Assistenza Informatica & Sistemistica - Xion Informatica Milano
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Sarà TSMC e non Samsung a produrre i chip per iPhone 7

 

Apple ha scelto TSMC per produrre i chip A10 da integrare in iPhone 7. Samsung resta a bocca asciutta

Apple dichiara di aver sensibilmente migliorato le prestazioni di iPhone 6S rispetto al suo predecessore grazie all’utilizzo dei chip A9. Il nuovo iPhone 7 dovrebbe utilizzare la prossima generazione di processori, gli A10, e si presuppone un ulteriore incremento della capacità di calcolo dello smartphone. Solitamente è Samsung a produrre per la Mela la SoC ma secondo quanto riporta The Electronic Time, l’azienda di Cupertino ha stretto una partnership in esclusiva con Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) per la realizzazione di questo progetto. Il chip A10 viene fabbricato con un processo a 10nm e garantisce una migliore efficienza nella gestione dell’energia oltre che un minore ingombro. iPhone 7 dovrebbe quindi essere più sottile e soprattutto garantirà una maggiore durata della batteria (Facebook permettendo).

Per quanto riguarda iPhone 7 sono già trapelate alcune indiscrezioni sulle sue caratteristiche tecniche. Il nuovo top di gamma di Apple arriverà come da tradizione a settembre e monterà un processore A10 a 6 core, il doppio rispetto ai chip A9. Lo smartphone dovrebbe inoltre essere impermeabile e potrebbe integrare un sistema di ricarica wireless. Si vocifera che iPhone 7 offrirà una doppia fotocamera posteriore in grado di realizzare immagini a 360°. La più grande novità riguarda la scomparsa del classico jack per le cuffie, che verrà sostituito dalla tecnologia proprietaria Lightning. Apple starebbe anche lavorando ad un paio di cuffie wireless di nuova generazione in vista di questo cambiamento radicale.

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Martedì, 16 Febbraio 2016 11:29

Basta una data per bloccare iPhone o iPad

Basta una data per bloccare iPhone o iPad

 

Impostando una precisa data su iPhone e iPad i terminali si bloccano e non è più possibile ripristinarli manualmente

Un nuovo bug ha colpito i dispositivi Apple ma questa volta i problemi bisogna proprio andarseli a cercare. Alcuni utenti hanno scoperto che impostando una data precisa su iPhone e iPad i terminali si bloccano e non possono essere ripristinati senza l’intervento di un tecnico. Questa volta non si tratta di un bug come l’Error 53 che ha scatenato numerose polemiche in Rete, ma di una problematica che solo l’utente può provocare intenzionalmente.

Eliminando l’impostazione automatica della data e scegliendo il giorno 1 gennaio 1970, iPhone e iPad si bloccano al riavvio e il logo della Mela rimane fisso sullo schermo. Tentare il ripristino manualmente o tramite iTunes risulta del tutto vano. Alcuni utenti hanno comunque segnalato che dopo qualche ora il proprio terminale è tornato a funzionare ma con un calo vistoso delle prestazioni. Il problema deriverebbe dal fuso orario. Riportare indietro la data al 1 gennaio 1970, considerato l'”anno zero” per i sistemi informatici, provocherebbe il crash del sistema. Il bug non dovrebbe colpire gli utenti italiani proprio per una questione di fuso orario ma il rischio rimane comunque alto. I device interessati dal problema sono iPhone dalla versione 5S a quella 6S, iPad Air 2, iPad Mini 3-4 e la sesta generazione di iPod Touch.

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KeRanger: ecco il primo vero ransomware per Mac OS X

Il sito ufficiale di Transmission è stato compromesso per diffondere il ransomware.

Finora, gli utenti Apple erano stati trascurati dai cybercriminali che sfruttano i ransomware per far soldi, ma si sa che le cose belle non sono eterne. KeRanger è il primo ransonware pienamente funzionante rintracciato su Mac OS X.

KeRanger è il nome del primo ransomware completo per Mac OS X che ha iniziato a mietere vittime anche sul finora trascurato sistema di casa Apple. Il sistema di diffusione usato è, però, molto diverso da quelli che abbiamo visto finora sulle altre piattaforme.

