arrivo di Catalina, oltre a testimoniare quanto sia cambiata la piattaforma desktop di Apple da Tiger a oggi, è giustificata dal fatto che molte delle operazioni una volta delegate agli widget sono ora integrate in modo nativo in macOS.

A scoprire il cambiamento è stata la redazione del sito Appleosophy, che conferma l’impossibilità di riportare in vita la Dashboard nella versione 10.15 anche provando a forzarne l’attivazione dal terminale del sistema operativo. Il suo destino è dunque simile a quello di iTunes, smembrato in più applicazioni (Music, TV e Podcast) sui computer della linea Mac, ognuna dedicata alla gestione di una ben precisa categoria di contenuti multimediali.

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Mozilla continua a puntare sulle funzionalità dedicate alla tutela della privacy per spingere la diffusione del proprio browser. Oggi la software house annuncia l’introduzione della Enhanced Tracking Protection in Firefox. Il nome è già di per sé piuttosto esplicativo per comprenderne l’utilità: si occupa di bloccare il tracking dell’utente durante le sessioni di navigazione.

Firefox: Enhanced Tracking Protection

Il sistema, attivato di default, rende di fatto vano il tentativo di intercettare informazioni sull’attività da parte dei cookie e tracker di terze parti inseriti nell’elenco di Disconnect. Le feature sono implementate all’interno del browser e configurabili attraverso nuovi controlli inseriti nelle Impostazioni, così da permettere all’utente di allargare o stringere ulteriormente la maglia della loro azione:per farlo bisogna accedere alla voce Privacy e Sicurezza, poi fare click su Personalizzato, come mostra lo screenshot qui sotto.

Firefox: Enhanced Tracking Protection

Il filmato in streaming di seguito pone l’accento sulla differenza nella raccolta delle informazioni relative alla navigazione tra Firefox e il concorrente Chrome di Google.

Debutta anche la versione 2.0 di Facebook Container, un add-on sviluppato direttamente da Mozilla e scaricabile gratuitamente, che impedisce al social network in blu di raccogliere informazioni sull’utente e sulle sue abitudini.

Facebook Container: add-on per Firefox

Novità poi per il password manager della software house, fin qui conosciuto come Lockbox, arrivato a fine marzo su Android (già da tempo disponibile per iOS) e a partire da oggi in download anche su computer desktop e laptop sotto forma di add-on. Per l’occasione l’utility cambia nome e diventa Lockwise.

La versione desktop di Firefox Lockwise

L’ultimo degli annunci di Mozilla riguarda Monitor, il servizio che permette di conoscere se uno dei propri indirizzi email è interessato da violazioni, leak o data breach. Introduce oggi una nuova dashboard che migliora il controllo delle caselle gestite.

Firefox Monitor

Come detto in apertura, la tutela della privacy diventa sempre più l’elemento distintivo di Firefox e dell’ecosistema software messo a disposizione da Mozilla. È su questo valore aggiunto che il team ha intenzione di far leva per colmare almeno in parte il gap che lo separa in termini di market share dalla concorrenza del leader Chrome.

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Mercoledì, 05 Giugno 2019 15:46

Amazon è il brand che vale di più al mondo

L'uomo più ricco al mondo controlla il brand di maggior valore del pianeta. Non fa una piega. Quello di Amazon è valutato oggi oltre 315 miliardi di dollari. In seconda posizione si piazza Apple (309 miliardi) e sul gradino più basso del podio Google (309 miliardi). I numeri sono quelli riportati nel BrandZ Top Most Valuable Global Brands appena pubblicato da WPP e Kantar.

Il comunicato che accompagna il report indaga le ragioni che sono fin qui valse il successo dell’azienda fondata e guidata da Jeff Bezos: acquisizioni mirate in grado di potenziare un business di per sé già solido nei territori e-commerce e cloud, progetti sperimentali che talvolta evolvono in nuove fonti di reddito, supporto ai clienti ritenuto al top e portfolio di prodotti e servizi in continua espansione in grado di soddisfare pressoché qualsiasi esigenza negli ambiti consumer ed enterprise.

