Giovedì, 14 Marzo 2019 16:26

C'è un nuovo iMac Pro da quasi 19000 euro

Abbiamo scritto ieri dell’arrivo dei nuovi iMac, introdotti da Apple a poche ore di distanza dall’annuncio dei tablet iPad Air e iPad mini di nuova generazione. Le new entry per il catalogo della mela morsicata, però, non finiscono qui: pur senza alcun comunicato ufficiale, il gruppo di Cupertino ha aggiunto alcune opzioni inedite per la configurazione di iMac Pro, il desktop all-in-one destinato ai professionisti.

L’Apple iMac Pro da 18.673 euro

Sono state introdotte componenti evolute rispetto a quelle disponibili fin dal lancio del modello attuale, risalente al dicembre 2017. Abbiamo fatto un salto sul sito italiano di Apple per capire a quanto ammonta la spesa necessaria per mettere le mani sul setup più completo e potente: è in vendita al prezzo di 18.673 euro, volendo includere nel pacchetto anche il kit adattatore di montaggio VESA (85,00 euro) per l’installazione a parete.

La configurazione più avanzata di Apple iMac Pro costa 18.673 euro

 

La cifra è calcolata partendo dalla configurazione base (acquistabile a 5.599 euro) e aggiungendo le componenti riportate qui sotto.

  • Processore Intel Xeon W 18-core da 2,3GHz (Turbo Boost fino da 4,3GHz): +2.880 euro;
  • 256 GB di memoria RAM ECC DDR4 a 2.666MHz: +6.240 euro;
  • scheda video Radeon Pro Vega 64X con 16 GB di memoria HBM2: +840 euro;
  • unità SSD da 4 TB: +2.880 euro;
  • Magic Mouse 2 e Magic Trackpad 2: +149 euro.

Ciò che cattura l’attenzione è in particolare la spesa richiesta per l’upgrade della RAM: oltre 6.200 euro in più rispetto alla versione da 32 GB. La somma può salire ulteriormente e sfondare il tetto dei 19.000 euro (per la precisione si arriva a 19.232,98 euro) se si desidera aver preinstallati due software della mela morsicata: Final Cut Pro X e Logic Pro X. Una scheda tecnica non per tutti, così come non lo è l’assegno da staccare. E in Rete c’è già chi fa ironia sulla possibilità, finalmente, di acquistare un computer con RAM sufficiente per navigare con Chrome senza inciampare in blocchi o rallentamenti.

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Come rimanere sempre aggiornati sulle ultime novità e news dal mondo dei social media? Ovviamente con la nostra Week In Social che ogni settimana seleziona e raccoglie le notizie, i rumors e gli aggiornamenti principali.

Vediamo insieme cosa ci ha riservato la settimana appena conclusa.

Instagram sviluppa un nuovo strumento per l'Influencer Marketing

Una bella notizia per tutti i brand che utilizzano su Instagram strategie di Influencer Marketing. Infatti pochi giorni fa è stato annunciato che la piattaforma di proprietà di Facebook sta sviluppando un nuovo strumento per permettere ai brand di sponsorizzare contenuti creati da influencer e editor.

branded content ads, fanno parte di una strategia di Instagram che ha l’obiettivo di permettere ai brand di sviluppare collaborazioni con content creator più efficaci e misurabili.

Instagram News

Nel 2017 Instagram aveva pubblicato i primi strumenti per regolamentare i contenuti brandizzati, in risposta a tanti popolari account su Instagram che precedentemente promuovevano prodotti senza in realtà rivelare il rapporto commerciale con l’azienda.

Con i contenuti brandizzati Instagram forniva l’opportunità ai creator di taggare un brand e rendere visibile un post sponsorizzato.

Tuttavia se un marchio desiderava utilizzare quel contenuto per aumentare la sua visibilità attraverso una campagna di sponsorizzazione sulla piattaforma, non poteva farlo all’interno del programma di partnership.

I branded content ads consentiranno agli inserzionisti di promuovere questi contenuti, esattamente come avviene per qualsiasi altra tipologia di annuncio.

Al momento questo strumento non è stato aperto a tutti i brand tuttavia la società ha annunciato che chiunque potrà fare richiesta per partecipare al programma partner.