KeRanger ha iniziato a diffondersi come trojan nascosto all'interno dell'installer della versione 2.90 di Transmission BitTorrent Client, un programma che, come dice il nome stesso, funge da client BitTorrent disponibile come progetto Open Source.

Sia Apple che i responsabili del progetto Transmission sono già stati allertati e quindi la casa della mela ha già provveduto a ritirare il certificato digitale che permetteva l'installazione del malware, mentre la versione 2.91 di Transmission è già stata resa disponibile per sostituire il file infetto.

Non è chiaro come sia avvenuto il contagio, ma la cosa più probabile è che i cybercriminali abbiano preparato accuratamente l'operazione trovando un modo per bucare il sito ufficiale dell'applicazione e studiando come incorporare il codice del ransomware in tempi brevi nell'ìnstaller lecito.

Appena la versione 2.90 è stata rilasciata, in data 4 marzo, i criminali hannoricompilato il tutto includendo il loro malware e sostituendo l'installer originale con quello modificato.

Questo ha creato la prima vera infezione di Ransomware su Mac OS X, anche se i ricercatori di Paloalto Networks hanno rilevato la minaccia in tempi molto brevi e hanno provveduto ad avvisare chi di dovere.

Il ransomware, dopo esser stato installato, attende qualche giorno (sembra che siano tre, nei sample esaminati) prima di iniziare le operazioni e questo potrebbe aver rallentato la sua scoperta, ma soprattutto potrebbe aver lasciato dei computer ancora infetti che riveleranno il problema solo nelle prossime ore.

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Se si cerca di installare adesso la versione infetta di Transmission, il Mac rifiuterà di farlo perché il certificato digitale è stato ritirato da Apple.

L'operato di KeRanger è molto simile a quello dei suoi colleghi per le altre piattaforme: una volta installato, va a caccia di file da criptare e dopo un po' visualizza un avviso con le istruzioni su come pagare per ottenere la chiave di decodifica.

In particolare, KeRanger è programmato per criptare file con oltre 300 estensionidiverse presenti nelle directory  "/Users" e "/Volumes". Per farvi un'idea del tipo di file che viene codificato, riportiamo di seguito una lista parziale delle estensioni prese di mira:

  • Documenti: .doc, .docx, .docm, .dot, .dotm, .ppt, .pptx, .pptm, .pot, .potx, .potm, .pps, .ppsm, .ppsx, .xls, .xlsx, .xlsm, .xlt, .xltm, .xltx, .txt, .csv, .rtf, .tex
  • Immagini: .jpg, .jpeg,
  • Audio e video: .mp3, .mp4, .avi, .mpg, .wav, .flac
  • Archivi: .zip, .rar., .tar, .gzip
  • Codici sorgenti: .cpp, .asp, .csh, .class, .java, .lua
  • Database: .db, .sql
  • Email: .eml
  • Certificati: .pem

Come abbiamo già detto, l'installer di Transmission 2.90 non può più essere installato sui Mac in quanto il suo certificato è stato ritirato, ma è il caso che tutti i possessori diano un'occhiata al proprio disco fisso per controllare se siano stati infettati.

Il fatto che il ransomware sia stato rilevato allegato al client di BitTorrent non vuol dire che non ci siano state altre manomissioni simili che sono al momento passate inosservate.

Per verificare se il nostro sistema è pulito, andiamo a controllare tramite Terminal o Finder se esistono i due file/Applications/Transmission.app/Contents/Resources/ General.rtf oppure /Volumes/Transmission/Transmission.app/Contents/Resources/ General.rtf e più in generale se appare un file "General.rtf" sospetto in qualche altro percorso.

Inoltre, nella gestione attività di  Mac OS X, controlliamo se è in esecuzione unprocesso chiamato "kernel_service".

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Con la funzione di controllo dei processi si può identificare il ransomware quando è al lavoro (o in attesa di partire).