BrandZ Top 100 Most Valuable Global Brand for 2019

Proponiamo di seguito la Top 10 per intero. Tra parentesi la variazione registrata nel corso dell’ultimo anno: tra le dieci elencate, l’unica società in passivo è Facebook, che ha probabilmente risentito dei tanti problemi legati alla privacy dei suoi utenti e dei leak conseguenti all’esplosione del caso Cambridge Analytica.

  1. Amazon: 315,505 miliardi di dollari (+52%);
  2. Apple: 309,527 miliardi di dollari (+3%);
  3. Google: 309,000 miliardi di dollari (+2%);
  4. Microsoft: 251,244 miliardi di dollari (+25%);
  5. VISA: 177,918 miliardi di dollari (+22%);
  6. Facebook: 158,968 miliardi di dollari (-2%);
  7. Alibaba: 131,246 miliardi di dollari (+16%);
  8. Tencent: 130,862 miliardi di dollari (-27%);
  9. McDonald’s: 130,368 miliardi di dollari (+3%);
  10. AT&T: 108,375 miliardi di dollari (+2%).

Dando un’occhiata invece ai brand che nel corso dell’ultimo anno sono stati in grado di far registrare la crescita più repentina in termini percentuali, in testa c’è Instagram (realtà controllata da Facebook) con un incremento pari al 95%. Seguono il marchio d’abbigliamento Lululemon (+77%), Netflix (+65%), Salesforce (+58%), Adobe (+57%), Shiseido (+56%), la già citata Amazon (+52%), Uber (+51%), LinkedIn (+46%) e Chipotle (+40%).

Le classifiche sono dominate dai giganti dell’universo hi-tech, mentre risultano del tutto assenti automaker o esponenti del settore luxury. Un ennesimo segno dei tempi che cambiano.

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Mercoledì, 12 Giugno 2019 16:23

Facebook Study pagherà per i nostri dati

Il social network in blu ha interrotto il programma Research all’inizio di quest’anno, per via delle modalità di raccolta dati ritenute troppo aggressive, in particolare su iOS. Oggi Facebook annuncia una nuova iniziativa attraverso la quale gli utenti potranno in modo del tutto consapevole fornire all’azienda informazioni approfondite riguardanti la loro attività, le abitudini, i dispositivi utilizzati, le applicazioni installate e così via: si chiama Study.

In cambio i partecipanti riceveranno un compenso in denaro. Il progetto è stato annunciato sul blog ufficiale della piattaforma ed è già online la homepage che raccoglie tutti i dettagli del caso. Diamo un’occhiata a quali sono i dati in questione: le applicazioni installate sullo smartphone, le attività svolte con le funzionalità incluse, il tempo trascorso in compagnia di ognuna, il paese di provenienza, la tipologia di network impiegato per la connessione e il modello del dispositivo.

Facebook Study

Facebook sottolinea come l’iniziativa sia stata pensata e strutturata per garantire un adeguato livello di tutela della privacy, non raccogliendo credenziali per il login ai servizi (username o password), i contenuti condivisi con i contatti e i messaggi. Inoltre, le informazioni non saranno vendute a terze parti né impiegate per la profilazione a fini di advertising. L’obiettivo di Study è quello di permettere al gruppo di Menlo Park di indagare a fondo il rapporto tra gli utenti e le applicazioni (immaginiamo in particolare quelle dei competitor), arrivando a comprendere meglio le esigenze della community così da poter migliorare il servizio offerto.

Facebook Study

I partecipanti saranno chiamati a installare l’applicazione di Study sul loro smartphone (inizialmente disponibile solo in versione Android) e a fornire le autorizzazioni necessarie, che potranno essere eventualmente revocate in qualsiasi momento. Per uscire dal programma sarà sufficiente disinstallare l’app.

Facebook Study

Al lancio l’iniziativa sarà rivolta esclusivamente ai territori di Stati Uniti e India, ma l’intenzione di Facebook è quella di arrivare in un futuro non troppo lontano a estenderne il rollout coinvolgendo altri paesi. Un requisito necessario per entrare a far parte del programma Study è l’aver compiuto 18 anni. Lo si potrà fare premendo una delle inserzioni pubblicitarie relative all’iniziativa mostrate sul social network. Al momento non è dato a sapere a quanto ammonti il compenso previsto.

