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News

Martedì, 24 Maggio 2016 15:42

Microsoft e Facebook appesi al cavo

Roma - Microsoft e Facebook investiranno danari per la posa di MAREA, un cavo sottomarino che attraverserà l'oceano Atlantico trasportando nuovi canali in fibra ottica pensati per espandere in maniera sensibile le capacità infrastrutturali della rete telematica globale.

MAREA si estenderà per oltre 6.500 chilometri da una sponda all'altra dell'Atlantico, collegando due "hub" di comunicazione presenti nella Virginia Occidentale (USA) e a Bilbao, Spagna in Europa; una volta completati i lavori, il nuovo canale di comunicazione avrà una capacità di banda da 160 Terabit al secondo.

Le due corporation statunitensi hanno incaricato Telxius, società che si occupa di infrastrutture per conto del provider Telefónica, della gestione di MAREA e l'espansione delle comunicazioni globali tra Europa, Africa, Medio Oriente e Asia. I lavori di costruzione partiranno ad agosto e saranno completati per ottobre 2017.Microsoft sottolinea l'importanza della nuova infrastruttura per garantire la connettività "affidabile e a bassa latenza" a cui sono abituati i clienti dei servizi cloud e Web, un ponte verso la realizzazione delle fondamenta della Internet di nuova generazione.

Certamente un progetto come MAREA rimarca il coinvolgimento sempre più diretto dei provider di servizi telematici nello sviluppo della componente hardware della connettività globale, fatto che riguarda da vicino Microsoft,FacebookGoogle e gli altri colossi della Rete.

Alfonso Maruccia

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Roma - È nera la fumata che si è appena alzata dal Parlamento europeo a proposito delcosiddetto Privacy Shield, l'accordo che avrebbe dovuto sostituire il cosiddetto Safe Harbour,annullato lo scorso 6 ottobre dalla Corte di Giustizia dell'Unione europea, nel governo del trasferimento dei dati personali da Europa a Stati Uniti.

Il Parlamento europeo, infatti, in una Risoluzione appena approvata ringrazia la Commissione per gli sforzi compiuti nella negoziazione con la Casa Bianca ma, al tempo stesso, mette nero su bianco che non ci siamo ancora, perché le garanzie offerte dal Governo di Barack Obama non bastano a garantire il rispetto dei principi fondamentali nei quali - a proposito del diritto alla privacy - l'Unione Europea si riconosce.

Gli impegni assunti dagli USA nei confronti dell'Europa secondo il Parlamento, in particolare, non escluderebbero ancora abbastanza eventuali ipotesi di raccolta massiccia di dati personali e non garantirebbero adeguata effettività ai meccanismi di ricorso utilizzabili dai cittadini europei contro eventuali violazioni della loro privacy ad opera delle Autorità americane.Ma, soprattutto, il Parlamento europeo "invita la Commissione a chiarire lo status giuridico delleassicurazioni scritte fornite dagli Stati Uniti" e pur accogliendo "con favore la nomina di un mediatore nel Dipartimento di Stato americano che collaborerà con le autorità indipendenti per fornire una risposta alle autorità di controllo dell'UE che inoltrano le singole richieste in relazione alla sorveglianza governativa; ritiene tuttavia che questa nuova istituzione non sia sufficientemente indipendente e non sia dotata di poteri adeguati per esercitare efficacemente e far rispettare le proprie funzioni".

Ed è muovendo da queste premesse che il Parlamento, nella risoluzione, "invita la Commissione a proseguire il dialogo con l'amministrazione degli Stati Uniti al fine di negoziare ulteriori miglioramenti dell'accordo sul Privacy Shield alla luce delle attuali carenze".

La luce, in fondo al tunnel nel quale il trasferimento dei dati personali dall'Europa agli USA è entrato sul fine del 2015, sembra dunque, ancora lontana.