Infine, verifichiamo se sul disco fisso, nella cartella "~/Library" abbiamo uno dei seguenti file: ".kernel_pid", ".kernel_time", ".kernel_complete" or "kernel_service".

Se uno dei passi precedent dovesse aver dato esito positive, allora abbiamo un problema e l'unico sistema ragionevolmente sicuro per sbarazzarsi dell'infezione è quello di ripristinare un backup precendete l'infezione.

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Lunedì, 07 Marzo 2016 12:08

Office 2016 per Mac è qui!

Office 2016 per Mac è qui!

Office 2016 per Mac offre tutta la potenza dei programmi della suite di Microsoft integrati nell'esperienza di OS X.

Office 2016 per Mac è disponibile in 139 paesi e 16 lingue. Grazie ai feedback della community Mac che utilizza Office, Microsoft ha ottimizzato l'esperienza di ogni applicazione e gli utenti della piattaforma cloud Office 365 saranno i primi a poter sperimentare le nuove funzionalità di Word, Excel, PowerPoint, Outlook e OneNote.

La familiare esperienza di Office si sposa con il meglio dell'esperienza Mac e gli utenti Mac apprezzeranno elementi di continuità come l'interfaccia e il pannello attività ed elementi d'innovazione come l'integrazione con funzionalità Mac quali la visualizzazione Full Screen, il display Full Retina e la gestualità Multi-Touch. Il vantaggio di usufruire di Office per Mac attraverso Office 365 è inoltre quello di poter accedere rapidamente ai propri documenti ovunque e in qualunque momento, condividere file e collaborare senza paura di perdere contenuti e formattazione grazia alla compatibilità con Office su PC, tablet, smartphone e online.

Ecco una sintesi delle applicazioni chiave:

Word per Mac - Gli strumenti di editing e revisione consentono di creare documenti di qualità e il nuovo tab Design permette di gestire al meglio layout, colori e font. Inoltre è possibile collaborare con colleghi contemporaneamente sullo stesso documento e condividere facilmente thread di commenti.

Excel per Mac - Consente di scegliere facilmente le chart più indicate per valorizzare i dati in uso e include combinazioni di tasti rapidi, funzioni di auto-completamento e formule ottimizzate per risparmiare tempo. Inoltre la nuova funzionalità Tabella Pivot permette di filtrare grandi volumi di dati e trovare modelli a supporto di analisi approfondite.

PowerPoint per Mac - La nuova modalità di visualizzazione delle slide offre controllo totale sulle presentazioni, permettendo al relatore di avere il polso sulla slide corrente, ma anche su quelle successive, sulle note e sui tempi.  Inoltre Il nuovo pannello delle animazioni semplifica la progettazione e il fine tuning degli effetti grafici.

Outlook per Mac - Abilita una gestione semplificata delle e-mail, del calendario, dei contatti e delle attività e consente di organizzare l'inbox in base a nuclei tematici, visualizzando in modo più efficiente le conversazioni.

OneNote per Mac - Consente di annotare rapidamente le proprie idea su un blocco digitale e di accedervi attraverso qualsiasi dispositivo. Attraverso il motore di ricerca interno tiene traccia dei tag, degli indici, delle note e riconosce messaggi scritti a mano. È possibile formattare e organizzare i propri appunti come si preferisce e condividerli con chiunque.

"A partire da marzo, l'ultima beta di Office per Mac è stata la più scaricata e grazie agli oltre 100.000 feedback ricevuti dagli utenti Mac abbiamo rilasciato ben 7 aggiornamenti in 4 mesi e siamo ora in grado di offrire un'esperienza realmente ottimizzata sia in termini di performance, sia in termini di stabilità. Ma quello che è ancora più interessante è che Office per Mac continuerà ad evolvere e prevediamo di rilasciare almeno una volta al trimestre aggiornamenti e nuove funzionalità per gli utenti di Office 365. La nostra costante attenzione per migliorare continuamente l'esperienza di Office su Mac, si somma al generale impegno di Microsoft per ripensare il futuro della produttività in una logica di sempre crescente interoperabilità a beneficio di utenti di qualsiasi piattaforma. Qualche settimana fa abbiamo rilasciato Word, Excel e PowerPoint per telefoni Android e le mobile app di Office saranno presto disponibili anche per Windows 10. Il nostro obiettivo è quello di consentire a chiunque di accedere ai propri documenti e di collaborare ovunque, in qualunque momento e a prescindere dal device utilizzato, per conciliare al meglio le esigenze personali e professionali e per dar più facilmente forma ai propri progetti in un mondo Mobile First, Cloud First", commenta Claudia Bonatti, Direttore delle Divisione Applications and Services di Microsoft Italia.