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Mercoledì, 12 Giugno 2019 16:30

La Russia e l'influenza sulle Elezioni Europee

A poche settimane di distanza dalle elezioni che hanno rinnovato la composizione del Parlamento Europeo, da Bruxelles giunge un report sul tema della disinformazione che fa riferimento all’attività condotta sui social network da non meglio precisati soggetti ritenuti vicini alla Russia con l’obiettivo di influenzare i cittadini del vecchio continente chiamati alle urne. Una dinamica simile a quella già registrata negli Stati Uniti in concomitanza con le Presidenziali 2016 che hanno portato Donald Trump alla Casa Bianca.

Al comunicato il compito di fare il punto sulle iniziative fin qui messe in campo al fine di contrastare il fenomeno, sull’efficacia delle misure attuate e sugli aspetti che ancora presentano margini di miglioramento. Il passaggio che reputiamo di maggior interesse è quello in cui si fa esplicito riferimento alle attività intercettate sulle piattaforme online nel periodo che ha visto accendersi il dibattito legato alla campagna elettorale prima che i residenti negli stati membri fossero chiamati a esprimere il proprio voto.

Si parla di interferenze perpetrate con lo scopo di spingere il tasso di astensione (l’affluenza registrata è stata pari al 50,95%, +8,34% rispetto al 2014) e di polarizzare le opinioni su temi delicati come immigrazione o sovranità. Qualcosa suona familiare?

… le prove raccolte mostrano un’attività continuativa e prolungata da parte di fonti russe, finalizzata ad abbattere la percentuale dei votanti e a influenzarne le preferenze. Riguardano un ampio spettro di argomenti, dal mettere in discussione la legittimità democratica dell’Unione all’innescare dibattiti pubblici divisivi su temi come l’immigrazione e la sovranità.

 

Disinformazione e politica, non solo Russia

Bruxelles, pur senza citare direttamente nomi, cognomi, partiti o movimenti (ognuno potrà farlo da sé), bacchetta alcuni politici nazionali che nel tentativo di guadagnare le simpatie e le preferenze degli elettori sono soliti adottare metodologie di linguaggio e tecniche comunicative ritenute in linea con quelle etichettate come disinformazione.

Questo conferma come le campagne di disinformazione attuate da realtà legate o non legate a uno stato costituiscano una minaccia per l’Unione Europea. È in atto un trend che vede soggetti promuovere visioni estremiste e polarizzare il dibattito locale, anche attraverso attacchi non fondati all’UE. I protagonisti della politica nazionale spesso adottano questo approccio e gli stessi metodi di esposizione degli argomenti impiegati dalle fonti russe in questione per puntare il dito nei confronti dell’Europa e dei suoi valori.

Stando al report, le pratiche riconducibili al territorio della disinformazione identificate nel corso dell’ultimo periodo e attribuite a fonti russe sono salite da 434 nel gennaio 2018 a 998 nel gennaio 2019. Si cita anche l’impiego delle immagini relative all’incendio di Notre-Dame per sostenere tesi legate a un declino dei valori cristiani ed europei. In quel caso anche gli algoritmi di YouTube hanno fatto registrare un inciampo.

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Lunedì, 17 Giugno 2019 10:54

Il pozzo petrolifero, il ladro e i Bitcoin

E' una vicenda bizzarra quella che arriva dalla Cina, più precisamente dal distretto Haerken della città di Qiqihar, nel nord del paese. Un uomo è stato arrestato per furto. Fin qui nulla di troppo strano o eclatante, non fosse che la refurtiva è un quantitativo di energia elettrica dal valore quantificato in circa 7.000 dollari, sottratto a un pozzo petrolifero gestito dalla compagnia operativa nel Daqing Oilfield (il più grande giacimento cinese) e impiegato per il mining di Bitcoin.