Ecco come ha commentato la notizia Luca La Mesa, docente del Social Media LIVE Program:

"All'interno del Social Media LIVE Program abbiamo più volte approfondito come coinvolgere influencer e come usare correttamente la funzionalità per il branded content. Abbiamo mostrato anche i casi limite e i dubbi sulla correttezza di alcune attività di celebrità come Cristiano Ronaldo o Fedez. Questa novità la attendavamo da tempo e permetterà ai brand di far raggiungere un pubblico ancora maggiore ai post pubblicati in accordo con gli influencer".

Instagram lancia le pagine per i Local Business collegate al profilo aziendale?

L'ufficialità di questa notizia è tutta da verificare, ma come comparso qualche giorno fa in questo tweet, pare che Instagram stia introducendo un nuovo modo per mostrare le attività commerciali all’interno della piattaforma, con pagine che assomigliamo molto alle schede di Google My Business.

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Il gruppo di Mountain View ha dato il via al rilascio di Chrome 73 sulle piattaforme desktop: la nuova versione del browser arriva oggi su tutti i computer con sistema operativo Windows, macOS e Linux, portando con sé come al solito un elenco di bugfix che vanno a correggere gli errori rilevati nelle release precedenti e alcune funzionalità inedite che vedremo tra poco in questo articolo.

Chrome 73 su Windows, macOS e Linux

Il download di Chrome e l’installazione dell’aggiornamento (73.0.3683.75) avvengono in modo automatico, ma è in ogni caso possibile forzare l’operazione semplicemente aprendo il menu principale del software (con un click sul pulsante a forma di tre puntini posizionato nell’angolo superiore destro dell’interfaccia), selezionando la voce “Guida” e infine “Informazioni su Google Chrome”. In questo modo si dà il via allo scaricamento del pacchetto, dopodiché sarà necessario un riavvio del programma per portare a termine correttamente la procedura.

Il browser Chrome di Google si aggiorna alla versione 73

Dark Mode e altre novità

La più interessante tra le novità introdotte riguarda la Dark Mode di cui è possibile fruire su computer macOS: si tratta essenzialmente di un tema scuro, caratterizzato da un’interfaccia piuttosto simile a quella della navigazione in incognito. Viene attivato in modo del tutto automatico insieme alla modalità scura del sistema operativo. Gli utenti possono ad ogni abilitarlo manualmente se lo desiderano. Una possibilità che, stando a quanto si è appreso, dovrebbe arrivare a breve anche su Windows.

Chrome

Ancora, Chrome 73 aggiunge il supporto al controllo dei contenuti multimedialiattraverso i pulsanti dedicati presenti sulle tastiere (play, pausa, stop, volume su, volume giù ecc.), la compatibilità con le Progressive Web App su macOS, una riorganizzazione delle voci nella pagina delle impostazioni e il blocco dei download automatici avviati da codice presente degli iframe con attributo sandbox impiegati non solo per l’advertising, ma talvolta anche per la distribuzione dei malware.

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Il Parlamento Europeo, in vista ormai del rimpasto dettato dalle imminenti elezioni europee, ha voluto contrassegnare la fine del proprio percorso con un’espressione cautelativa in termini di sicurezza informatica.

Questo importante successo consentirà all’UE di tenere il passo con i rischi per la sicurezza nel mondo digitale per gli anni a venire. La legislazione è una pietra angolare per far sì che l’Europa diventi un attore globale nel campo della sicurezza informatica. I consumatori, così come l’industria, devono potersi fidare delle soluzioni informatiche.

Angelika Niebler, relatrice del provvedimento

Il voto (586 voti favorevoli e 44 contrari) esprime una vasta preoccupazione inserita nel contesto di una tangibile incertezza geopolitica che trova concretezza in tre aspetti specifici di intervento:

  • una certificazione di sicurezza informatica UE per prodotti, processi e servizi;
  • maggiori poteri all’agenzia di sicurezza informatica dell’UE;
  • affrontare le minacce informatiche della Cina su installazione delle reti 5G.

Si crea così il primo schema di certificazione a livello europeo per garantire che i prodotti, i processi e i servizi venduti nell’UE soddisfino gli standard di sicurezza informatica.