Gli utenti consumer e business di Office 365 (Office 365 Home, Personal, Business, Business Premium, E3 o ProPlus) possono ricevere la nuova versione di Office per Mac, che abilita l'uso multipiattaforma delle applicazioni Office su device Mac, Windows, iOS e Android, oltre a riservare vantaggi per l'uso di OneDrive e Skype. 

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Gli utenti Office 365 possono accedere al loro account da www.office.com/myaccount per installare Office per Mac, mentre coloro che vogliono provarlo per la prima volta possono andare sul sito web www.office.com/mac. Per gli studenti, Office 2016 per Mac è disponibile gratuitamente o con modalità agevolate su www.office.com/student.

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Recuperare file da un backup di Windows usando un Mac

Con OS X è possibile accedere a un backup creato con gli strumenti di Windows e recuperare così eventuali file danneggiati.

Vi serve recuperare un vecchio file conservato in un backup di Windows usando un Mac? Partiamo da una buona notizia: è possibile recuperarlo ma serve un po' del vostro tempo, infatti Time Machine non è in grado di compiere questa operazione in modo autonomo.

In questa pagina ci dedicheremo a tre tipologie di Backup: Backup con cronologia file creati con Windows 10 e 8, Windows Backup di Windows 7 e System Image Backup generate da una qualsiasi versione di Windows.

Recuperare elementi da File History su Windows 10 e 8

La gestione di un backup su hard disk esterno con File History genera una struttura di cartelle ben determinata e visibile nel momento in cui colleghiamo il drive al Mac. Noteremo la presenza di una cartella denominata File History e usando Finder su Mac visualizzeremo questa struttura:

FileHistory/USERNAME/COMPUTERNAME/Data/C/Users/USERNAME/Documents 

Potrebbe sembrare complesso ma così non è, infatti, all'interno di questa cartella ritroveremo tutti i file sottoposti a backup e collocati nella medesima struttura di cartelle presenti sul PC Windows: con un minimo di tempo e di impegno si raggiungerà l'obiettivo.

Recuperare file da un backup creato su Windows 7

Iniziamo con una premessa: il metodo che andremo a descrivere a breve non è consigliato e deve essere visto come una delle ultime opzioni a disposizione. Il motivo è semplice: i backup gestiti da Windows 7 quando sono aperti come descritto non mantengono la struttura delle cartelle. Se possibile, è decisamente più raccomandabile aprire il backup usando un sistema Windows, recuperare il file desiderato e trasferirlo al Mac con una comune chiavetta USB.

In alternativa, valutare anche la possibilità di installare Windows sul Mac sfruttando Boot Camp. Se però l'unica alternativa è Mac OS X collegate l'hard disk esterno al Mac e attraverso Finder aprite il backup.

La cartella principale avrà il nome del PC dal quale il backup proviene, mentre a livello di struttura si noteranno tre cartelle denominate "Backup Set", "Catalogs" e "MediaID.bin".

La cartella di nostro interesse è Backup Set al cui interno troveremo i backup veri e propri indicati con la data di creazione. Ricercare quindi la cartella di proprio interesse, probabilmente quella con data più recente, e aprirla: all'interno troveremo una serie di file .zip che rappresentano i backup incrementali creati da Windows 7. Nell'archivio .zip più datato sarà presente il primo backup fatto, mentre negli altri .zip saranno presenti i file successivamente aggiunti.