E non solo per la sonora bocciatura da parte del Parlamento dell'accordo faticosamente negoziato, a tempo di record, dalla Commissione ma anche perché dall'Irlanda, sempre in queste ore, rimbalza la notizia che il Garante per la privacy ha appena chiesto ai giudici di domandare alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea di verificare la conformità con l'Ordinamento comunitario delle cosiddette Standard Contractual Clauses ovvero gli accordi in forza dei quali, specie all'indomani dell'annullamento del Safe Harbour, i giganti della Rete, Facebook, Google ed Amazon in testa, trasferiscono i dati dei cittadini europei Oltreoceano.
Secondo l'Autorità per la privacy irlandese, le stesse ragioni che hanno indotto la Corte di Giustizia a dichiarare fuori legge il vecchio Safe Harbour, dovrebbero ora indurre i Giudici del Lussemburgo a porre fuori legge anche le Standard Contractual Clauses.

Il trasferimento di dati personali tra Europa ed USA resta, dunque, ad alto rischio e, con esso, rimangono in una posizione di fragile equilibrio rapporti commerciali da miliardi di euro che hanno per presupposto proprio la libera circolazione dei dati personali degli utenti di tutti i grandi - e meno grandi - fornitori di servizi online.
È urgente trovare una soluzione definitiva capace di restituire ai cittadini europei adeguate garanzie circa la loro privacy, ed al mercato regole certe, stabili e durature senza le quali è difficile prevedere cosa potrebbe accadere.

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Roma - Il Congresso americano vorrebbe estendere i poteri di accesso dell'FBI ai dati telematici degli utenti, una mossa che prende la forma di emendamenti alla nuova revisione dell'Electronic Communications Privacy Act (ECPA) Amendments Act of 2015 e che fa prevedibilmente discutere. Le aziende telematiche scrivono in blocco: siamo favorevoli all'ECPA ma questo genere di previsioni non sono opportune.

Le modifiche proposte dai rappresentati di Washington servirebbero ad estendere grandemente le categorie di dati accessibili dall'FBI per mezzo delle sue famigerate National Security Letter (NSL), un meccanismo che permette agli agenti federali di ficcanasare nei datisenza la necessità di passare prima da un giudice - o di avvertire l'utente interessato dell'avvenuto accesso alle informazioni.

Un meccanismo parecchio discusso che è stato più e più volte abusato in passato, sottolineaElectronic Frontier Foundation, e che con le ultime modifiche proposte dal Congresso permetterebbe di apprendere senza interferenze quali siano i siti Web visitati, gli indirizzi IP, i tempi di durata della sessione di navigazione e molto altro ancora.Il senatore democratico Ron Wyden - che per primo ha svelato l'esistenza della nuova accelerazione sul tecnocontrollo già approvata dal Comitato sull'Intelligence del Senato USA - ha già bollato le proposte come pericolose e inutili, visto che nessuno dei soggetti interessati ha fornito prova dell'utilità delle norme per rendere gli americani più sicuri.

Anche le corporation di rete come Google, Facebook e Yahoo non hanno accolto positivamente l'iniziativa del Congresso, definendo il tentativo di ficcanasare nelle nuove categorie di dati come un abuso senza precedenti della vita intima degli utenti di rete.

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Roma - "L'Autorità ritiene che, in un contesto economico caratterizzato da profondi cambiamenti tecnologici, la mancata apertura del mercato nazionale della gestione dei diritti d'autore limita la libertà d'iniziativa economica degli operatori e la libertà di scelta degli utilizzatori. A suo parere, il mantenimento del monopolio legale appare in contrasto con l'obiettivo di rendere effettiva la libertà dei titolari del diritto di effettuare una scelta tra una pluralità di operatori in grado di competere con l'incumbent senza discriminazioni.".
È con queste parole che l'Autorità Garante della concorrenza e del mercato riassume senso e contenuto della segnalazione trasmessa nei giorni scorsi a Parlamento e Governo a proposito dell'opportunità di procedere, senza ritardo, alla liberalizzazione del mercato dell'intermediazione dei diritti d'autore nel nostro Paese.

