Martedì, 13 Maggio 2014 15:27

Copyright coreano per l’hi-tech europeo

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Le aziende del Vecchio Continente perdono nel computing, preda di asiatici e Stati Uniti

Steve Jobs ipotizzava una "guerra santa" dei brevetti, da scatenare contro Google. Se abbia senso parlare di "patent war" o meno, alla luce delle tantissime cause per violazione di copyright avviate dalle aziende hi-tech, è poco importante. Certo è che detenere la proprietà intellettuale delle tecnologie alla base delle funzionalità di computer, telefonini e tablet è un'arma vitale, e non solo per garantire continuità di innovazione ai propri prodotti a scapito di quelli della concorrenza.
I brevetti sono, infatti, anche un business. Perchè giocano un ruolo centrale nelle azioni legali e perchè costituiscono un asset di primo piano nelle operazioni di fusione-acquisizione. Le vicende di Apple e Samsung e le mosse di Google lo dimostrano esplicitamente.

I dati relativi ai brevetti registrati nel 2013 presso lo European Patent Office (Epo) offrono un'esplicita fotografia di come si muovono le aziende tecnologiche su questo fronte. Subito balza all'occhio come le imprese del Vecchio Continente abbiano presentato il maggior numero di domande in nove dei dieci settori più attivi monitorati dall'organismo europeo e come l'unica eccezione sia la categoria "computer technology", dove a dominare la scena sono asiatici e americani. L'anno passato questo settore ha raccolto, a firma di 1.943 aziende richiedenti, 9.059 domande, il 5% in più rispetto al 2012. É un dato numericamente inferiore solo alle applicazioni registrate per le tecnologie mediche (10.668), i macchinari e gli apparati del settore energia (10.307) e la digital communication (scesa a 9.101 domande e anch'esso densamente popolato da aziende cinesi, coreane, giapponesi e statunitensi). Negli ultimi dieci anni il mondo delle tecnologie per il computing ha mantenuto sostanzialmente una "produttività" costante nel sottoporre brevetti agli organismi europei, galleggiando fra il minimo di 8.588 domande del 2012 e la punta massima dell'anno passato. Fa eccezione il 2009, quando le richieste furono solo 7.780. A guidare la categoria "computer technology" dei brevetti europei c'è Samsung, con 634 domande depositate. Poco meno del doppio di quelle Microsoft (386), più di cinque volte quelle della grande rivale Apple (120). Google, da parte sua, ha avanzato 156 istanze all'Epo, mettendo alle sue spalle marchi storici come Hp (141) e Intel (135), nobili decadute come BlackBerry (127) e realtà in forte ascesa come Huawei (110).
Chi sono le altre aziende ad aver investito per blindare in Europa il copyright delle proprie tecnologie? I nomi sono più o meno noti anche al grande pubblico, e cioè le nipponiche Fujitsu, Hitachi, Nec, Panasonic e Ricoh, la coreana Lg e la cinese Zte. Fra le case europee spiccano Philips, per quanto oggi focalizzata in ambiti diversi dal computing (lighting, medicale, prodotti e accessori per la casa), che ha avanzato l'anno passato 209 richieste di brevettazione, Nokia (grazie anche alla divisione mobile poi ceduta a Microsoft), arrivata a 177, mentre sono 174 le domande esibite da Technicolor, marchio storico (oggi di proprietà francese) nel campo delle tecnologie video a colori per l'industria cinematografica e dei televisori.
A completare la lista delle top 25 ci pensano Siemens (al 16° posto con 107 brevetti sottoposti ad approvazione), la svedese Ericsson (85°), l'unica vera grande realtà europea nel campo del software enterprise, vale a dire la tedesca Sap (con 74 domande), il colosso germanico della ricerca applicata (raccoglie 60 istituti e lavora con 18mila fra ricercatori e ingegneri) Fraunhofer-Gesellschaft e l'olandese Gemalto, specialista in soluzioni per la protezione delle identità digitali.
Nella classifica per Paese, la categoria "computer technology" vede infine il netto predominio delle aziende Usa, con 3.099 domande, davanti a Giappone (1.328) e Corea del Sud (812). Germania e Francia (727 e 652 richieste) si difendono egregiamente mettendosi alle spalle anche la Cina (501, comprendendo anche Taipei). L'Italia, invece, si ferma a 50 domande, circa un quarto di quelle presentate da Regno Unito, Finlandia, Svezia e Svizzera.

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