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Per procedere al recupero del file è necessario copiare il file .zip sul Mac, aprirlo con un doppio click e ricercare il file desiderato. Di sicuro non è una operazione immediata, ma il risultato con un po' di sforzo è facilmente raggiungibile.

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Recuperare un file da System Image Backup

Scegliendo di gestire un backup su Windows attraverso system image si troverà sul volume di archiviazione dedicato all'operazione un file denominato "MediaID.bin" e una cartella dal nome "WindowsImageBackup" al cui interno è collocata una cartella con il nome del PC e una serie di file in formato .VHDX. Si tratta di hard disk virtuali generati da Windows che non possono essere aperti direttamente al fine di estrarre un singolo file.

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Per aggirare il problema è sufficiente installare Paragon VMDK Mounter il cui uso è gratuito. Questo strumento è assai valido e merita di essere tenuto nella "cassetta degli attrezzi" personale, infatti, permette di aprire svariati formati di immagini del disco.

Una volta installato il tool di Paragon è sufficiente fare doppio click sul file VHDX per aprirlo, anzi per essere più corretti per montarlo e renderlo accessibile dal Mac. Si potrà quindi accedere all'archivio e ricercare il file desiderato, copiandolo e incollandolo poi in un'altra posizione del disco.

Un'ultima raccomandazione: se il file .VHDX è salvato su un hard disk esterno formattato in NTFS è necessario trasferire tale file sul disco del Mac o su un volume con file system adatto, infatti, OS X può accedere in sola lettura a un volume NTFS. Ciò significa che utilizzando il tool di Paragon si visualizzerà un errore che non permetterà di montare il volume.

L'immagine seguente mostra ciò che potremmo vedere all'interno del file VHDX montato: nello specifico abbiamo visualizzato la cartella Utenti e le relative sottocartelle al cui interno sono solitamente archiviati i dati personali.

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Venerdì, 17 Marzo 2017 10:46

Apple, accuse russe per prezzi bloccati

Roma - Apple è stata giudicata responsabile di aver messo in atto, nei confronti dei suoi rivenditori russi e dei consumatori, delle politiche di prezzi imposti per la vendita di alcuni modelli di iPhone.

Le indagini erano state avviate nel mese di agosto dall'autorità antitrust russa, la FAS: l'analisi del mercato, sollecitata dalle segnalazioni dei cittadini, faceva emergere una tendenza all'uniformità dei prezzi per iPhone 6s e iPhone 6s Plus, in vendita in Russia dall'ottobre del 2015. I 16 principali rivenditori del territorio, si osservava, avevano messo in vendita i due dispositivi a prezzi analoghi, e solo dopo un certo periodo di tempo ciascuno aveva scelto di proporre le rispettive offerte. La stessa dinamica, anticipava la FAS, si era rilevata per altri prodotti Apple: le autorità suggerivano che "una tale coincidenza potesse essere risultato di un coordinamento per la fissazione dei prezzi tra i rivenditori, sollecitato dal gruppo Apple".

A seguito di mesi di indagini, la FAS ha ritenuto fondati i propri sospetti nei confronti della divisione russa di Apple, e non dell'intero gruppo della Mela, e per i modelli iPhone 5s, iPhone 5c, iPhone 6, iPhone 6 Plus, iPhone 6s e iPhone 6s Plus, ma non per iPhone 7. Apple Rus ha lanciato sul mercato russo questi prodotti tra il 2013 e il 2015 assicurandosi che i 16 rivenditori applicassero una politica di prezzi stabilita a monte per un periodo di tre mesi, prima che potessero realmente competere fra loro con le offerte al consumatore. Per imporre il proprio volere, denunciano le autorità, la divisione russa della Mela ha monitorato le attività dei rivenditori per accertarsi che rispettassero le imposizioni sul prezzo, contattando coloro che se ne discostassero con l'applicazione di prezzi "inappropriati" e minacciando di sospendere gli accordi con coloro che non si adeguassero.Apple è nota per operare delle politiche rigide di regolazione dei prezzi, politiche che consentono all'azienda di far fruttare i propri prodotti e di garantirsi i margini che la distinguono dalla concorrenza. Si è però dimostrata sensibile alla denuncia per la violazione delle regole sul territorio russo, collaborando con le autorità, sospendendo le pratiche oggetto delle contestazioni e assicurando di sottoporsi a puntuali verifiche antitrust.