L'esclusiva che la legge sul diritto d'autore italiana riconosce alla SIAE, la Società italiana autori ed editori, è anacronistica e, lungi dal far bene al mercato, ne limita le possibilità di sviluppo minacciando di pregiudicare diritti ed interessi di tutti i soggetti coinvolti: autori, editori, utilizzatori ed imprenditori che aspirano ad entrare in un mercato irragionevolmente chiuso.
L'Authority presieduta da Giovanni Pitruzzella non lo dice ma leggerlo tra le righe è straordinariamente semplice: questo monopolio - vecchio di oltre 130 anni - fa bene, forse, alla sola SIAE, ovvero alla società che ne beneficia.

E la Direttiva 2014/26/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, sulla gestione collettiva dei diritti d'autore e dei diritti connessi e sulla concessione di licenze multiterritoriali per i diritti su opere musicali per l'uso online nel mercato interno - la cosiddetta Direttiva Barnier - dovrebbe rappresentare secondo l'Autorità di Piazza Verdi l'occasione per rimuovere dall'Ordinamento nazionale quella che rappresenta una palese anomalia anche in considerazione del fatto che un'esclusiva quale quella accordata alla SIAE non esiste in nessun altro Paese europeo e non è giustificata dalle caratteristiche del mercato di riferimento né appare effettivamente capace di meglio tutelare diritti ed interessi di autori ed editori.Un marziano in visita sulla Terra, probabilmente, nel leggere le due pagine della segnalazione dell'Antitrust ne troverebbe il contenuto naturale, forse persino scontato giacché chiunque mastichi un po' di musica, cinema e tecnologia si rende immediatamente conto che il mercato dei relativi diritti d'autore è ormai naturalmente globale e che ogni confine geografico o territoriale è stato sgretolato da Internet e dal digitale con l'ovvia conseguenza che pensare di riconoscere a chicchessia esclusive territoriali sulla gestione dei diritti significa sfidare la storia e marciare contro il tempo nella piena consapevolezza di uscire sconfitti dallo scontro.

Per un marziano sarebbe certamente così.
Per gli addetti ai lavori di casa nostra, al contrario, l'Authority della concorrenza, nei giorni scorsi, ha scritto due pagine che si attendevano da decenni ed al cui contenuto si fa fatica a credere, non fosse altro che per il palese e macroscopico stridere delle parole dell'Antitrust con quelle pronunciate una manciata di settimane fa dal Ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini in Parlamento: il monopolio SIAE è un patrimonio nazionale che l'intera Europa ci invidia e va difesa a spada tratta.
Impossibile trovare un solo elemento di contatto tra la posizione del Ministro e quella dell'Autorità garante del mercato.

Ora la palla passa a Parlamento e Governo che, nei giorni che verranno, dovranno scegliere se seguire il suggerimento dell'Antitrust o perseverare nella guerra contro la storia e provare ancora a difendere l'esclusiva SIAE nella piena consapevolezza, tuttavia, che forse, a colpi di leggi anacronistiche, si può continuare ad impedire ad un imprenditore italiano di far concorrenza alla SIAE. Ma la Direttiva Barnier e l'Europa impediscono, ormai, di fermare sul confine qualsiasi società di intermediazione dei diritti europea che volesse operare anche nel nostro Paese.

"Il nucleo della Direttiva - lo ricorda l'Antitrust nella sua segnalazione a Parlamento e Governo - è costituito dalla libertà di scelta. In virtù di tale principio è riconosciuto ai titolari dei diritti la facoltà di individuare un organismo di gestione collettiva (...) indipendentemente dallo Stato membro di nazionalità, di residenza o di stabilimento dell'organismo di gestione collettiva o del titolare dei diritti (...)". È dunque arrivato il momento delle scelte importanti e che fanno la differenza per un mercato che vale centinaia di milioni di euro l'anno e dal quale, soprattutto, dipende il futuro di cultura e creatività italiane.
C'è solo da augurarsi che la scelta - quale che essa sia - sia fatta per davvero nell'interesse dei più e non in quello, egoistico, di pochi.