Il Parlamento Europeo, in particolare, esprime esplicita preoccupazione circa gli interessi cinesi nel mondo del 5G (ogni riferimento a Huawei è tanto indiretto quanto implicito nel discorso): il timore è quello di possibili “backdoor” che consentano alle autorità di cinesi di avere uno spioncino aperto sulle comunicazioni private, sulle proprietà intellettuali e sulle infrastrutture critiche dell’Unione Europea. Si esprime particolare timore in relazione alle leggi cinesi sulla sicurezza, poiché con l’avvento del 5G il problema legislativo potrebbe farsi a stretto giro di posta un concreto problema di sicurezza continentale:

I deputati chiedono alla Commissione e agli Stati membri di fornire soluzioni per affrontare le vulnerabilità informatiche nell’acquisto dei materiali per il 5G, e propongono di: diversificare gli acquisti con diversi fornitori, introdurre procedure di appalto in più fasi, stabilire una strategia per ridurre la dipendenza dell’Europa dalla tecnologia di sicurezza informatica straniera e creare un sistema di certificazione cyber-sicurezza per l’introduzione del 5G.

Il voto attribuisce inoltre poteri e risorse maggiori all’ENISA (European Network and Information Security Agency) e pone l’accento sul Cybersecurity Acteuropeo per una maggior vigilanza sulle infrastrutture critiche e le potenziali infiltrazioni di reti, apparati e attori non certificati. Nelle stesse ore in cui il Parlamento Europeo esprime a maggioranza la propria convinzione nel non poter più considerare la Russia un partner strategico (con tanto di minaccia di ulteriori sanzioni), il voto sulla sicurezza informatica ha tutto il sapore di una presa di posizione politica all’interno di uno scontro di alto livello.

La sicurezza informatica non è dunque fine, ma mezzo: soltanto garantendo le infrastrutture critiche ci si mette al riparo dalle possibili inferenze “nemiche”. Alcuni brand rischiano di rimanere incastrati in questo braccio di ferro, così come successo con Huawei negli USA ed ora potenzialmente anche in Europa.

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Quando tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 prese vita ciò che di lì a poco sarebbe stato chiamato World Wide Web, non tutti ebbero fin da subito una piena comprensione di ciò che stava per accadere. Tra gli aneddoti raccolti dal CERN per celebrare i primi 30 anni del mondo online così come oggi lo conosciamo, uno chiama in causa i Fab Four di Liverpool.

Tim Berners-Lee, il Web e i Beatles

L’aneddoto fa riferimento a Tim Berners-Lee, alla sua visionaria idea per organizzare in un modo efficiente e strutturato le informazioni, alla sua concezione di rete costantemente connessa e condivisa. Quando nel 1991 chiese di poter organizzare una conferenza in cui discutere il funzionamento di un sistema capace di correggere in modo automatico i collegamenti ipertestuali rotti (i link che non conducono ad alcuna risorsa), la sua domanda fu respinta da Wendy Hall della Southampton University.

Tim Berners-Lee nel dicembre 1991

A raccontare il curioso episodio è James Gillies, Senior Communications Advisor dell’istituto svizzero, che durante il proprio lavoro focalizzato sul ricostruire nel dettaglio le origini del mondo online chiese a Hall come si sentisse a proposito del rifiuto. La sua risposta è alquanto significativa: come la persona che all’inizio degli anni ’60 ha chiuso la porta in faccia ai Beatles.

Il riferimento è al manager dell’etichetta discografica Decca che nel 1962 scelse di mettere sotto contratto i Tremeloes di Brian Poole e non il quartetto di Liverpool. Di lì a poco John Lennon, Paul McCartney e George Harrison (Ringo Starr si sarebbe unito a loro qualche mese più tardi), avrebbero intrapreso una carriera capace di lasciare un solco indelebile nella storia della musica, definendo nuovi paradigmi e scrivendo i brani sui quali più generazioni di gruppi rock si sarebbero fatti le ossa nei decenni a venire. Un po’ quanto 30 anni fa ha fatto Berners-Lee con il WWW.

Nel corso della sua intervista, disponibile in versione integrale sul sito del CERN come parte delle celebrazioni per l’evento #MyWeb30, Gillies racconta di esser risalito nel corso della sua ricerca a un documento degli anni ’40 firmato dall’ingegnere statunitense Vannevar Bush e intitolato As We May Think, contenente una prima descrizione rudimentale di quel che poi sarebbero diventati i collegamenti ipertestuali, applicata all’ambito scientifico per l’archiviazione e l’organizzazione del materiale accademico attraverso un macchinario chiamato Memex. Oggi il Memex ed il suo “As we may think” sono il punto di partenza per gli studi universitari relativi al modo in cui concepiamo il digitale e il Web, ma è solo con Tim Berners-Lee che la visione di Vannevar Bush ha trovato compimento: in un’altra era, con altri strumenti, con un quadro della situazione più definito e completo. L’innovazione siede sempre sulle spalle dei giganti.

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