La divisione russa della Mela ha tre mesi di tempo per ricorrere eventualmente in appello. La FAS non ha ancora fissato per Apple Rus alcuna sanzione, ma è dato sapere che potrebbe raggiungere il 15 per cento del fatturato sul mercato russo. 

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Roma - Qualcomm Incorporated ha depositato le sue risposte formali alle accuse mosse da Apple davanti alla Corte distrettuale della California del Sud e in esse ha sostanzialmente affermato che Cupertino si sarebbe sempre rifiutata di riconoscere il valore delle sue tecnologie, preferendo le vie legali ad una corretta negoziazione.

La causa è quella che vede il chipmaker statunitense contrapposto da inizio anno a Cupertino, direttamente e indirettamente. Dopo la condanna incassata per violazione della normativa sulla concorrenzain Corea, a quanto pare sono state le osservazioni della contendente a far ritrovare Qualcomm sotto la lente della Federal Trade Commission per abuso di posizione dominante. Subito dopo, Apple ha direttamente agito in Tribunale chiedendo il rimborso di circa un miliardo di dollari per le stesse ragioni, sia negli Stati Uniti che in Cina

Secondo Cupertino, in particolare, il chipmaker avrebbe di fatto adottato pratiche di estorsione: innanzitutto insistendo per stringere accordi di licenza e pretendendo, forte della sua posizione dominante nel mercato dei chip, royalty anche su tecnologie "con cui non avevano niente a che fare" come quelle legate ad innovazioni come TouchID, e display e fotocamere con la Mela; avrebbe poi chiesto royalty altissime per tutte le sue tecnologie legate a standard tecnologici e imposto accordi commerciali assicurando sconti su tali licenze in cambio della fornitura in via esclusiva dei suoi prodotti di punta, i chip.Qualcomm aveva naturalmente contestato tutte le accuse immediatamente, sostenendo anche davanti alla FTC che quella di Cupertino fosse una manovra per ottenere un sostanziale sconto o comunque ritagliarsi spazio negoziale. Ora, nel dettaglio, il chipmaker parla apertamente dell'incapacità di Apple di "impegnarsi in negoziazioni in buona fede per una licenza per i brevetti di Qualcomm essenziali per le tecnologie standard 3G e 4G": la questione è sempre - insomma - quella della definizione di termini giusti, ragionevoli e non discriminatori (FRAND, fair, reasonable and non-discriminatory), una questione di interpretazione che spesso vede i giudici doversi esprimere sulle richieste dei titolari di brevetti legati a standard tecnologici.

Secondo Qualcomm, inoltre, Apple avrebbe interferito con accordi di lunga data che legano le due nella produzione di iPhone e iPad, avrebbe incoraggiato gli attacchi delle autorità pubbliche di diversi paesi nei suoi confronti, diffidato dal fare paragoni pubblici tra i dispositivi con chip Qualcomm e quelli con diverse tecnologie (com'è il caso degli iPhone 7, che montano indistintamente negli Stati Uniti chip Intel o Qualcomm) e, in generale, mal rappresentato gli accordi che le legano.

Inoltre, per sviare dalla necessità di sedersi al tavolo con Qualcomm e trovare un accordo, Apple avrebbe preferito avviare un vero e proprio "attacco globale per ottenere termini di licenza ingiusti ma ad essa favorevoli", trovando tra l'altro l'alleanza di Samsung: "Le loro azioni davanti agli organi regolatori - accusa Qualcomm - non hanno invece nulla a che vedere con la protezione della competizione, ma è solo un tentativo di evitare il pagamento del giusto prezzo della proprietà intellettuale".

Alla luce di tutto ciò, non solo Qualcomm respinge tutte le accuse, ma chiede che Apple sia condannata al pagamento dei danni generati dalla violazione degli accordi contrattuali che le legavano.