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Venerdì, 10 Giugno 2016 16:04

Android, i numeri della frammentazion

Frammentazione Android a giugno 2016

Roma - L'ultimo grafico sulla distribuzione delle varie versioni di Android mostra come le versioni più recenti dell'OS mobile di Google stiano diffondendosi sempre più, facendo registrare un aumento del 33,1 per cento rispetto alla situazione di un anno fa. In dettaglio, Android 6.0 Marshmallow gira sul 10,1 per cento dei terminali, mentre le versioni 5.x Lollipop sono installate nel 35,4 per cento degli smartphone e tablet.

In sostanza, quasi la metà degli utenti Android possiede un terminale aggiornato ad una delle versioni più recenti del sistema operativo.

I dati sembrano dimostrare un'inversione di tendenza nella frammentazione di Android rispetto agli anni passati. A confermarlo sono anche i dati pubblicati dall'utenteQuestionsEverythang su Reddit: in una comparativa, rispetto a giugno 2015 si vede chiaramente come gli utenti si siano spostati dalle versioni meno recenti a quelle attuali, con le versione più vecchie usate ormai da una percentuale molto limitata di utenti, merito anche del buon andamento delle vendite dei nuovi smartphone Android.Tutto sembra procedere per il meglio, quindi, ma solo in apparenza. In realtà, gli ultimi dati stanno suscitando non poche perplessità, soprattutto in considerazione del fatto che ci si prepara al rilascio di Android N, la versione che sostituirà Marshmallow e che dovrebbe essere rilasciata nei prossimi mesi con i nuovi terminali Nexus, mentre i principali player hardware dell'ecosistema di Google (Samsung, LG, Sony) rilasceranno i primi dispositivi con Android N nella prima parte del 2017.

Se ad otto mesi dal suo rilascio Android Marshmallow è installato sul 10 per cento dei telefoni Android, considerando anche l'imminente rilascio di una nuova versione, la frammentazione è un problema che non solo non sembra essere superato, ma addirittura peggiorato negli ultimi anni.

Il motivo principale rimane sempre nella eccessiva lentezza dei produttori nel mettere a disposizione un aggiornamento, quando non viene negata del tutto. Google sembra aver trovato un modo per scoraggiare questa tendenza pensando ad una lista nera dei produttori OEM meno tempestivi. Difficile però immaginare che tale strumento possa rappresentare la soluzione, anche in considerazione del fatto che, alla lentezza dei produttori si aggiunge spesso il contributo dei carrier mobile.

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Venerdì, 10 Giugno 2016 16:21

USA, droni come taxi

EHang 184

 

Roma - Il Governor's Office of Economic Development dello stato americano nel Nevada, per mezzo della organizzazione non profit da esso fondata e finanziata, il Nevada Institute for Autonomous Systems (NIAS), ha autorizzato le prime sperimentazioni per consentire alla azienda cinese EHang di solcare i cieli del Nevada con i propri droni per il trasporto di passeggeri.

L'accordo crea la base per la collaborazione fra EHang e NIAS nello sviluppo e i test per l'aeromobile EHang 184, già presentato al CES di Las Vegas.

Tom Wilczeck del GOED ha affermato che "iL NIAS guiderà l'azienda verso la regolamentazione al fine di ottenere un volo sicuro". Per Huazhi Hu, fondatore e CEO di EHang, "questo parteneriato è un grosso passo avanti nella creazione di una normativa che regoli sia a livello americano che mondiale una innovazione senza precedenti che creerà l'ecosistema del trasporto aeronautico futuro".

EHang 184 ha infatti tutte le carte in regola per imporsi sul mercato: è totalmente automaticoe tramite un tablet l'unico passeggero indica il punto di arrivo. Questo quadricottero, in grado di atterrare anche con uno dei motori in panne e capace di sollevare un carico utile di 100 chili, lo porterà a destinazione. Il drone è potenzialmente ideale per i percorsi veloci in ambiente cittadino, ma non per le tratte più lunghe: è in grado di volare per 23 minuti a poco meno di 100 Km/h, poi va ricaricato per 4 ore (o due ore in modalità veloce).

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