La testata locale Huanqiu.com che ha riportato la notizia ha condiviso anche l’immagine allegata di seguito in cui è possible localizzare il pozzo, l’impianto da cui è stata sottratta la corrente e il locale dove erano operative le macchine per il mining. Il collegamento avveniva mediante un cavo fatto passare all’interno di uno stagno, così da risultare invisibile agli occhi degli addetti ai lavori. In seguito alla segnalazione, le forze dell’ordine hanno condotto le indagini con l’impiego di un drone, identificando dall’alto la struttura di metallo in cui erano posizionate circa 20 postazioni attraverso le quali generare la criptovaluta.

Il luogo del crimine

Non è la priva volta che qualcuno ricorre a mezzi poco legali per ottenere l’elettricità necessaria al mining dei Bitcoin, un’operazione energivora poiché richiede l’attività ininterrotta di un calcolatore. Nell’ottobre 2018 un caso del tutto simile, sempre in Cina, con un furto stimato in circa 15.000 dollari e il responsabile condannato a tre anni e mezzo di reclusione oltre che al pagamento di un’ammenda.

La Cina e il problema mining

La vicenda ci offre lo spunto per richiamare un articolo pubblicato un paio di mesi fa: la questione legata al mining ha assunto proporzioni tanto preoccupanti per il paese asiatico che le autorità hanno preso in considerazione l’ipotesi di vietare la pratica. Il motivo è da ricercarsi proprio nel consumo di energia.

I paesi più attivi al mondo nel mining delle criptovalute

Come si può vedere dal grafico allegato qui sopra (fonte Buy Bitcoin Worldwide), in Cina viene generato oltre il 70% dei Bitcoin in circolazione a livello mondiale. Questo perché in alcune regioni del paese l’approvvigionamento di energia elettrica è fino ad oggi stato reso accessibile a prezzi molto bassi, a causa della presenza in loco di impianti alimentati a carbone o idroelettrici. C’è dunque chi chiede di “decentralizzare la moneta decentralizzata”, distribuendo in modo più omogeneo a livello planetario la sua gestione.

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l peggior nemico di Huawei non è Donald Trump, ma l’incertezza. Perché se con Donald Trump le trattative sembrano essere quantomeno in corso, nella speranza di trovare uno spiraglio di trattativa che sblocchi definitivamente l’arrivo di Android Q sui terminali in distribuzione, con l’utenza invece le frizioni rischiano di consumarsi immediatamente e con effetti deleteri. Un report firmato da Bloomberg, infatti, indica come possibile una pesante caduta delle vendite di terminali Huawei in tutto l’occidente, portando ad un risultato estremamente pesante che metterebbe il manico del coltello direttamente nelle mani del presidente USA.

Huawei, rischio caduta: -40%/-60%

Secondo quanto riportato da Bloomberg (peraltro a semplice conferma di quanto già emerso nelle settimane scorse dal South China Morning Post), Huawei si starebbe preparando ad una caduta del 40-60% delle vendite a livello internazionale. Huawei ha già respinto a suo tempo tali addebiti, spiegando di non aver ravvisato alcun rallentamento nei propri livelli di produzione:

Huawei rifiuta queste affermazioni. Il livello della nostra produzione globale è normale, senza alcun aggiustamento evidente in ambo le direzioni.

Le stime sarebbero in questa fase talmente basse che, onde evitare possibili flop di mercato con tutti i costi correlati, addirittura il gruppo potrebbe bloccare la distribuzione di quel Honor 20 che in Italia sarebbe dovuto arrivare probabilmente a partire dal 28 giugno (con grandi promesse “macro“). Ciò che non piace agli utenti, non piace ai carrier: secondo Bloomberg anche gli accordi di distribuzione potrebbero insomma saltare, generando una catena di conseguenze naturali che portano all’isolamento del brand cinese in questa complessa fase di stallo.

Huawei è ad oggi il marchio di maggior crescita nel comparto a livello internazionale: lo stesso brand che ha spaventato Samsung ed Apple grazie a prodotti di chiara qualità e di forte successo commerciale, oggi è messo alla berlina dal diktat USA che ha imposto di non cooperare più con un’azienda che gli Stati Uniti vedono come strumento di spionaggio nelle mani del governo cinese. Quando Google ha annunciato che non avrebbe più concesso la licenza per Android, il caso è esploso a livello internazionale e nel modo più pericoloso: è diventato notizia di pubblico dominio, scatenando i timori di quanti, in attesa di capire quale smartphone acquistare, hanno optato per una soluzione alternativa e più sicura. Huawei ha sempre negato e respinto le accuse USA, ma al momento Trump si dimostra irremovibile. Spiragli di trattativa emergono tra le righe, rumors indicano la possibilità che Android Q possa arrivare presto su alcuni terminali, ma nel frattempo l’incertezza si impone sovrana palesandosi come causa primaria dell’ipotizzato crollo delle vendite.