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Venerdì, 14 Aprile 2017 10:36

Google, un adblocker per Chrome?

Roma - Google, che sull'advertising ha costruito un prosperoso impero, starebbe lavorando ad un adblocker: a dare voce a quelle che per il momento sono solo indiscrezioni è il Wall Street Journal. A sbrogliare quello che potrebbe apparire un paradosso, bastano delle argomentazioni inerenti all'andamento del mercato della pubblicità online e alle strategie adottate dai sistemi per bloccarla.

Il filtro per l'advertising che Google starebbe sviluppando, riferisce il Wall Street Journal, si declinerebbe per le versioni desktop e mobile di Chrome, si rivelerebbe ben più propositivo delle attuali soluzioni per contenere l'advertising malevolo e potrebbe essere attivo di default, eventualmente revocabile dagli utenti. Data la posizione di Google sul mercato della pubblicità online, l'adblocker della Grande G potrebbe essere tarato per operare solo su certi tipi di ad ritenuti non accettabili sulla base di standard che si stanno formalizzando sul mercato di settore o pensato per agire integralmente sui siti che ospitano inserzioni non conformi, così da incoraggiarli a cambiare prospettiva a favore di una offerta pubblicitaria più tollerabile e accettata dall'utente. 

Popup invasivi, irruzioni di video e suoni, conti alla rovescia per fruire di contenuti: per stessa ammissione degli operatori del mondo della pubblicità, sono numerosi gli elementi che hanno determinato il successo dilagante delle soluzioni di adblocking. Per garantirsi la sopravvivenza, per soffocare l'ambizione degli operatori di adblocker di sviluppare un sistema pubblicitario parallelo, i colossi della Rete che vivono di pubblicità hanno stretto alleanze come la Coalition for Better Ads, per studiare le reazioni degli utenti, per rivedere gli standard dell'accettabilità e tornare a disseminare advertising fruibile, che sappia riconquistare valore stillando attraverso i filtri cognitivi dell'utente.Ma per riguadagnare la fiducia e l'attenzione degli utenti, è altrettanto necessario che la pubblicità filtri attraverso le soluzioni tecnologiche che le platee connesse stanno adottando in maniera sempre più diffusa. È dunque determinante, piuttosto che aggredire gli adblockercompetere con gli adblocker. Soggetti come AppleOpera e Mozilla, meno attivamente coinvolti nel circuito pubblicitario, hanno già preso posizione, e la eventuale discesa in campo di Google, forte della larga maggioranza di quote di mercato del suo browser Chromepotrebbe sparigliare le carte e incidere sul destino dell'advertising online.

Se davvero la Google decidesse di agire con un proprio adblocker, con l'impatto sul mercato che si presume ne possa conseguire, cambierebbero i punti di attrito fra gli affari della Grande G: se da un lato verrebbe meno la contraddittoria esigenza di pagare per aderire alle whitelist degli adblocker terzi, dall'altro lato il colosso dell'advertising si troverebbe costretta a giustificare di fronte ai netizen e alle autorità l'evidente conflitto di interessi che verrebbe a crearsi nel momento in cui assumesse contemporaneamente il ruolo di distributore e di filtro per la pubblicità online.
Il Wall Street Journal avverte che i piani di Mountain View potrebbero non sfociare in un alcun servizio, e per il momento Google si trincera nel silenzio.

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Venerdì, 21 Aprile 2017 10:43

Tesla, Aurora di pace

Roma - Tesla e Aurora Innovation hanno raggiunto un accordo per chiudere consensualmente, a poco più di 3 mesi dalla sua apertura, la causa che le vedeva contrapposte.

Il caso è quello che vedeva il produttore di auto elettriche Tesla citare in giudizio per furto di informazioni confidenziali e (tentativo di) storno di dipendenti l'ex manager del team Autopilot, Sterling Anderson, e Chris Urmson, già capo tecnico del programma dedicato alle self driving car di Google e fondatore della startup Aurora Innovation. Oggetto del contendere, inoltre, un presunto accordo di non concorrenza in base al quale Anderson avrebbe dovuto, per dodici mesi dalle sue dimissioni, astenersi dall'operare nel settore delle auto senza pilota per cui si era impegnato nella ricerca per conto di Tesla.