In questo contesto emerge il rinvio del Mate X a settembre, l’Honor 20 rimane in bilico e per la prima volta il mercato del gruppo non dipende tanto dai favori degli utenti (mai come in questa fase propensi ad acquistare un dispositivo Huawei), quanto dai capricci di una situazione geopolitica che ha scatenato proprio su Huawei le sue conseguenze peggiori. Solo le ottime previsioni di vendita sul mercato cinese sembrano poter compensare – in parte – l’ipotetica caduta sui mercati occidentali, ma l’isolazionismo forzato non sarebbe comunque una buona prospettiva.

Se il report Bloomberg fosse confermato, insomma, la bontà dell’innovazione Huawei su tutti i suoi ultimi terminali in ogni fascia di mercato sarebbe vanificata al di qua della Grande Muraglia dai timori di non poter aggiornare il dispositivo alla prossima versione di Android. Nessun fork proprietario sembra convincere gli utenti: al momento gli occhi sono puntati su Trump, sui comunicati ufficiali relativi a Honor 20 e sui prossimi dati di vendita che arriveranno da Shenzhen. Perché i rumor a questo punto non servono più: l’incertezza va respinta con nuove certezze. E l’utenza ci spera.

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Mercoledì, 12 Giugno 2019 16:26

Apple acquisirà il business modem di Intel?

Intel non produrrà modem per il 5G destinati al segmento smartphone, questo è noto ormai in via ufficiale da un paio di mesi. Oggi si torna a focalizzare l’attenzione sul business del chipmaker di Santa Clara legato alla connettività per via di un’indiscrezione riportata dal sito The Information che cita come fonti quattro persone ritenute a conoscenza dei fatti: si parla della volontà manifestata da parte di Apple di acquisire la divisione tedesca di Intel specializzata proprio nella realizzazione dei modem.

Apple produrrà i modem mobile in casa?

Non è la prima volta che si discute della possibilità che il gruppo di Cupertino arrivi un giorno non troppo lontano a produrre in casa i modem destinati ai propri dispositivi mobile, in particolare quelli da integrare nella linea iPhone. L’ipotesi è stata formulata inizialmente nel dicembre scorso, ma in conseguenza alla pace con Qualcomm di aprile l’idea sembrava poter esser stata accantonata, anche se negli stessi giorni è giunta notizia dell’assunzione di un ex ingegnere Intel con competenze specifiche per quanto riguarda le componenti dedicate alla connettività verso i network 5G.

L’acquisizione sarebbe focalizzata sulla Germania poiché lì ha sede Infineon (nella città di Neubiberg), produttore nato nel 1999 da una costola di Siemens e il cui business legato ai modem è passato sotto il controllo proprio di Intel nel 2011, a fronte di un investimento economico quantificato in 1,4 miliardi di dollari.

Come non era difficile immaginare, né da Apple né da Intel sono giunte conferme o smentite sull’indiscrezione odierna. Il chipmaker di Santa Clara ha comunque pubblicato una breve dichiarazione in cui afferma di essere al lavoro per valutare il da farsi per quanto concerne il proprio business legato a modem mobile e 5G. Sul tavolo ci sono non solo personale e competenze, ma anche proprietà intellettuali e tecnologie già sviluppate.

Abbiamo assunto consulenti esterni che ci aiuteranno a valutare opzioni strategiche per il nostro business legato a telefoni, wireless e 5G. Abbiamo creato valore sia nel nostro portfolio di prodotti modem wireless sia nelle nostre proprietà intellettuali.

Un’operazione di questo tipo consentirebbe ad Apple di accelerare i tempi per portare sul mercato i primi iPhone compatibili con le reti 5G, senza dover fare affidamento su un fornitore esterno.

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