Aurora Innovation aveva negato ogni addebito. Urmson aveva parlato di "azione legale senza fondamento" che puntava a "distruggere le reputazioni personali", rivelando "un'allarmante paranoia e un morboso terrore per la competizione": tuttavia la questione sembrava tutt'altro che di poco conto, soprattutto visto il ruolo chiave che Sterling Anderson svolgeva nel progetto di sviluppo del sistema driverless di Tesla.Secondo l'accordo ora sottoscritto, peraltro, molte delle richieste di Tesla sono state riconosciute: per quanto Aurora e Anderson siano scagionate dalle accuse, la startup ha accettato di pagare a Tesla 100mila dollari e di impegnarsi a non assumere in alcun modo alcun dipendente da Tesla almeno fino al prossimo febbraio.

Tesla condurrà inoltre, attraverso una società terza neutrale, un esame sui dispositivi e i materiali Aurora per assicurarsi che abbiano nulla a che vedere con le informazioni riservate e le tecnologie di Tesla.

Sterling //medium.com/@sterling_a/moving-forward-38488c405caf" target="_blank" style="text-decoration-line: none; color: rgb(98, 98, 137); font-family: LucidaGrande, "Lucida Grande", kedage, Sharjah, "DejaVu Sans", "Lucida Sans Unicode", serif, Arial, sans-serif; font-size: 14px;">ha sminuito la causa e le sue conseguenze come un fastidio superabile: "Abbiamo creato Aurora per accelerare l'industria, frivole cause ci rallentano solo" e ha definito i 100mila dollari una somma messa sul piatto come costo delle future indagini necessarie a scagionarla completamente dalle accuse di furto di informazioni da parte di Tesla.

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Roma - Baidu renderà accesibile i risultati del suo progetto di ricerca nell'ambito delle auto senza pilota a chiunque voglia collaborarvi o aderirvi, con l'obiettivo di imporsi nel nuovo settore, in particolare portando dalla propria i produttori automobilistici.

Baidu ha sostenuto notevoli investimenti nel settore, consapevole come altri che si tratta di una delle frontiere del prossimo futuro tecnologico: lo scorso marzo aveva addirittura annunciato di essere pronta per i test delle sue auto senza pilota sulle strade degli Stati Uniti.

Il suo progetto driverless si chiama Apollo e comprende la piattaforma relativa alle tecnologie per i veicoli, dal punto di vista hardware, da quello software e per quanto riguarda i servizi data cloud.Ora tali tecnologie comprese nel suo sistema operativo per auto senza pilota saranno rese accessibili gratuitamente: d'altra parte secondo quando riferisce la dirigenza Baidu, al momento in questo promettente settore si stanno portando avanti tanti progetti di ricerca paralleli con la conseguenza che ci saranno diverse "reinvenzioni della ruota". La necessità di condivisione, insomma, nasce principalmente dalla volontà di ottimizzare l'innovazione di settore.

In questo modo Baidu cerca di trovare in primo luogo partner commerciali per il suo programma e in secondo luogo di aumentarne la diffusione e l'apprezzamento del proprio sistema operativo, magari spingendo verso sistemi, sensori e altre componenti con esso compatibili e integrabili: un po' come ha fatto Google nel 2008 con Android.

Al momento Baidu sta collaborando solo con alcune aziende cinesi e ha un accordo con Ford (con cui si impegnano congiuntamente a investire 150 milioni di dollari), mentre la relazione instaurata per un paio di anni con BMW è giunta a conclusione proprio l'anno scorso.

L'obiettivo iniziale, dunque, è quello di sperimentare altri veicoli con la piattaforma Apollo in ambienti controllati entro Luglio e su strade con condizioni urbane semplici entro la fine dell'anno, mentre per autostrade e vie di città si punta al 2020.

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